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Perché il preservativo non basta: le risposte della ginecologa sui falsi miti sul papilloma virus

Dalle modalità di contagio, a chi deve vaccinarsi fino al possibile rischio di sviluppare un tumore. Il papilloma virus (HPV) è un virus ad altissima diffusione, eppure i tanti dubbi e i falsi miti sull’argomento impediscono una corretta prevenzione. Le risposte della ginecologa oncologa Elisa Picardo.
Intervista a Dott.ssa Elisa Picardo
Ginecologa oncologa dell'Ospedale Sant'Anna- Città della Salute e della Scienza di Torino
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Il papilloma virus (HPV) è in assoluto l'infezione trasmessa sessualmente più comune nei Paesi sviluppati, ma anche una di quelle su cui c'è meno conoscenza e consapevolezza in fatto di prevenzione. Si stima infatti che l'80% delle donneconferma la Fondazione Veronesi – almeno una volta nella vita contragga l'infezione, ma è bene specificare che il virus colpisce indistintamente uomini e donne. In realtà, il papilloma virus non è un unico virus, ma ne esistono oltre 200 ceppi e sebbene la maggior parte delle infezioni sia transitoria e venga combattuta naturalmente dal nostro sistema immunitario, esiste un piccolo gruppo di questi virus ad "alto rischio oncogeno".

Questo significa che sul lungo periodo l'infezione, se causata a uno dei ceppi oncogeni, può far insorgere delle lesioni cancerose: nello specifico il rischio per le donne è quello di sviluppare il tumore della cervice uterina, che nel 97% è causata proprio da un'infezione persistente di HPV. Ma esiste anche un collegamento con altre neoplasie, sia genitali, che extragenitali, come quello – spiega l'Ospedale San Raffaele di Milano – del cavo orale, della faringe e della laringe. Inoltre, altri ceppi possono portare a lesioni benigne, come i condilomi o le verruche, che pur non essendo cancerose, possono comunque causare sintomi come dolore e prurito, andando a impattare sulla qualità di vita.

Eppure ancora oggi c'è molta confusione sul papilloma virus, sulle sue modalità di trasmissione ma anche su come si previene. Fanpage.it ha cercato di fare chiarezza su tutti i falsi miti che ancora circolano sull'HPV con la dottoressa Elisa Picardo, ginecologa oncologa dell'Ospedale Sant'Anna- Città della Salute e della Scienza di Torino.

Qual è l’età consigliata per fare il vaccino contro il papillomavirus? 

Le indicazioni sulla copertura vaccinale per l’HPV variano da regione a regione, ma in genere l’età raccomandata per vaccinarsi è intorno agli 11 anni, sia per gli uomini che per le donne. Questo perché bisognerebbe farlo prima di aver iniziato un’attività sessuale, quindi prima di aver avuto il primo rapporto.

Non basta il preservativo per proteggerci dal virus?

No, perché l’HPV si trasmette per contatto sessuale, ma anche non penetrativo. Per questo è fondamentale ricordare che neanche il preservativo è in grado di proteggerci completamente dal rischio di contagio.

Questo perché il papilloma virus si trasmette tramite le mucose e il preservativo non evita completamente il contatto. Non solo, sebbene la via principale resti quella dei rapporti vaginali, anali e orogenitali, il virus può essere trasmesso anche dalla saliva e dai baci profondi.

Perché è importante vaccinarsi?

Anche se la maggior parte degli HPV non ha una correlazione con il tumore, ci sono alcuni ceppi ad alto rischio – circa l’8% – che possono aumentare il rischio di cancro. Per questo vengono definiti “ceppi oncogeni”, in quanto sono causa nota dei tumori che riguardano l’apparato genitale femminile, quindi collo dell’utero, vulva e vagina, ma anche di una quota importante di tumori anali e di quelli del distretto testa-collo orofaringeo.

Il vaccino che usiamo oggi è nonavalente, cioè ci protegge contro nove ceppi del virus, tra cui sette tra i principali responsabili dei tumori, in particolare il 16 e il 18, e due di quelli a basso rischio, che pur non aumentando il rischio oncologico possono causare la formazione di lesioni benigne come i condilomi.

Ecco perché è importante vaccinare sia gli uomini che le donne: sia per raggiungere l’immunità di gregge rispetto a un virus così comune sia perché le patologie correlate possono interessare anche l’uomo.

E se una persona è adulta e non si è mai vaccinata, ha comunque senso farlo?

Assolutamente sì, a prescindere dall’età, il vaccino è sempre raccomandato. Anche se infatti una persona ha già avuto un’attività sessuale ed è entrata in contatto con il virus, il vaccino continua a proteggere dai ceppi di HPV correlati con il rischio di tumore.

Anche per questo oggi la proposta vaccinale tende a rivolgersi anche ad altre persone, per esempio a chi ha già sviluppato delle lesioni precancerose, quindi è già entrato in contatto con l’HPV e ha già avuto un’alterazione delle cellule dell’apparato genitale femminile.

Perché è importante vaccinarsi anche se si può già essere entrati in contatto con il virus?

Il vaccino è importante perché il problema dell’HPV ad alto rischio, ovvero se è causata da uno dei ceppi oncogeni, è la sua persistenza. Mentre infatti nella maggior parte dei casi, l’infezione da HPV è transitoria e viene eliminata naturalmente dal sistema immunitario, se un’infezione dovuta a un ceppo oncogeno non viene controllata e persiste nel tempo, può provocare infiammazione e alterazioni cellulari, che nel lungo periodo possono portare allo sviluppo di lesioni tumorali. Ecco perché è importante che anche chi non rientra nella copertura vaccinale gratuita si vaccini lo stesso pagando il ticket.

Anche sulla diagnosi c’è spesso confusione. Il Pap test rileva l’infezione da HPV?

No, ma la confusione è comune, anche perché dal punto di vista del paziente l’esame si effettua tramite lo stesso tampone, in quanto il liquido prelevato è lo stesso, ma si cercano cose diverse.

Il Pap Test permette di valutare se le cellule del collo dell’utero sono alterate, ma non rileva direttamente il virus. In sostanza una persona può aver contratto l’HPV ma se non ha ancora sviluppato lesioni il Pap Test darà esito negativo.

L’esame che invece permette di cercare direttamente il virus è l’HPV Test, che infatti negli ultimi anni viene sempre più spesso usato nelle attività di screening.

Se l’HPV test è positivo come si procede?

Se l’HPV test risulta positivo, i centri di screening fanno automaticamente anche il Pap test, utilizzando lo stesso campione, per vedere se le cellule che sono state a contatto con il virus sono alterate.

Ma anche se il Pap Test è negativo, è importante sapere se una persona è stata esposta a un ceppo oncogeno perché ci permette di inserire la persona in programmi di prevenzione più strutturati con controlli periodici più ravvicinati.

Se il test è positivo, esiste una cura per il papillomavirus?

Il papillomavirus non si può curare direttamente. Non esiste un antibiotico o un antivirale specifico per l’HPV. Quello che facciamo è monitorare nel tempo l’infezione per verificare che il virus venga eliminato dal corpo e che non provochi alterazioni cellulari. Ecco perché insistiamo tanto sulla vaccinazione.

E se invece sono già presenti delle lesioni?

Se ci sono delle lesioni, il trattamento dipende dal grado della lesione.

Si può intervenire con piccoli interventi ambulatoriali, per esempio con il laser, oppure nei casi più avanzati con interventi chirurgici in sala operatoria, sempre in base alla gravità della lesione.

Negli uomini è possibile diagnosticare l’HPV con uno screening come nelle donne?

No, nell’uomo non esiste un test di screening standardizzato come quello per il tumore del collo dell’utero. Possono essere eseguiti dei tamponi sull’uretra, sul glande o nel canale anale per cercare il DNA dell’HPV, ma di solito si fanno solo quando ci sono indicazioni specifiche, non come screening di routine.

Quindi il vaccino è fondamentale anche per loro?

Assolutamente sì, sia per la loro salute, per il rischio di tumori anali o orofaringei, sia per le persone con cui avranno rapporti sessuali. Dato che non c’è un test per loro infatti possono essere portatori silenti senza saperlo e quindi trasmetterlo alle partner o ai partner durante rapporti vaginali, orali o anali.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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