Le parole della società Stretto di Messina: “Il nuovo studio sulle faglie non ha impatto sul Ponte”

Riportiamo qui di seguito una sintesi fatta dalla redazione delle risposte fornite dalla società Stretto di Messina all'articolo "Ponte sullo Stretto, cosa dice il nuovo studio geologico. Tozzi: “Le cose sono più complesse di come si pensava". In fondo, su richiesta della società, trovate invece la versione integrale.
Il 17 febbraio l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha reso noti i risultati di uno studio realizzato da alcuni suoi ricercatori insieme ad altri esperti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) sulla "complessità geologica" dello Stretto di Messina e pubblicato a novembre 2025. Dallo studio, che ha messo insieme un'enorme quantità di dati sismologici e geofisici marini, analizzando oltre 2.400 terremoti avvenuti tra il 1990 e il 2019, è emerso che sotto le acque dello Stretto "si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione".
Sebbene lo studio non vi faccia esplicito riferimento, è impossibile non pensare al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, che il governo è intenzionato a portare avanti. Nemmeno un mese fa infatti il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera a un decreto legge, che tra le altre altre cose punta a superare le criticità sul progetto sollevate dalla Corte dei Conti. Per alcuni ricercatori questi risultati non possono essere ignorati e rendano necessari altri studi prima dell'eventuale inizio dei lavori. Tra questi c'è anche Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore del CNR, che in un post su Instagram ha fatto appello ad altri studi, insistendo sul fatto che questi nuovi risultati rendano le cose "più complessi di come si pensava".
La società Stretto di Messina, la concessionaria statale incaricata della progettazione e realizzazione dello Stretto, ha contattato Fanpage.it per spiegare la sua posizione rispetto ai nuovi dati.
La società ha dichiarato che lo studio non ha alcun impatto sul Progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina, eppure l’aggiornamento del progetto definitivo risale al 2024. Come potete quindi affermare che non ha nessun impatto?
Il nuovo studio forniscono risultati più dettaglia su fatti già noti da anni, seppure in modo meno accurato. La geologia è una scienza complessa, l’area dell’indagine è grande, e non tutte le informazioni potenzialmente ottenibili dai ricercatori sono rilevanti per la costruzione del Ponte. Dal punto di vista della sismogenesi lo Stretto di Messina, grazie alle indagini relative alla progettazione del Ponte, è certamente una delle aree più studiate del mondo, sebbene non sia in assoluto l’area a maggior pericolosità sismica del nostro pianeta. Regioni a pericolosità sismica decisamente più alta dello Stretto di Messina, come la Turchia nord-occidentale, la Bay Area nella California centrale e varie aree del Giappone, ospitano da decenni ponti sospesi di grande.
Quali sono allora i dati significativi per il progetto del Ponte?
Per il progetto sono centrali tre aspetti. Il primo sono le sorgenti sismogenetiche, ovvero le grandi faglie profonde in grado di generare terremoti abbastanza forti da avere un impatto sull'opere. Poi ci sono gli effetti sulle le torri e gli ancoraggi del Ponte. E infine la natura delle rocce che si troveranno sotto le torri e sotto le opere accessorie, come i viadotti. Queste rocce sono importanti per sopportare il carico dell’opera finita.
Invece a vostro avviso qual è il significato di questo studio?
Lo studio analizza il campo di sforzi tettonici nello Stretto sulla base della sismicità degli ultimi anni e conferma quello che si sapeva da tempo. Inoltre analizza le faglie attive sul fondo dello Stretto, e in particolare nell’area sovrastante la parte centrale della faglia che ha generato il terremoto del 1908, confermando indirettamente la geometria di quella faglia. Specifichiamo che questa era nota dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso e come tale è stata adottata da anni nel Progetto Definitivo del Ponte. Secondo la società questi dati non hanno alcuna rilevanza per la pericolosità sismica dell’area, perché i forti terremoti sono generati da grandi faglie profonde, non da piccole faglie superficiali.
Rispetto invece ai risultati sulle due faglie trasversali allo Stretto?
Lo studio mostra la geometria di dettaglio delle due faglie trasversali allo Stretto, la Ionian Fault a sud e la Capo Peloro Fault a nord, anch’esse già ipotizzate in studi precedenti ma ora meglio caratterizzate. Si tratta di due faglie abbastanza grandi che in effetti potrebbero generare terremoti significativi, comunque più piccoli del terremoto del 1908 ma questa possibilità è appena accennata nello studio.
L’attenzione degli autori è rivolta piuttosto a documentare il ruolo geodinamico di queste faglie trasversali, sostenendo che l’esistenza della faglia del 1908 è un risultato della presenza di tali faglie. Questa conclusione è oggetto di un acceso dibattito scientifico, ma in ogni caso non altera in alcun modo le informazioni utili per definire la pericolosità sismica della zona.
Scrivete che lo studio “si basa principalmente su ricerche condotte sul fondo marino, dunque non tratta neppure marginalmente le faglie che esistono in terraferma e che potrebbero interagire con le torri del Ponte”. Le faglie sotto il fondale non possono influenzare quelle in terraferma?
La “interconnessione” che sarebbe emersa da questo studio è in realtà un carattere di tutti i sistemi di faglia del globo e dipende dalle modalità con cui la crosta si deforma. Nel post su INGV Terremoti effettivamente si parla di “un sistema complesso di faglie interconnesse” ma come abbiamo detto, le faglie sono interconnesse e coesistenti per loro natura, e probabilmente più che di interconnessione si intendeva fare riferimento alla possibilità che tali faglie interagiscano tra loro, dinamicamente o solo passivamente.
Le interazioni dinamiche tra faglie attive sono oggetto di studio da molti decenni: la più ovvia forma di interazione è la generazione di aftershocks ("repliche" in italiano) dopo il verificarsi di un mainshock (scossa principale) come il terremoto del 1908. Le interazioni passive sono quelle per cui una faglia superficiale viene rimobilizzata (in modo non sismico) dal movimento sulla sottostante faglia profonda sismogenetica: qualcosa che nel 1908 è successo sicuramente, ma solo nel profondo delle acque dello Stretto.
E questi fenomeni non potrebbero avere un impatto su quelle nella terraferma?
Gli esperti in materia e i progettisti hanno escluso che esistano faglie con queste caratteristiche in prossimità delle fondazioni delle torri del Ponte. In sintesi, la fisica della deformazione crostale indica che le faglie sul fondale non possono influenzare quelle in terraferma, ma sia le prime che le seconde possono subire modeste riattivazioni per effetto della dislocazione lungo le faglie più profonde. Questo però può avvenire esclusivamente come effetto del prossimo forte terremoto nello Stretto.
Lo studio mostra comunque che ci sono ancora cose che non sappiamo della complessità geologica dell’area. Perché non le ritenete rilevanti?
Non tutte le informazioni potenzialmente ottenibili dai ricercatori sono rilevanti per la costruzione del Ponte. Data la complessità dei fenomeni geologici, esiste un limite informativo oltre il quale nuove informazioni di estremo dettaglio non modificano in alcun modo il quadro delle conoscenze necessario per la progettazione: fanno eccezione casi molto specifici, come ad esempio l’area delle due torri del Ponte, dove infatti negli anni sono state realizzate indagini geognostiche ad altissima risoluzione che hanno consegnato un quadro tridimensionale della natura e struttura del sottosuolo.
Le risposte complete fornite dalla società Stretto di Messina
In merito alla pubblicazione sulla rivista Tectonophisics dello studio “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab (Central Mediterranean)”, Stretto di Messina afferma che “E’ apparso sulla rivista il 26 Novembre 2025, circa tre mesi fa, e in quella occasione la società aveva già dichiarato che esso non ha alcun impatto sul Progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina, che è aggiornato ai più recenti studi geosismotettonici”. L’aggiornamento del progetto definitivo risale tuttavia al 2024, per cui è antecedente allo studio. Come è possibile quindi che tale studio, pubblicato successivamente, sia stato preso in considerazione?
Il nuovo studio fornisce risultati che dettagliano meglio fatti già noti da anni, seppure in modo meno accurato. La geologia è una scienza complessa, l’area dell’indagine è grande, e non tutte le informazioni potenzialmente ottenibili dai ricercatori sono rilevanti per la costruzione del Ponte. Ad esempio, capire la dinamica di funzionamento dell’Etna o l’evoluzione della porzione sottomarina dello Stretto sono fatti geologici interessanti, ma non rilevanti per il Ponte (quanto semmai per la sicurezza della popolazione, nel primo caso, o di eventuali condutture sottomarine, nel secondo caso). I grandi temi sono essenzialmente tre: (a) quali sono le sorgenti sismogenetiche – ovvero le grandi faglie profonde – in grado di generare terremoti abbastanza forti da impensierire l’opera; (b) se queste grandi faglie arrivano ad interessare la superficie, cosa non automatica, e se si spingono fino ad interagire con le torri e gli ancoraggi del Ponte; (c) qual è la natura delle rocce che si trovano sotto le torri e sotto le opere accessorie, come i viadotti, e se queste rocce sono in grado di sopportare il carico dell’opera finita.
A sua volta, lo studio in questione tratta essenzialmente tre temi: (a) il campo di sforzi tettonici nello Stretto sulla base della sismicità degli ultimi anni. Si tratta di un esercizio utile e opportuno ma che conferma sulla base di un maggior numero di dati quello che già si sapeva da tempo, ovvero che l’area dello Stretto si estende in direzione WNW-ESE, e che esistono un livello di sismicità crostale, entro i 20 km di profondità, e un livello molto più profondo; (b) l’esistenza di faglie attive sul fondo dello Stretto, e in particolare nell’area sovrastante la parte centrale della faglia che ha generato il terremoto del 1908. Anche questo dato è interessante, e conferma indirettamente la geometria di quella faglia, nota dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, ma non ha alcuna rilevanza per la pericolosità sismica dell’area, perché i forti terremoti sono generati da grandi faglie profonde, non da piccole faglie superficiali; (c) la geometria di dettaglio delle due faglie trasversali allo Stretto, la Ionian Fault a sud e la Capo Peloro Fault a nord; anch’esse già ipotizzate in studi precedenti ma ora meglio caratterizzate. Si tratta di due faglie abbastanza grandi che in effetti potrebbero generare terremoti significativi, comunque più piccoli del terremoto del 1908, ma questa possibilità è appena accennata nello studio. L’attenzione degli autori è rivolta piuttosto a documentare il ruolo geodinamico di queste faglie trasversali, sostenendo che l’esistenza della faglia del 1908 è un risultato della presenza di tali faglie. Questa conclusione è oggetto di un acceso dibattito scientifico, ma non altera in alcun modo le informazioni utili per definire la pericolosità sismica della zona.
Nel capitolo 3 gli autori sostengono che “…le osservazioni sismologiche e geodetiche indicano una faglia a basso angolo, orientata NNE-SSW e pendente a est, con una lunghezza stimata di circa 40-45 km).” La faglia citata è esattamente quella utilizzata nel Progetto Definitivo del 2011 aggiornato nel 2024: una faglia presente da molti anni nel database DISS dell’INGV, un riferimento indiscusso per la sismogenesi in Italia e del quale appena qualche mese fa è stata pubblicata una versione aggiornata.
Gli autori, quindi, descrivono la faglia esattamente come è nota ormai da decenni, concordando sul fatto che sia la faglia generatrice del terremoto del 1908, e come tale adottata da anni nel Progetto Definitivo del Ponte. Questa faglia appare vincolata dalla Ionian Fault a sud e dalla Capo Peloro Fault a nord, il che conferma ulteriormente la sua geometria e lunghezza, e quindi conferma anche la bontà della sua scelta come “faglia di progetto”. Inoltre, la lunghezza della faglia – circa 40-50 km – è perfettamente compatibile con la magnitudo 7.1 stimata per il terremoto del 1908, e coincide con la distanza in mappa tra i due sistemi trasversali (Capo Peloro e Ionian), rendendo estremamente improbabile che possa generare terremoti ancora più forti.
Il più forte terremoto avvenuto nell’area estesa dello Stretto, quello di Magnitudo 4.8 avvenuto nella notte del 13 aprile 2025, ha ulteriormente confermato questo quadro, come si legge nell’intervento “Si è mossa la Ionian Fault buone indicazioni per lo Stretto e per il Ponte”. Incidentalmente, quel terremoto ha anche ed opportunamente riacceso l’attenzione della popolazione sulla pericolosità sismica dell’area, che è e resta alta. A questo riguardo va ancora osservato che, poiché la Ionian Fault e la Capo Peloro Fault sono entrambe interamente in mare, la loro pericolosità resta comunque limitata, e il quadro della sismogenesi resta chiaramente dominato dalla sorgente del terremoto del 1908. Si ribadisce quindi che l’articolo non mette minimamente in discussione il quadro sismotettonico su cui è basato il Progetto definitivo del Ponte, ma anzi lo rafforza con solide osservazioni ottenute da un gruppo di ricerca che non include alcuno degli esperti che hanno collaborato alla stesura del progetto stesso. Nella Relazione del Progettista (2024) si riporta testualmente “il Progetto Esecutivo sarà quindi basato su una revisione quanto più completa della letteratura scientifica relativa al quadro geo-sismotettonico dell’area nonché sulle indicazioni tratte dalle banche dati del periodo successivo allo studio del Progetto Definitivo.” Questo vale evidentemente anche per lo studio in questione.
Scrivete che lo studio “si basa principalmente su ricerche condotte sul fondo marino, dunque non tratta neppure marginalmente le faglie che esistono in terraferma e che potrebbero interagire con le torri del Ponte”. Anche se le faglie studiate sono quelle sotto il fondale marino, l’interconnessione emersa da questo studio mostra come le faglie nell’area siano tutte interconnesse. Avete evidenze scientifiche sufficienti per essere certi che eventuali movimenti delle faglie sotto il fondale non possano avere ripercussioni anche su quelle nella terraferma?
Va premesso che i sistemi di faglia sono tridimensionali, anche se il geologo tradizionale ne osserva solo la traccia in superficie (quando c’è), e sono naturalmente gerarchizzati. Le faglie che generano i forti terremoti sono necessariamente profonde – quella che ha generato il terremoto del 1908 si ritiene si estenda tra 3 e 14 km circa di profondità – e non necessariamente arrivano in superficie, come avviene appunto per la faglia del 1908: ma la dislocazione lungo la faglia profonda causa deformazione di tutto il volume di crosta terrestre posto al di sopra di essa, generando faglie progressivamente più piccole e meno capaci di generare terremoti quanto più ci si avvicina alla superficie.
Quindi, la “interconnessione” che sarebbe emersa da questo studio è in realtà un carattere di tutti i sistemi di faglia del globo: un fatto che dipende dalle modalità con cui la crosta si deforma, e che i geologi tipicamente studiano nel corso di Geologia Strutturale e in altri corsi minori. Nel post su INGVTerremoti effettivamente si parla di “un sistema complesso di faglie interconnesse”: ma come abbiamo detto, le faglie sono interconnesse e coesistenti per loro natura, e probabilmente più che di interconnessione si intendeva fare riferimento alla possibilità che tali faglie interagiscano tra loro, dinamicamente o solo passivamente. Le interazioni dinamiche tra faglie attive sono oggetto di studio da molti decenni: la più ovvia forma di interazione è la generazione di aftershocks (repliche, in italiano) dopo il verificarsi di un mainshock (scossa principale) come il terremoto del 1908. Le interazioni passive sono quelle per cui una faglia superficiale viene rimobilizzata (in modo non sismico) dal movimento sulla sottostante faglia profonda sismogenetica: qualcosa che nel 1908 è successo sicuramente, ma solo nel profondo delle acque dello Stretto. Gli esperti in materia e i progettisti hanno infatti escluso che esistano faglie con queste caratteristiche in prossimità delle fondazioni delle torri del Ponte, anche sulla base delle relazioni scritte dai numerosi studiosi che si recarono ad osservare gli effetti in superficie di quel terremoto e come, peraltro, si evince dalle evidenze geomorfologiche di superficie.
In sintesi, la fisica della deformazione crostale indica che le faglie sul fondale non possono influenzare quelle in terraferma, ma sia le prime che le seconde possono subire modeste riattivazioni per effetto della dislocazione lungo le faglie più profonde; questo però può avvenire esclusivamente come effetto del prossimo forte terremoto nello Stretto.
Quali sono gli studi di riferimento?
Per quanto riguarda la natura del sottosuolo nelle aree di fondazione delle torri, il Progetto Definitivo del Ponte è corredato da oltre 300 elaborati geologici, frutto di ampia documentazione a varie scale tra cui circa 400 indagini puntuali, come sondaggi geologici, geotecnici e sismici.
Per quanto concerne invece il quadro geologico dell’area interessata dall’opera, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso la società Stretto di Messina ha realizzato numerose campagne geognostiche e geofisiche, che hanno restituito un modello geologico pienamente tridimensionale e di estremo dettaglio del sottosuolo, poi inserito nel più ampio contesto geologico dello Stretto di Messina. Per avere un’idea sul livello di approfondimento del modello geologico, per le sole aree della torre e del blocco di ancoraggio lato Calabria sono stati utilizzati campioni rocciosi provenienti da circa 80 sondaggi meccanici spinti a profondità comprese tra 50 e 120 m, con punte di circa 200 m. Ai sondaggi si aggiungono i risultati ottenuti attraverso almeno 15 indagini geofisiche (stendimenti sismici), particolarmente nelle aree marine nonché rilievi geologici e geomorfologici di superficie condotti alla scala 1:5.000, che hanno consentito di elaborare sezioni interpretative alla scala 1:2.000.
Nell’aggiornamento del quadro delle conoscenze completato nel 2024, la Relazione AMW 3000 – “Suolo e sottosuolo: aggiornamenti sulle pericolosità geologiche e idrogeologiche”, analizza in dettaglio il lavoro svolto nel 2011, integrandolo con gli studi effettuati sino alla data dell’aggiornamento, senza riscontrare nuovi elementi ostativi alla realizzazione dell’opera.
Lo studio mostra comunque che ci sono ancora cose che non sappiamo della complessità geologica dell’area. Perché non le ritenete rilevanti?
Nella premessa alla risposta alla prima domanda è stato ricordato che non tutte le informazioni potenzialmente ottenibili dai ricercatori sono rilevanti per la costruzione del Ponte. Data la complessità dei fenomeni geologici, esiste un limite informativo oltre il quale nuove informazioni di estremo dettaglio non modificano in alcun modo il quadro delle conoscenze necessario per la progettazione: fanno eccezione casi molto specifici, come ad esempio l’area delle due torri del Ponte, dove infatti negli anni sono state realizzate indagini geognostiche ad altissima risoluzione che hanno consegnato un quadro tridimensionale della natura e struttura del sottosuolo.
Ribadiamo che lo studio si è concentrato su alcuni aspetti della deformazione attiva nello Stretto di Messina e zone circostanti, ma non si è interessato specificamente al terremoto del 1908, né alla pericolosità sismica delle faglie analizzate, preferendo piuttosto esplorare la loro genesi. Come si è già detto, alcuni aspetti dello studio sono rilevanti perché costituiscono un affinamento delle conoscenze che rafforza ipotesi precedentemente avanzate da altri autori, e come tali questi aspetti verranno certamente inclusi nel Progetto Esecutivo dell’opera: ma non mettono minimamente in discussione i fondamenti del quadro sismotettonico su cui è basato il Progetto Definitivo del Ponte.
Molti geologi non condannano in sé il progetto ma dicono che servono altri studi che forniscano un quadro più esaustivo e completo. Qual è la vostra posizione in merito?
È necessario che le critiche e le segnalazioni siano concrete e non solo generiche e strumentali, come sostenere che sia necessario condurre “… un'analisi mesostrutturale a tappeto su migliaia di dati” e che devono essere rivisti “… i modelli di deformazione”. Quanto al primo punto, andrebbe prima spiegato dove esattamente reperire questi dati: un’analisi mesostrutturale si conduce su piani di faglia o di frattura esposti all’osservazione del geologo, ma nelle due aree intorno alle torri del Ponte nessuno ha mai mostrato rotture fragili in un articolo scientifico. Inoltre, una analisi mesostutturale serve a determinare un campo di sforzo tettonico, e solo se le faglie analizzate sono giovanissime si potrà assumere che quel campo è attivo oggi. Ma il campo di sforzi attivo oggi nello Stretto è ben noto dagli studi sulla sismicità come quello presentato nello studio oggetto di queste note, oltre che dalle deformazioni documentate dagli strumenti GPS e dagli studi sul terremoto del 1908; conoscerlo in un dettaglio ancora maggiore, ammesso che sia possibile, non porta alcuna informazione utile sulla pericolosità dell’area.
Quanto al secondo punto, altrettanto andrebbe spiegato cosa si intende per “modelli di deformazione”, che è una espressione estremamente vaga, e perché tali modelli dovrebbero essere rivisti. Nel Progetto Definitivo sono riportati modelli di deformazione osservata, attesa, alla scala dell’intero Stretto, alla scala delle singole torri; e ci sono modelli interpretativi, modelli crostali, e persino modelli analogici, ottenuti simulando la deformazione attesa di un dato volume crostale sottoponendo a compressione o estensione dei blocchi di argilla opportunamente progettati. Sono tutti modelli che possono essere ricalcolati oggi ottenendoli pressoché identici a se stessi; ma è abbastanza evidente che chi parla di rivederli in effetti non sa di cosa sta parlando.
Dal punto di vista della sismogenesi lo Stretto di Messina, grazie alle indagini relative alla progettazione del Ponte, è certamente una delle aree più studiate del mondo, sebbene non sia in assoluto l’area a maggior pericolosità sismica del nostro pianeta. Regioni a pericolosità sismica decisamente più alta dello Stretto di Messina, come la Turchia nord-occidentale, la Bay Area nella California centrale e varie aree del Giappone, ospitano da decenni – nel caso del Golden Gate Bridge da quasi un secolo – ponti sospesi di grande luce.
I ponti sospesi, per loro natura, non temono i terremoti. E sebbene, come detto, il potenziale sismogenetico dello Stretto di Messina non sia tale di produrre terremoti superiori a 7.1, il ponte sullo Stretto è progettato per restare in campo elastico a seguito di eventi di magnitudo anche superiori a tale soglia.