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Stabilire l’ora esatta di un decesso, un nuovo metodo sembra essere più affidabile

Lo suggerisce una nuova ricerca pubblicata su Nature Microbiology che ha dimostrato di poter risalire con precisione all’orario di un decesso attraverso l’identificazione di determinate specie microbiche.
A cura di Valeria Aiello
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Stabilire l’ora esatta di un decesso è di fondamentale importanza nelle indagini per omicidio e nel processo penale. Non sempre è però possibile determinare con assoluta accuratezza l’orario di un decesso, per la presenza della complessa interazione di variabili biologiche e ambientali. Un clima caldo e umido può ad esempio accelerare la decomposizione, mentre un clima secco può rallentare questo processo, portando spesso i medici legali a indicare un intervallo di tempo piuttosto che un orario esatto della morte.

Una nuova ricerca ha tuttavia dimostrato di poter risalire con precisione all’orario di un decesso, promettendo pregressi nella scienza forense e non solo. Il nuovo metodo si basa sull’identificazione di un gruppo di 20 microrganismi che compaiono in momenti specifici dopo la morte, indipendentemente dal luogo, dal clima o dalla stagione. Questa sorta di “orologio microbico” sembra essere più affidabile di molti altri tipi di indizi, come macchie di sangue o impronte digitali, che potrebbero o meno essere trovate sulla scena di un crimine.

I microrganismi possono rivelare l’ora esatta di un decesso

I ricercatori hanno identificato un insieme di 20 microrganismi che, indipendentemente dalle variabili ambientali, interviene ogni qual volta che avviene la decomposizione della carne dei vertebrati, compresi gli umani. Questi microrganismi sono stati individuati nell’ambito di un progetto di ricerca pluriennale, finanziato dal National Institute of Justice degli Stati Uniti, che ha permesso di valutare la decomposizione 36 cadaveri in tre diverse strutture antropologiche forensi (l’Università del Tennessee a Knoxville; la Sam Houston State University; e l'Università del Colorado a Mesa), e in diverse condizioni climatiche. I ricercatori hanno poi raccolto campioni di pelle e terreno durante i primi 21 giorni per ciascun cadavere in decomposizione.

Analizzando una quantità significativa di informazioni molecolari e genomiche dai campioni e utilizzando tali dati per costruire un quadro generale della “comunità microbica”, o microbioma, presente in ciascun sito, gli studiosi hanno rilevato questo insieme di circa 20 microbi specializzati in decomposizione su tutti i 36 corpi. Questi microrganismi, spiegano in un articolo di ricerca appena pubblicato su Nature Microbiology, sono comparsi in maniera puntuale in determinanti momenti dell’osservazione, durata 21 giorni.

Abbiamo rilevato microbi simili arrivare in tempi simili durante la decomposizione, indipendentemente da qualsiasi numero di variabili esterne – ha indicato l’autrice senior dello studio, la professoressa Jessica Metcalf della Colorado State University – . In sostanza, sappiamo quali microbi ci sono, come cambiano nel tempo e cosa stanno facendo”.

Gli studiosi hanno infatti mappato la rete di interazioni di questi microrganismi, mostrando come riciclino tutte le componenti umane, in una sorta di linea di produzione di digestione co-dipendente che potrebbe spiegare perché queste stesse specie si ritrovano fianco a fianco in così tante circostanze diverse. Ad esempio, i funghi Candida e Yarrowia aiutano a scomporre i lipidi e le proteine in composti più semplici, come acidi grassi e amminoacidi, e di solito si trovano insieme al batterio Oblitimonas alkaliphila, che mangia esattamente il materiale trasudato da questi funghi. “Sospettiamo che i principali decompositori microbici probabilmente non siano specifici della decomposizione dei cadaveri umani e siano, in parte, mantenuti o seminati dagli insetti” hanno aggiunto gli autori dello studio.

Abbinando poi i dati microbici con l’apprendimento automatico, i ricercatori sono stati in grado di prevedere con precisione il tempo trascorso dalla morte dei cadaveri. “Quando si parla di indagare sulle scene del crimine, ci sono pochissimi tipi di prove fisiche che possiamo dire che saranno sempre presenti – ha aggiunto il co-autore dello studio, il professor David Carter della Chaminade University di Honolulu  ha detto Carter – . Non si sa mai se ci saranno impronte digitali, macchie di sangue o filmati della telecamera. Ma questi microbi saranno sempre lì”.

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