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Covid 19

Il vaccino Covid non aumenta il rischio di miocardite, infarto e altre malattie: lo studio italiano

Uno studio di coorte italiano ha dimostrato che, rispetto ai non vaccinati, i vaccinati contro la Covid non hanno un rischio superiore di miocardite, infarto, ictus, trombosi e altre malattie. La ricerca è durata 18 mesi e ha coinvolto l’intera provincia di Pescara.
A cura di Andrea Centini
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Ricercatori italiani hanno dimostrato che il vaccino anti Covid non provoca alcun aumento nella frequenza delle patologie cardiache, cerebrali e vascolari. In altri termini, chi ha ricevuto la vaccinazione contro il coronavirus SARS-CoV-2 non ha – rispetto a chi non si è vaccinato – un rischio superiore di sviluppare infarto del miocardio, pericardite, ictus, miocardite, arresto cardiaco, emobolia polmonare, trombosi venosa profonda e altre gravi condizioni. I risultati, come quelli di altre recenti indagini, “distruggono” la narrazione dei cosiddetti no vax, che sui social network continuano ad attribuire malori e decessi improvvisi – presenti sin dalla notte dei tempi – al vaccino anti Covid, senza mostrare alcun dato statistico a sostegno delle proprie affermazioni.

A condurre il nuovo studio è stato un team di ricerca tutto italiano guidato da scienziati dell'Università di Bologna, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Scienze Ambientali e della Prevenzione dell'Università di Ferrara e dell'Azienda Sanitaria Locale (ASL) di Pescara. I ricercatori, coordinati dal professor Lamberto Manzoli, docente e medico epidemiologo presso il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell'ateneo bolognese, sono giunti alla loro conclusione dopo aver condotto un approfondito studio di coorte sull'intera popolazione della provincia di Pescara.

Partendo dai dati ufficiali del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), il professor Manzoli e colleghi hanno valutato l'incidenza tra gennaio 2021 e luglio 2022 di decessi e ricoveri dovuti a un'ampia serie di malattie: fra esse “infarto del miocardio, insufficienza cardiaca acuta, ictus ischemico, ictus emorragico, aneurisma aortico, aneurisma dell'arteria periferica, arresto cardiaco, dissezione coronarica, trombosi venosa profonda, embolia polmonare, miocardite, pericardite e qualsiasi PVR-SAE (acronimo di eventi avversi gravi potenzialmente correlati al vaccino NDR)”, come indicato nello studio. Hanno incrociato questi dati con lo status vaccinale dei partecipanti e hanno così potuto determinare quale fosse il rischio delle suddette malattie sia nella popolazione vaccinata che in quella non vaccinata.

Durante il periodo di follow-up di 18 mesi si sono verificati 5743 decessi, mentre poco più di 2.000 persone sono state ricoverate per eventi avversi gravi potenzialmente correlati al vaccino. Dall'indagine statistica è emerso chiaramente che tra i circa 260mila partecipanti vaccinati non è stato osservato alcun aumento del rischio di morte per tutte le cause, per le condizioni mediche oggetto di studio e per qualunque PVR-SAE rispetto alla popolazione di non vaccinati (composta da poco più di 56mila persone). “I risultati che abbiamo ottenuto mostrano in modo netto che tra i vaccinati non c'è stato un aumento di rischio di malattie gravi”, ha dichiarato il professor Manzoli in un comunicato stampa. “Vi sono stati casi isolati negativi, ma il profilo di sicurezza dei vaccini utilizzati durante la pandemia è stato confermato: sarà ora importante continuare il follow-up su un periodo più lungo”, ha aggiunto l'epidemiologo, sottolineando l'importanza di verificare la sicurezza del vaccino Covid anche sul lungo periodo. Del resto la tecnologia a mRNA dei vaccini di Pfizer e Moderna (quelli principalmente utilizzati in Italia) è nuova, dunque è giusto e doveroso indagare a fondo. Al momento, comunque, gli studi confermano ampiamente la sicurezza dimostrata durante i trial clinici pre e post approvazione.

Lo studio ha anche evidenziato che le persone vaccinate che hanno contratto la COVID-19 risultano più protette dal coronavirus SARS-CoV-2 rispetto agli infettati non vaccinati. È stato evidenziato anche un dato curioso, ovvero una maggiore incidenza delle patologie oggetto di studio in chi ha ricevuto solo una o due dosi di vaccino Covid, rispetto a chi aveva tre o più dosi. La ragione, come spiegato dal professor Manzoli, risiede in un “bias epidemiologico” (una distorsione statistica) dovuto alle restrizioni durante la pandemia. “I dati raccolti mostrano che l’83,2% delle persone vaccinate che non ha contratto il COVID-19 ha ricevuto almeno tre dosi di vaccino: chi ha ricevuto solo una o due dosi non ha completato il ciclo vaccinale o perché è deceduta o perché è stata scoraggiata dall’insorgenza di una malattia”, ha chiosato lo scienziato. I dettagli della ricerca “COVID-19 Vaccination Did Not Increase the Risk of Potentially Related Serious Adverse Events: 18-Month Cohort Study in an Italian Province” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Vaccines.

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