Un semplice cambiamento alimentare può ridurre infarti e ictus senza modificare la dieta

Un semplice cambiamento alimentare, come ridurre il sale nel pane e in altri prodotti di uso quotidiano, potrebbe prevenire un elevato numero di infarti, ictus e altri problemi cardiovascolari senza dover modificare le proprie abitudini alimentari. È questa la conclusione di due nuovi studi pubblicati sulla rivista Hypertension dell’American Heart Association – uno condotto in Francia e l’altro nel Regno Unito. Le due ricerche mostrano che piccole riduzioni del contenuto di sale negli alimenti preparati o confezionati possono tradursi in benefici misurabili per la salute del cuore a livello di popolazione.
Il punto centrale non è tanto il “sale” in sé, quanto il sodio, un minerale contenuto nel sale da cucina e largamente presente negli alimenti trasformati. È infatti attraverso il sale che la maggior parte delle persone assume sodio in eccesso, spesso senza rendersene conto, soprattutto consumando pane, prodotti da forno, cibi pronti e pasti da asporto.
La forza di un approccio di riduzione del sale in alcuni dei prodotti alimentari più consumati è che “non si basa sul cambiamento del comportamento individuale, spesso difficile da ottenere e mantenere. Al contrario, crea automaticamente un ambiente alimentare più sano” ha detto la dottoressa Clémence Grave, epidemiologa e medico presso l’Agenzia Nazionale Francese per la Sanità Pubblica, autrice principale dello studio francese.
Ma perché limitare il sale — e quindi il sodio — è cruciale per la salute cardiovascolare? Secondo l’American Heart Association, un consumo eccessivo di sodio è un fattore di rischio ben noto per l’ipertensione, o pressione alta, una condizione che aumenta in modo significativo le probabilità di infarto, ictus, insufficienza renale cronica e altre patologie cardiovascolari. La pressione elevata, spiegano i cardiologi, danneggia progressivamente i vasi sanguigni e il cuore, creando le condizioni per eventi acuti anche gravi.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda agli adulti di non superare i 2.000 milligrammi di sodio al giorno, equivalenti a circa 5 grammi di sale, una soglia che nella maggior parte dei Paesi viene tuttavia ampiamente superata. È in questo contesto che si inseriscono i due nuovi studi: intervenire sui livelli di sale degli alimenti più consumati, senza chiedere alle persone di “mangiare diversamente”.
Ridurre il sale nel pane: i risultati dello studio francese
Nel primo studio, condotto in Francia, i ricercatori hanno valutato cosa sarebbe accaduto se gli obiettivi di riduzione del sale nei prodotti da forno — in particolare nelle baguette e in altri tipi di pane — fossero stati pienamente raggiunti entro il 2025. La Francia ha già fissato un obiettivo nazionale di riduzione del consumo di sale del 30% nel 2019 e, nel 2022, ha siglato un accordo volontario con i produttori di pane per ridurre il contenuto di sale entro il 2025. Già nel 2023, la maggior parte del pane in commercio rispettava i nuovi standard, offrendo una base concreta per stimarne l’impatto sulla salute.
A partire da questi dati, i ricercatori hanno utilizzato informazioni nazionali su consumi alimentari, pressione arteriosa e ricoveri ospedalieri, insieme a un modello matematico, per valutare cosa accadrebbe se la riduzione del sale nel pane fosse pienamente applicata senza cambiare le quantità consumate.
Secondo le stime, una minore quantità di sale nelle baguette e negli altri prodotti da forno ridurrebbe l’assunzione giornaliera di circa 0,35 grammi a persona, con effetti positivi sulla pressione sanguigna nella popolazione. Questo effetto, su scala nazionale, si tradurrebbe in:
- una diminuzione dello 0,18% dei decessi annui, pari a circa 1.186 morti in meno;
- meno ricoveri ospedalieri per cardiopatia ischemica (−1,04%) e per ictus, sia emorragico (−1,05%) sia ischemico (−0,88%).
“Questa riduzione del sale è passata completamente inosservata alla popolazione francese: nessuno si è accorto che il pane conteneva meno sale – ha aggiunto dottoressa Grave – . I nostri risultati mostrano che anche piccole riformulazioni, invisibili per i consumatori, possono avere un impatto significativo sulla salute pubblica”.
Riduzione del sale nel Regno Unito e impatto sulla salute pubblica
Nel secondo studio, focalizzato sul Regno Unito, i ricercatori hanno analizzato l’impatto di una strategia nazionale che fissava obiettivi specifici di riduzione del sale entro il 2024 per una vasta gamma di alimenti preparati e confezionati, da pane e formaggi ai pasti da asporto come hamburger, curry e pizza.
Partendo da dati nazionali sui consumi alimentari, anche i ricercatori britannici hanno stimato cosa sarebbe accaduto se tali obiettivi fossero stati pienamente raggiunti. L’analisi mostra che, in questo scenario, l’assunzione media di sale negli adulti sarebbe scesa da circa 6,1 grammi al giorno a 4,9 grammi, pari a una riduzione di circa il 17,5%, ottenuta esclusivamente attraverso la riformulazione degli alimenti più consumati.
Tale riduzione avrebbe portato a:
- una diminuzione dell’assunzione media giornaliera di sale da circa 6,1 a 4,9 grammi, pari a un calo del 17,5%
- un abbassamento diffuso della pressione arteriosa nella popolazione;
- nel lungo periodo, circa 103.000 casi in meno di cardiopatia ischemica e 25.000 ictus ischemici evitati nell’arco di 20 anni.
Secondo i ricercatori, anche una riduzione relativamente modesta dell’assunzione quotidiana di sale può produrre effetti cumulativi rilevanti nel tempo, soprattutto in un contesto in cui le malattie cardiovascolari restano tra le principali cause di morte. “Sappiamo che qualsiasi riduzione dell’assunzione di sale e della pressione sanguigna può tradursi in benefici importanti per la salute pubblica” ha spiegato la dottoressa Lauren Bandy, ricercatrice senior dell’Università di Oxford e autrice principale dello studio. “E sappiamo anche che c’è ancora un ampio margine di miglioramento nella riformulazione dei prodotti da parte dell’industria alimentare”.
Nel complesso, i risultati dei due studi rivelano una verità importante: intervenire sulla composizione degli alimenti più consumati, piuttosto che sulle scelte individuali, può ridurre in modo significativo il carico di infarti e ictus. Piccoli cambiamenti applicati su larga scala — spesso impercettibili per i consumatori — hanno il potenziale di tradursi in benefici concreti e duraturi per la salute cardiovascolare della popolazione.