Il farmaco che può ridurre del 30% il rischio di infarto nei diabetici: lo studio del Mass General Brigham

Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nei Paesi occidentali, Italia compresa, come conferma l'Istituto Superiore di Sanità (ISS). Ecco perché lo sviluppo di nuove terapie in grado di ridurre i fattori di rischio di queste patologie è tra gli obiettivi primari della ricerca scientifica. Tra i risultati più recenti in questo ambito, uno studio del Mass General Brigham, un importante centro di ricerca medica del Massachusetts, ha appena scoperto che nei pazienti con diabete una terapia mirata – finora utilizzata per ridurre i livelli di colesterolo LDL (quello comunemente noto come "colesterolo cattivo") nelle persone con aterosclerosi – potrebbe ridurre fino al 31% il rischio di eventi cardiocircolatori gravi, tra cui quello di infarto.
Lo studio
La presenza di diabete – come spiega anche la Fondazione Humanitas – è un noto fattore di rischio degli eventi coronarici, tra cui cardiopatia ischemica e infarto. Nelle persone affette da diabete questi eventi sono infatti fino a quattro volte più frequenti rispetto al resto della popolazione. Allo stesso modo l'ipercolesterolemia, ovvero livelli alti di colesterolo cattivo, aumenta il rischio di aterosclerosi, ovvero di accumulo di placche all'interno delle arterie, e quindi di andare incontro a ischemie o infarti.
Per i pazienti con alti livelli di colesterolo esiste un farmaco, nello specifico un anticorpo monoclonale (evolocumab), che riesce a ridurre drasticamente la presenza di colesterolo LDL, anche fino al 60% in meno. Tuttavia – spiegano i ricercatori – questo farmaco, così come altre terapie intensive per la riduzione del colesterolo, è riservato solo alle persone che già presentano aterosclerosi, invece in questo studio i ricercatori del Mass General Brigham hanno voluto testarne gli effetti in un gruppo di 3.655 persone senza aterosclerosi, ma con diabete ad alto rischio, ovvero presente da più di dieci anni e che rende necessaria la somministrazione quotidiana di insulina o è associato a una malattia microvascolare.
Gli effetti della terapia con evolocumab
Per farlo i ricercatori hanno diviso i partecipanti in due gruppi: il primo ha ricevuto iniezioni di evolocumab ogni due settimane, il secondo un farmaco placebo, ma entrambi hanno continuato le terapie tradizionali per tenere a bada i livelli di colesterolo cattivo.
Dopo cinque anni di monitoraggio i ricercatori hanno visto che nei partecipanti del gruppo trattato con il farmaco monoclonale il rischio di andare incontro, per la prima volta, a un evento come cardiopatia coronarica, infarto miocardico o ictus ischemico era inferiore del 31,1% rispetto al gruppo che aveva seguito soltanto la terapia tradizionale con placebo, mentre gli eventi avversi si sono verificati con una frequenza più o meno simile tra i due gruppi, un dato che indica – spiegano gli autori – che il farmaco è ben tollerato.
Ora il prossimo obiettivo sarà verificare se questi benefici rispetto al rischio di infarti ed eventi simili potrebbero essere replicati anche in altri gruppi ad alto rischio per altre condizioni di salute, ma senza aterosclerosi. Si tratta in ogni caso di risultati significativi che, secondo Nicholas A. Marston, cardiologo del Mass General Brigham Heart and Vascular Institute, "dovrebbero cambiare il nostro approccio alla prevenzione di infarti, ictus e malattie cardiache nei pazienti senza aterosclerosi significativa nota".