Libri, scacchi e quiz: le attività che possono ritardare l’Alzheimer secondo lo studio su Neurology

Anche se la scarsa istruzione è considerata da tempo uno dei fattori di rischio della demenza – come conferma la Fondazione Humanitas – oggi sappiamo ancora meglio come il modo in cui usiamo il nostro cervello potrebbe influenzare il declino cognitivo e quindi la comparsa della malattia di Alzheimer o altre forme di demenza. Si tratta di una condizione – come spiega l'Istituto Superiore di Sanità – che interessa più di 55 milioni di persone in tutto il mondo, di cui l'Alzheimer rappresenta la forma più comune. Finora sono stati individuati fino a 19 possibili fattori di rischio, come evidenzia la Fondazione Umberto Veronesi.
Un gruppo di ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago in uno studio su quasi 2.000 partecipanti ha scoperto che coloro che avevano tenuto la mente attiva e stimolata per tutta la vita, quindi non solo durante la terza età, hanno sviluppato l'Alzheimer o di deterioramento cognitivo anni dopo rispetto a chi era stato esposto a un'attività cognitiva meno intensa durante la loro vita.
L'impatto dell'apprendimento continuo sul rischio di demenza
Secondo gli autori, i risultati dello studio, pubblicato a fine febbraio sulla rivista Neurology, suggeriscono come "l'apprendimento continuo" potrebbe essere associato a un effetto protettivo contro il deterioramento cognitivo. Sembra infatti che "la salute cognitiva – spiegano il neuropsicologo Andrea Zammit, autore dello studio – in età avanzata è fortemente influenzata dall'esposizione permanente ad ambienti intellettualmente stimolanti".
I ricercatori sono giunti a questa conclusione dopo aver studiato l'evoluzione della salute cognitiva in 1.939 adulti con un'età media di 80 anni, che sono stati monitorati per 8 anni. I partecipanti avevano aderito al Rush Memory and Aging Project, un programma di ricerca dell'università statunitense iniziato nel 1997. Durante il monitoraggio, 551 hanno sviluppato la malattia di Alzheimer e 719 un lieve deterioramento cognitivo.
Quali attività rientrano nell'apprendimento continuo
Per osservare come l'apprendimento sul lungo periodo abbia inciso sul rischio di sviluppare condizioni legate al deterioramento cognitivo i ricercatori hanno tenuto conto dei possibili fattori di rischio che avrebbero potuto falsare i risultati, tra cui età, sesso e tipo di istruzione. Poi hanno analizzato le informazioni date dagli stessi partecipanti sul tipo di attività mentale a cui si sono dedicati durante la loro vita, dall’infanzia all’età adulta fino alla vecchiaia. Hanno considerato come forme di apprendimento un insieme molto eterogeneo di attività, come leggere, scrivere, studiare una lingua straniera, ma anche l'avere un abbonamento a un giornale, una tessera a una biblioteca, giocare a scacchi o risolvere enigmi.
Da questa analisi i ricercatori hanno scoperto che nel gruppo di partecipanti che avevano avuto una vita mentale più stimolante e attiva il rischio di ammalarsi di Alzheimer era inferiore del 38% e quello di sviluppare un lieve deterioramento cognitivo era inferiore del 36%. Non solo, il tipo di attività mentale e apprendimento cognitivo sembrava influenzare anche l'età di insorgenza di queste condizioni: i partecipanti che durante la vita erano stati più attivi hanno sviluppato l'Alzheimer in media a 94 anni, mentre quelli con un apprendimento più ridotto tendevano a svilupparlo in media a 88 anni.
Il ritardo era maggiore anche nello sviluppo di lieve deterioramento cognitivo: l'età media di insorgenza nel primo gruppo era di 85 anni, nel secondo di 78 anni.
Dall'infanzia fino alla tarda età
Un dato molto interessante è stato osservare quanto a lungo si estendessero gli effetti dell'attività cognitiva. Ad esempio i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti perfino se da piccoli fossero abituati a farsi leggere delle storie dagli adulti.
"La lettura quotidiana, insieme ad altre esperienze cognitivamente stimolanti coltivate fin dall'infanzia, crea una base arricchente per il futuro", spiega Zammit. Anche in presenza di segni clinici tipici di diverse condizioni neurologiche, come placche e grovigli, essere stati esposti durante la vita, fin dall'infanzia, a un arricchimento cognitivo continuo ha avuto un effetto protettivo, ritardando la demenza e il declino cognitivo.
Quindi – concludono i ricercatori – perfino il tipo di stimoli mentali a cui si è esposti durante l'infanzia potrebbe influenzare la qualità delle prestazioni cognitive in età avanzata.