Dieci biomarcatori del sangue rivelano chi invecchia più velocemente: lo studio su Aging Cell

Dieci biomarcatori del sangue, distinti per uomini e donne, permettono di stimare l’età biologica di una persona, distinguendo chi invecchia più velocemente. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Aging Cell, firmato dal consorzio internazionale MARK-AGE e coordinato dall’Università di Costanza, in Germania. I ricercatori hanno sviluppato un metodo che combina più parametri ematici in un unico punteggio, capace di rflettere lo stato biologico individuale. “Il processo di invecchiamento biologico è molto complesso. Colpisce tutti i tessuti e gli organi del corpo e non è il risultato di una singola causa” spiega Maria Moreno-Villanueva, ricercatrice dell’Università di Costanza e prima autrice dello studio. “Di conseguenza, i singoli biomarcatori non sono sufficienti per determinare in modo affidabile l’età biologica di una persona”.
I ricercatori hanno adottato un approccio combinato, analizzando i dati di circa 3.300 persone provenienti da otto Paesi europei e valutando 362 biomarcatori per ciascun individuo. Da questo ampio set di dati sono stati selezionati 10 biomarcatori chiave, distinti per uomini e donne, che permettono di calcolare un “punteggio di età biologica”.
“Se analizziamo i punteggi di età biologica di molte persone nate nello stesso anno, notiamo un’ampia gamma di valori” aggiunge Moreno-Villanueva. “Questo dimostra chiaramente che ogni persona ha un proprio processo di invecchiamento biologico individuale”.
I risultati mostrano anche come questo punteggio sia coerente con condizioni già associate a un invecchiamento più rapido o più lento. Ad esempio, le persone con trisomia 21 (sindrome di Down) presentano un’età biologica più elevata rispetto a quella anagrafica, mentre nelle donne over 50 la terapia ormonale sostitutiva risulta associata a un profilo biologicamente più giovane. Anche il fumo emerge come fattore in grado di accelerare il processo di invecchiamento.
“Alla luce delle attuali ricerche sugli effetti dell’invecchiamento causati dal fumo, dalla terapia ormonale sostitutiva o dalla trisomia 21, tutti questi risultati sono plausibili e confermano la validità del nostro punteggio” sottolinea Alexander Bürkle, coautore dello studio e docente presso l’Università di Costanza.
Nel complesso, questo lavoro si inserisce in un filone sempre più centrale nella ricerca biomedica, che punta a misurare in modo più preciso l’invecchiamento dell’organismo rispetto alla sola età anagrafica. Un approccio considerato strategico anche da istituzioni come il National Institute on Aging (NIA), che promuove studi sui biomarcatori e sulla medicina preventiva legata all’età. In questo contesto, il nuovo punteggio basato su biomarcatori del sangue rappresenta uno strumento prezioso per la ricerca sull’invecchiamento e lo sviluppo di nuovi approcci nella medicina preventiva.
Età biologica e sangue: cosa rivelano i biomarcatori individuati dallo studio
Determinare quanto velocemente una persona stia invecchiando è una delle sfide principali della medicina moderna. L’età anagrafica non riflette sempre lo stesso livello di invecchiamento: due individui della stessa età possono avere un profilo fisiologico molto diverso.
Lo studio del consorzio MARK-AGE mostra che è proprio la combinazione di più biomarcatori a offrire un quadro affidabile. Tra quelli associati all’età biologica emergono parametri già utilizzati nella pratica clinica, come la 25-idrossi-vitamina D, il colesterolo HDL e specifiche popolazioni di cellule immunitarie.
“I biomarcatori affidabili per l’invecchiamento biologico forniscono strumenti fondamentali per monitorare il processo di invecchiamento, anche in individui sani” spiega Bürkle. “E permettono di identificare le persone a maggior rischio di sviluppare malattie legate all’età o disabilità fisiche”.
Nel dataset analizzato, questi parametri mostrano valori più favorevoli nei soggetti con età biologica più bassa, indipendentemente dall’età anagrafica, indicando un legame tra profilo ematico e stato fisiologico dell’organismo. “Ciò potrebbe aprire la strada a nuovi approcci alla medicina preventiva personalizzata” conclude Bürkle.