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Cambiamenti climatici

Il caldo record sta condannando i coralli al peggior sbiancamento di sempre

La percentuale di barriera corallina che soffre lo stress da calore sta aumentando di circa l’1% alla settimana, innescando un evento globale di sbiancamento che ora rischia di superare il picco del 2017.
A cura di Valeria Aiello
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Lo sbiancamento dei coralli (Acropora spp.) nella Grande Barriera corallina / Credit: Roff, Wikipedia
Lo sbiancamento dei coralli (Acropora spp.) nella Grande Barriera corallina / Credit: Roff, Wikipedia
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Il caldo record sta condannando le barriere coralline al peggior sbiancamento mai registrato su scala planetaria. La percentuale di coralli che soffre lo stress da calore sta aumentando di circa l’1% alla settimana, come confermato dagli scienziati della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia scientifica statunitense che monitora le condizioni oceaniche ed atmosferiche. Il fenomeno si sta estendendo ad ampie aree degli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano, innescando un evento globale (il quarto a livello mondiale e il secondo negli ultimi dieci anni) che ora rischia di superare il precedente picco del 2017, quando più del 56% delle barriere coralline del pianeta subì uno stress termico sufficientemente elevato da causare lo sbiancamento.

Cos’è lo sbiancamento dei coralli e qual è la causa

Lo sbiancamento dei coralli (coral bleaching) è un processo durante il quale i coralli diventano bianchi a causa della perdita di alghe simbiotiche e pigmenti fotosintetici. Tale perdita può essere dovuta a vari fattori di stress, come una temperatura dell’acqua troppo calda, la carenza di luce o sostanze nutritive, sebbene lo stress da calore, quale conseguenza dell’aumento delle temperature delle acque oceaniche determinato dal cambiamento climatico, sia la causa principale.

Mentre gli oceani del mondo continuano a riscaldarsi, lo sbiancamento dei coralli sta diventando sempre più frequente e grave – spiega Derek Manzello, coordinatore del Coral Reef Watch (CRW), il programma di monitoraggio e previsione degli impatti climatici sulle barriere coralline di tutto il mondo promosso dalla NOAA – . Quando questi eventi sono sufficientemente gravi o prolungati, possono causare la morte dei coralli, danneggiando le persone che dipendono dalle barriere coralline per il loro sostentamento”.

Lo sbiancamento dei coralli, soprattutto su scala diffusa, ha un infatti impatti non solo sull’ecosistema marino, la perdita di biodiversità e l’abbondanza di pesci, ma si riflette sulle economie che dipendono dalla pesca, quindi sui mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare. Un evento di sbiancamento, d’altra parte, non implica necessariamente che i coralli moriranno. “Se lo stress che guida lo sbiancamento diminuisceevidenzia la NOOA – i coralli possono riprendersi e le barriere coralline potranno continuare a fornire i servizi dell’ecosistema su cui tutti facciamo affidamento”.

Le previsioni, in considerazione della frequenza e dell’intensità del riscaldamento delle acque oceaniche, non sono tuttavia rassicuranti. Gli ultimi 12 mesi sono stati i più caldi mai registrati e le temperature globali della superficie del mare hanno raggiunto livelli record a febbraio e nuovamente a marzo. Sempre a febbraio, gli scienziati del programma CRW della NOAA hanno aggiunto tre nuovi livelli di allerta alle mappe di monitoraggio del coralli, per consentire agli scienziati di valutare il riscaldamento sottomarino.

Lo sbiancamento dei coralli ora rischia di essere il peggiore mai registrato

I dati suggeriscono che il nuovo evento globale di sbiancamento dei coralli, il quarto mai registrato e il secondo degli ultimi 10 anni, rischia di trasformarsi nel peggiore di sempre. “Dal febbraio 2023 all’aprile 2024, è stato documentato un significativo sbiancamento dei coralli sia nell’emisfero settentrionale sia in quello meridionale di ciascun principale bacino oceanico” ha evidenziato Manzello, precisando che lo sbiancamento è stato confermato in ampie aree dell’Atlantico (in tutti i tropici, inclusi Caraibi, Florida, Brasile), del Pacifico tropicale orientale (compresi Messico, El Salvador, Costa Rica Panama e Colombia), nella Grande Barriera corallina in Australia, nel Pacifico meridionale (Fiji, Vanuatu, Tuvalu, Kiribati, Samoa e Polinesia francese) e nell’Oceano Indiano (Mar Rosso, compreso il Golfo di Aqaba, il Golfo Persico e il Goldo di Aden).

La NOAA – precisa l’Agenzia – ha ricevuto conferma di uno sbiancamento diffuso anche in altre aree del bacino dell’Oceano Indiano, tra cui Tanzania, Kenya, Mauritius, Seychelles, Tromelin, Mayotte e al largo della costa occidentale dell’Indonesia”.

La situazione è stata peggiorata dagli effetti de El Nino, il fenomeno di riscaldamento dell’oceano Pacifico, che in aggiunta allo stress termico dovuto al riscaldamento globale ha già portato più del 54% delle aree di barriera corallina a subire un evento di sbiancamento nell’ultimo anno. Con il concreto rischio, ha precisato Manzello, che venga presto superato il picco raggiunto nel 2017, quando il fenomeno interessò il 56% dei coralli globali, perché “la percentuale di barriera corallina che soffre lo stress da calore sta aumentando di circa l’1% alla settimana”.

In precedenza, nel 1998, quando è stato registrato il primo evento di sbiancamento, il fenomeno ha interessato il 20% delle barriere coralline, seguito da un secondo evento, nel 2010, che ha riguardato il 35% dei coralli, e un terzo, dal 2014 al 2017, che è culminato con il picco del 56%.

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