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Fisico di Harvard afferma di aver trovato possibili frammenti di un’astronave aliena nel Pacifico

Durante una recente spedizione nel Pacifico sono state recuperate piccole sfere metalliche che, secondo il fisico teorico Avi Loeb dell’Università di Harvard, potrebbero essere frammenti di una nave spaziale o di una sonda interstellare aliena.
A cura di Andrea Centini
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Credit: NewsNation/Youtube
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Il professor Abraham “Avi” Loeb, un illustre fisico teorico della prestigiosa Università di Harvard, ha affermato di aver trovato possibili frammenti di una nave spaziale aliena sul fondo dell'Oceano Pacifico. Potrebbe sembrare una storia assurda, una fake news impacchettata sotto la calura estiva, ma lo scienziato – che è stato il più longevo direttore del Dipartimento di Astronomia presso l'esclusivo ateneo – lo ha ribadito in più interviste e si è detto piuttosto sicuro della natura peculiare e artificiale del materiale recuperato. Nello specifico, la sua squadra ha raccolto una cinquantina di sferule metalliche con un diametro di circa mezzo millimetro ciascuna, la cui composizione “è anomala rispetto alle leghe prodotte dall'uomo, agli asteroidi noti e alle fonti astrofisiche familiari”, ha spiegato Loeb al quotidiano britannico Daily Mail.

Il recupero di questi frammenti è intimamente connesso con il passaggio di Oumuamua, il famoso “sigaro interstellare” individuato nel Sistema solare nel 2017. Questo oggetto, probabilmente un asteroide anomalo, fece sobbalzare dalla sedia numerosi astronomi a causa della traiettoria orbitale molto peculiare e per la forma piatta e allungata. Dai calcoli è infatti emerso che non faceva parte del nostro Sistema, ma proveniva dallo spazio profondo. Per le sue caratteristiche insolite si è pensato potesse essere realmente un'astronave aliena aliena in viaggio, ma analisi successive hanno praticamente confermato l'origine naturale e non artificiale di Oumuamua. Loeb e altri studiosi, tuttavia, non sono mai stati convinti e hanno deciso di indagare a fondo su altri visitatori interstellari, alla ricerca di indizi.

Scandagliando il database del Center for Near Earth Object Studies (CNEOS) della NASA, il fisico teorico ha trovato particolarmente interessanti per la sua "caccia" i dati di CNEOS 20140108, una meteora intercettata dai sensori del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nel 2014. L'oggetto spaziale si manifestò nel cielo come una palla di fuoco e scomparve sull'Oceano Pacifico. I calcoli sulla traiettoria hanno fatto emergere che l'oggetto proveniva dallo spazio profondo e non dal nostro sistema; non a caso gli astronomi l'hanno classificato col nome di IM1, sigla che sta a indicare meteora interstellare numero 1. Dopo aver analizzato nel dettaglio l'orbita dell'oggetto, il professor Loeb ha deciso di organizzare una spedizione nell'Oceano Pacifico (al largo della Nuova Guinea) con una nave da ricerca, per dragare il fondale della potenziale area di impatto con un potentissimo magnete. L'obiettivo era recuperare frammenti metallici dell'oggetto caduto quasi 10 anni fa.

La missione, conclusasi nei giorni scorsi, costata 1,5 milioni di dollari e inserita nel cosiddetto “Progetto Galileo”, ha permesso di recuperare la cinquantina di sferule di cui sopra, che sono state sottoposte ad analisi di laboratorio presso l'Università di Berkeley. Dagli esami è stato determinato che composte in prevalenza da ferro con tracce di altri metalli, ad esempio nichel. Come affermato dal Loeb, si tratta di una combinazione anomala che non si riscontra nei meteoriti e negli altri piccoli corpi celesti del Sistema solare che precipitano sulla Terra, ma nemmeno negli oggetti che produce normalmente l'essere umano.

La meteora IM1 sopravvisse a una pressione quattro volte superiore a quella che avrebbe distrutto un tipico asteroide roccioso – metallico, in base ai calcoli della traiettoria e della velocità, dunque era già anomala in partenza. È possibile che le sferule siano alcuni dei suoi frammenti, staccatisi durante il processo di ablazione con l'atmosfera terrestre e il successivo impatto con l'acqua marina.

Alla luce delle caratteristiche delle sferule, il professor Loeb e il collega Amir Siraj non escludono che possa trattarsi di frammenti di un veicolo spaziale alieno. “È davvero importante continuare a spingere i confini in termini di destigmatizzazione della ricerca di vita extraterrestre. Se non consideri una possibilità, di solito non scoprirai qualcosa di nuovo”, ha dichiarato al Daily Mail il dottor Amir Siraj. Naturalmente non mancano i detrattori di questa teoria, come la scienziata Monica Grady docente di Scienze Spaziali e Planetarie presso la The Open University, che in un articolo su The Conversation ha spiegato che molto probabilmente queste sferule non sono altro che inquinamento prodotto dall'uomo. Alcuni frammenti simili, inoltre, furono raccolti dall'oceano già 150 anni fa e furono chiamati “sferule cosmiche”. La ricercatrice sottolinea che per determinare l'origine interstellare andrebbe valutata la loro età; tuttavia, anche qualora fossero più antiche del Sistema solare e dunque interstellari, non avremmo comunque la conferma dell'origine aliena.

Loeb e i colleghi condurranno ulteriori indagini – come la composizione isotopica e la datazione radioattiva – proprio per provare a rispondere a queste domande. Ciò che è certo è che il team continuerà a dare la caccia ad altri oggetti anomali: il prossimo nel mirino è IM2, la terza meteora più potente registrata nel catalogo CNEOS.

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