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Cambiamenti climatici

Risvegliato virus “zombie” di 50mila anni ancora infettivo: i rischi a causa della crisi climatica

Un team di ricerca internazionale ha risvegliato un virus di 50mila anni ancora in grado di infettare il suo ospite. I virus “zombie” possono riemergere dal permafrost fuso dai cambiamenti climatici diventando una minaccia per la salute pubblica.
A cura di Andrea Centini
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Un virus di 30mila anni, simile a quello di 50mila anni recentemente risvegliato. Credit: Jean-Michel Claverie/IGS/CNRS-AMU
Un virus di 30mila anni, simile a quello di 50mila anni recentemente risvegliato. Credit: Jean-Michel Claverie/IGS/CNRS-AMU
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Tra le molteplici minacce legate ai cambiamenti climatici ve n'è una ampiamente sottovalutata, quella dei cosiddetti virus “zombie” preistorici, rimasti sepolti nel ghiaccio per migliaia e migliaia di anni e ora pronti a rimanifestarsi. A causa del riscaldamento globale che catalizza lo scioglimento del ghiaccio, infatti, questi virus – ma anche batteri e altri microorganismi – possono riemergere in superficie e rappresentare un pericolo per i potenziali ospiti, essere umano compreso. Non avendo mai avuto a che fare con essi, il nostro sistema immunitario potrebbe essere completamente impreparato. Il rischio concreto è che possano diffondersi malattie antichissime e letali per le quali non abbiamo alcuna difesa. L'effetto è un po' come quello dei dinosauri di Jurassic Park, che si trovano a vivere in un ambiente completamente diverso da quello originale ma restando comunque pericolosi.

A lanciare l'allarme su questo potenziale rischio è il professor Jean-Michel Claverie dell'Istituto di Microbiologia, Bioenergia e Biotecnologia presso l'Università di Aix – Marsiglia (Francia), che dal 2014 ha concentrato i suoi studi proprio su questi virus zombie. Nella sua ultima ricerca, condotta con i colleghi dell'Istituto Zoologico dell'Accademia Russa delle Scienze di San Pietroburgo (Russia), del Centro Helmholtz per la ricerca polare e marina di Potsdam (Germania) e di altri istituti, lo scienziato ha analizzato i virus estratti dal permafrost – il cosiddetto ghiaccio “permanente” – siberiano, che si sta fondendo proprio a causa dei cambiamenti climatici. I virus sono stati estratti dal sottosuolo, da carcasse di animali preistorici e altri campioni biologici emersi dal fiume Lena e dalla Kamchatka. In base alle stime degli esperti, questi microorganismi hanno un'età compresa tra i 27mila e i 50mila anni. In tutto sono state scoperte 13 nuove specie di virus zombie, appartenenti a gruppi tassonomici chiamati Megavirus, Pacmanvirus, Pandoravirus, Cedratvirus e Pithovirus

Il permafrost ricopre circa il 20 percento del territorio dell'emisfero settentrionale, ma come indicato a causa dei cambiamenti climatici sta andando incontro a un processo di scioglimento irreversibile. “Sta rilasciando materia organica congelata fino a un milione di anni, la maggior parte della quale si decompone in anidride carbonica e metano, aumentando ulteriormente l'effetto serra. Parte di questa materia organica è costituita anche da microbi cellulari rianimati (procarioti, eucarioti unicellulari) e da virus che sono rimasti dormienti sin dalla preistoria”, hanno spiegato il professor Claverie e colleghi nell'abstract del nuovo studio pubblicato su Viruses.

Il ceppo più antico risale esattamente a 48.500 anni fa ed è stato isolato da un campione prelevato da un lago sotterraneo. Si tratta del Pandoravirus yedoma, che sottoposto a test in laboratorio ha dimostrato di aver mantenuto la sua capacità di infettare amebe del genere Acanthamoeba, nonostante le decine di migliaia di anni trascorse sepolto nel permafrost. Anche i virus dei cladi più giovani hanno manifestato la medesima capacità. Chi può dire se al di sotto al permafrost non vi siano patogeni aggressivi e letali pronti a emergere e infettare anche l'uomo e gli altri animali?

“Dovete ricordare che la nostra difesa immunitaria è stata sviluppata a stretto contatto con l'ambiente microbiologico”, ha dichiarato in una intervista alla CNN la microbiologa Birgitta Evengård, professoressa emerita presso il Dipartimento di microbiologia clinica dell'Università di Umea (Svezia). “Se c'è un virus nascosto nel permafrost con cui non siamo stati in contatto per migliaia di anni, è possibile che la nostra difesa immunitaria non sia sufficiente. È giusto avere rispetto per la situazione ed essere proattivi e non solo reattivi. E il modo per combattere la paura è avere conoscenza”, ha chiosato la scienziata. “Vediamo questi virus che infettano l'ameba come surrogati di tutti gli altri possibili virus che potrebbero trovarsi nel permafrost”, le ha fatto eco il professor Claverie. “Vediamo le tracce di molti, molti, molti altri virus. Quindi sappiamo che ci sono. Non sappiamo per certo che siano ancora vivi. Ma il nostro ragionamento è che se i virus dell'ameba sono ancora vivi, non c'è motivo per cui gli altri virus non dovrebbero essere ancora vivi e in grado di infettare i propri ospiti”, ha aggiunto l'esperto.

I ricercatori temono che i rischi legati all'emersione dei virus (e dei batteri) zombie siano sottovalutati, che non siano considerati una potenziale minaccia per la salute pubblica e che tutto sommato possa trattarsi di eventualità remote e rare. Ma il rischio è concreto e ne abbiamo già una possibile dimostrazione. Nell'estate del 2016, ad esempio, vi fu una misteriosa epidemia di antrace (provocata da un batterio) in Siberia, che colpì in un paio di mesi circa 2mila renne e decine di esseri umani. Gli esperti ritengono che il batterio responsabile, il Bacillus anthracis, sia emerso dopo lo scioglimento del permafrost che ha riportato alla luce carcasse di animali preistorici o antichi cimiteri. Ciò ha permesso di infettare le renne e successivamente anche l'uomo.

Nessuno, naturalmente, sa con esattezza quali patogeni del passato possano nascondersi nel permafrost in scioglimento. I ricercatori continueranno a indagare sui potenziali rischi legati allo scioglimento del permafrost, che non riguardano solo i virus zombie. La fusione del ghiaccio proietta infatti in atmosfera grandi quantità di metano (CH4) e anidride carbonica (CO2) – i due principali gas a effetto serra – che catalizzano i cambiamenti climatici, inoltre rischia anche di far riemergere rifiuti tossici e radioattivi legati alla Guerra Fredda. Secondo un recente studio si stima che lo scioglimento dei ghiacciai porterà 100mila tonnellate di microbi nell'ambiente.

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