Il misterioso gigante di 400 milioni di anni fa potrebbe essere una forma di vita sconosciuta

Un misterioso gigante di 400 milioni di anni fa, appartenente al genere Prototaxites e noto per i suoi fossili alti fino a 8 metri, potrebbe rappresentare una forma di vita diversa da qualsiasi organismo conosciuto. È quanto suggerisce un nuovo studio pubblicato su Science Advances da un team internazionale di ricercatori, che ha analizzato un esemplare eccezionalmente ben conservato proveniente dal famoso Rhynie Chert, in Scozia, una delle più importanti finestre fossili sul Devoniano inferiore. Secondo gli autori, la chimica e la struttura cellulare del fossile non coincidono con quelle dei funghi, l’ipotesi più accreditata finora.
“Nei libri e nei manuali di anatomia dei funghi viventi non troviamo strutture di questo tipo” spiega il dottor Alexander “Sandy” Hetherington, paleobotanico dell’Università di Edimburgo e co-autore dello studio. Le minuscole strutture tubolari osservate al microscopio, aggiunge il team, si ramificano e si fondono in modi incompatibili con le ife fungine e mostrano pareti a bande che ricordano, per certi aspetti, le piante vascolari.
Anche la firma chimica racconta una storia diversa. Le analisi molecolari indicano che i resti di Prototaxites sono privi dei composti tipici della degradazione di chitina e glucano, molecole strutturali fondamentali nei funghi. “Questo fossile risulta chimicamente distinto dai funghi contemporanei” scrivono gli autori, suggerendo che si tratti di un organismo eucariotico appartenente a una linea evolutiva completamente scomparsa.
Un gigante di 400 milioni di anni fa che sfida la classificazione della vita
Il nuovo fossile è stato scoperto nelle Highlands scozzesi, incastonato nella selce di Rhynie, una formazione rocciosa risalente a circa 407 milioni di anni fa. A quel tempo, l’area che oggi corrisponde al Regno Unito si trovava vicino all’equatore ed era caratterizzata da ambienti ricchi di sorgenti termali, simili a quelli di Yellowstone. L’acqua carica di silice ha permesso una conservazione straordinaria di piante primitive, funghi, artropodi e altri organismi.

In questo contesto, il reperto analizzato dal team di Edimburgo si presentava inizialmente come una macchia grigiastra, più piccola di una lattina, difficile da interpretare. “Non avevo assolutamente idea di cosa fosse” racconta Hetherington. Solo l’osservazione microscopica ha rivelato le masse di tubuli intrecciati tipiche dei fossili attribuiti a Prototaxites.
Negli ultimi decenni, alcuni studiosi avevano proposto che queste strutture fossero ife fungine, mentre altri avevano ipotizzato un organismo simbiotico simile a un lichene, basandosi sulla presenza di macchie sferiche scure. Ma il nuovo esemplare non mostra caratteristiche compatibili con un lichene. Secondo i ricercatori, quelle macchie potrebbero invece rappresentare aree di scambio di gas o nutrienti con l’acqua, in modo non dissimile dalla funzione degli alveoli nei polmoni.
Lo studio pubblicato su Science Advances non chiude definitivamente il caso, ma riduce drasticamente le possibilità. Come sintetizzano gli autori nell’abstract, restano due sole ipotesi plausibili: Prototaxites era un fungo — ma le prove strutturali e chimiche lo rendono sempre meno probabile — oppure apparteneva a una linea evolutiva eucariotica oggi completamente estinta, senza equivalenti moderni. In entrambi i casi, il gigante del Devoniano continua a ricordarci quanto la storia della vita sulla Terra sia stata più ricca e sperimentale di quanto suggeriscano le forme attuali.
Per testare l’ipotesi fungina, il team ha combinato analisi microscopiche, chimiche e computazionali. Il paleontologo Corentin Loron, co-autore dello studio, ha raccolto dati spettrali da 87 campioni di selce di Rhynie e ha addestrato un algoritmo di apprendimento automatico a riconoscere le impronte chimiche di Prototaxites, dei funghi e di altri gruppi di organismi fossili. Il risultato è stato netto: l’algoritmo ha classificato Prototaxites come distinto da tutti gli altri gruppi analizzati.
Le conclusioni si inseriscono in un dibattito aperto da oltre 165 anni, da quando questi fossili furono descritti per la prima volta nel 1859.
Le conclusioni si inseriscono in un dibattito aperto da oltre 165 anni, da quando questi fossili furono descritti per la prima volta nel 1859. “Se si trattava di un fungo, era una linea davvero strana” aveva scritto nel 2022 il biologo evoluzionista Matthew Nelsen, del Field Museum of Natural History, confessando che il problema lo “tormentava da molto tempo”. A suo giudizio, Prototaxites è “qualcosa di davvero selvaggio che si rifiuta di adattarsi perfettamente a qualsiasi gruppo”.