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Incidente a Fukushima, operatori entrano in contatto con l’acqua radioattiva: ecco cosa rischiano

L’incidente è avvenuto durante le operazioni di pulizia del sistema di filtraggio dell’acqua radioattiva dopo il secondo sversamento nel Pacifico: un tubo si è staccato accidentalmente e il refluo è fuoriuscito, schizzando alcuni lavoratori. Due sono stati portati in ospedale.
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A cura di Valeria Aiello
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Operatori della centrale nucleare di Fukushima / Getty
Operatori della centrale nucleare di Fukushima / Getty

Sono quattro i lavoratori della centrale nucleare di Fukushima che sono entrati a contatto con l’acqua utilizzata per raffreddare il materiale nucleare dopo il terremoto-tsunami che nel 2011 distrusse l’impianto. L’incidente è avvenuto mercoledì, pochi giorni dopo lo sversamento in mare di un secondo lotto di acque, durante le operazioni di pulizia del sistema di filtraggio: uno dei tubi del sistema si è accidentalmente staccato e l’acqua radioattiva presente all’interno del condotto è fuoriuscita, schizzando due dei cinque operatori impegnati nella manutenzione. Altri due sono stati contaminati mentre stavano pulendo la fuoriuscita.

Lavoratori schizzati dall’acqua della centrale di Fukushima

Due dei quattro operatori entrati in contatto con l’acqua di Fukushima sono stati portati in ospedale per precauzione. Secondo quanto comunicato da un portavoce della Tokyo Electric Power Company (TEPCO), la società giapponese che gestisce la centrale nucleare, il livello di radiazioni nei due uomini ricoverati è pari o superiore ai 4 becquerel per centimetro quadrato (Bq/cm2), una soglia considerata sicura. “Ci è stato detto che le condizioni dei due lavoratori ricoverati in ospedale sono stabili” ha affermato il portavoce. Entrambi rimarranno in ospedale per “circa due settimane” per gli opportuni controlli.

L’incidente ha riportato l’attenzione sui pericoli del processo di smantellamento dell’impianto, dove in dodici anni sono stati accumulati oltre 1,34 milioni di tonnellate di acqua contaminata. Il suo sversamento nel Pacifico, avvallato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ha lo scopo di liberare spazio in vista della successiva rimozione del combustibile radioattivo e delle macerie dei tre reattori.

A detta dell’AIEA, il rilascio della acque nell’oceano ha “un impatto radiologico trascurabile per la salute umana e l’ambiente” in quanto l’intero processo prevede la rimozione di tutti gli elementi radioattivi (inclusi gli isotopi del celsio e dello stronzio) ad eccezione del trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno. Per ridurre la concentrazione di trizio a livelli inferiori ai limiti fissati per l’acqua potabile, il refluo viene diluito con acqua di mare e controllato prima dello sversamento.

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L’incidente di mercoledì aggiunge tuttavia il timore che in futuro possano verificarsi nuove perdite durante l’intero processo, che possano riguardare condutture a monte del sistema di filtraggio e diluizione.

Cosa c’è nell’acqua di Fukushima e quali sono i rischi per la salute

L’acqua utilizzata per raffreddare quanto rimasto dopo l’incidente nucleare del 2011 è contenuta in oltre 1.000 serbatoi stipati nel cantiere di bonifica dell’impianto di Fukushima. Prima dello sversamento in mare, viene trattata con uno speciale sistema di filtraggio chimico, chiamato ALPS (acronimo di Advanced Liquid Processing System) per rimuovere i contaminanti radioattivi, come carbonio-14, stronzio-90 e iodio-129, e successivamente diluita per ridurre la concentrazione di trizio, molto difficile da contenere in quanto sostituisce gli atomi di idrogeno nelle molecole d’acqua.

Secondo i dati della TEPCO, la diluizione delle acque trattate con ALPS fa in modo che i livelli di trizio scendano a una concentrazione di 1.500 becquerel per litro (Bq/L), circa sei volte inferiore al limite fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’acqua potabile (10.000 Bq/L) e quaranta volte inferiore allo standard di sicurezza nipponico (60.000 Bq/L).

Riguardo però a quanto accaduto mercoledì, la TEPCO non ha specificato il punto esatto in cui si è verificato l’incidente, spiegando che il tubo che si è staccato era uno di quelli del sistema di filtraggio del refluo, ma non precisando se a monte o a valle del sistema stesso. I livelli di contaminazione rilevati nei due operatori ricoverati in ospedale, pari o superiori a 4 Bq/cm2 come comunicati dalla TEPCO, farebbero tuttavia supporre che la fuoriuscita si sia verificata a valle.

In tal caso, potrebbe trattarsi di acque contenenti trizio ma non ancora diluite, le cui radiazioni (emissioni beta) hanno un’energia molto inferiore a quella di altri isotopi radioattivi, ma comunque dannosa per la salute umana se alte dosi di questo isotopo vengono ingerite, inalate o assorbite attraverso la pelle. Il trizio ha infatti il potenziale per danneggiare le cellule e il DNA, causando danni sia al tessuto epiteliale sia a quello subepiteliale, che variano anche a seconda di fattori come appunto la dose di radiazione, il tasso di esposizione e la parte del corpo esposta.

In generale, i sintomi della contaminazione da radiazioni possono essere locali (ad esempio ustioni) o sistemici (sindrome acuta da radiazioni) e riguardare il sistema nervoso centrale, l’apparato gastrointestinale e/o le componenti cellulari del sangue.

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