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“Il rischio chikungunya è maggiore di quanto stimato finora”: i nuovi dati per l’Italia sulla malattia virale

Un nuovo studio ha evidenziato che quasi tutta l’Europa è minacciata dal virus Chikungunya, molto più di quanto si fosse stimato finora e per un periodo anche più lungo. Cosa sappiamo sul rischio in Italia.
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Fino a qualche anno fa la chikungunya, una malattia virale trasmessa dalla puntura di alcune specie di zanzare infette, nello specifico la zanzara tigre (Aedes albopictus), era una patologia limitata alle regioni tropicali del mondo, come Africa, Asia e sud-ovest dell'Oceano Indiano, regioni dove quella specie di zanzara è presente stabilmente. Questa malattia causa febbre e dolori articolari anche molto intensi, "chikungunya" in lingua swahili significa infatti “ciò che contorce". Sebbene nella maggior parte dei casi, l'infezione tenda a risolversi del tutto, a volte il dolore alle articolazioni può persistere molto più a lungo. In questo approfondimento abbiamo spiegato quali sono i sintomi e come si trasmette.

Negli ultimi anni però le cose sono cambiate e il numero di casi di chikungunya sono aumentati anche al di fuori di questi Paesi. Soprattutto nel 2025 è stato registrato un aumento allarmante dei casi in tutta Europa, non solo di importazione – ovvero persone che hanno contratto il virus in viaggio – ma anche autoctoni, indice del fatto che la zanzara vettore è presente nel luogo dove sono stati registrati i casi. È successo anche in Italia: nel 2025 sono stati segnalati 472 casi, la maggior parte in Emilia-Romagna, molti di più delle poche decine segnalate nel 2024, sebbene dai primi anni 2000 si sono verificati diversi focolai in più regioni.

Lo studio sul rischio chikungunya

Oggi un nuovo studio del Centre for Ecology & Hydrology del Regno Unito conferma gli avvertimenti segnalati da qualche mese dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms): "Il virus chikyungunya rappresenta una minaccia per la salute in Europa maggiore di quanto si pensasse in precedenza, perché può diffondersi anche quando le temperature dell'aria scendono a soli 13°C".

I ricercatori sono giunti a questa conclusione dopo aver studiato come si comporta la zanzara tigre, ovvero la specie Aedes albopictus, anche in base alla temperatura, analizzando il rischio di chikungunya in tutta Europa. Hanno scoperto che molti più Paesi in Europa di quelli che si aspettavano sono esposti al rischio di trasmissione del virus, nei casi più estremi anche per cinque/sei mesi l'anno.

Se infatti finora si riteneva che il virus per diffondersi avesse bisogno di temperature almeno di 16/18°C, i ricercatori hanno oggi scoperto che in realtà questo rischio è reale anche a temperature più basse, già a 13-14 gradi. "Ciò significa – spiegano gli autori – che esiste il rischio di epidemie locali di chikungunya in più aree e per periodi più lunghi di quanto si pensasse in precedenza".

Come si diffonde il virus

Nelle regioni in cui il virus non è ancora endemico, sono due i fattori principali che stanno contribuendo alla diffusione del virus. Da una parte i viaggi su scala globale stanno favorendo l'arrivo di specie non autoctone in diverse aree del mondo, dall'altra l'aumento delle temperature medie dovuto alla crisi climatica crea condizioni più favorevoli alla sopravvivenza e proliferazione delle zanzare tigri. Questo graduale aumento delle temperature in Europa sta spingendo la zanzara tigre sempre più a nord in Europa.

Non solo, il clima più caldo – spiegano i ricercatori – aumenta anche la velocità di replicazione dei virus nel corpo di un insetto e quindi il rischio di trasmissione. In sostanza succede questo: le persone contraggono il virus durante un viaggio in un paese in cui il virus è presente, quando rientrano vengono punte dalle zanzare tigri presenti, che così si infettano e diventano a loro volta vettori che possono infettare attraverso la puntura altre persone.

Quali sono i Paesi a rischio: la situazione dell'Italia

A fronte di questo nuovo dato, ovvero la possibilità delle zanzare di diffondere il virus anche a temperature di 13°C, suggerisce che il virus potrebbe trasmettersi "in gran parte dell'Europa nel periodo luglio-agosto", quindi per un periodo di due/tre mesi. Tuttavia, nei Paesi dell'Europa meridionale, la finestra temporale di rischio trasmissione si estende anche a quattro/sei mesi e in in alcune aree può persistere da marzo a novembre.

Da quello che possiamo dedurre guardando il grafico elaborato dagli autori, nella maggior parte dell'Italia il rischio di trasmissibilità del virus rimane attivo per una finestra temporale di quattro/cinque mesi. Il numero di mesi di rischio aumenta man mano che ci spostiamo dall'entroterra verso le coste. Ad esempio il rischio più contenuto si registra nelle aree più interne del centro Italia, qui infatti dura uno/due mesi, ma nella maggior parte del Paese è compreso tra tre e quattro mesi, con aree, soprattutto quelle più vicine alle coste, dove può arrivare fino a cinque/sei mesi.

A fronte di queste evidenze, i ricercatori invitano le autorità locali ad aggiornare i propri piani di sorveglianza in base a quanto scoperto. Come aveva segnalato qualche mese fa l'Oms, in aree in cui il virus non è tradizionalmente presente il rischio di diffusione può essere aggravato da diversi fattori, tra cui "la limitata immunità della popolazione in aree precedentemente non colpite".

Centre for Ecology & Hydrology del Regno Unito | Immagine dallo studio che mostra i mesi di rischio in Europa
Centre for Ecology & Hydrology del Regno Unito | Immagine dallo studio che mostra i mesi di rischio in Europa
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