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Covid 19

Covid, cosa sappiamo sulla nuova variante super mutata BA.2.87.1 scoperta in Sudafrica

Gli scienziati sudafricani hanno scoperto una nuova variante del coronavirus SARS-CoV-2 “super mutata” chiamata BA.2.87.1. Presenta oltre 100 mutazioni, delle quali più di 30 concentrate sulla proteina Spike. Ecco cosa sappiamo e perché deve essere tenuta sotto controllo.
A cura di Andrea Centini
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Particelle virali del coronavirus su cellule. Credit: NIAID
Particelle virali del coronavirus su cellule. Credit: NIAID
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I ricercatori del Centre for Epidemic Response and Innovation (CERI) di Città del Capo, in Sudafrica, hanno identificato una nuova variante del coronavirus SARS-CoV-2 con un numero estremo di mutazioni. Su BA.2.87.1, questo il nome assegnatole dagli esperti, ne sono state identificate più di 100, delle quali oltre 30 sono posizionate sulla proteina S o Spike, il “grimaldello biologico” che il virus sfrutta per legarsi al recettore ACE2 delle cellule umane, rompere la parete cellulare, riversare all'interno l'RNA virale, avviare il processo di replicazione e diffusione che scatena l'infezione e la malattia, chiamata COVID-19.

A presentare la nuova variante del patogeno pandemico su X (ex Twitter) è stato il professor Tulio de Oliveira, genetista in prima linea da quando è scoppiata la pandemia di Covid. Se il suo nome non vi è nuovo non dovreste stupirvi: lo scienziato, infatti, guida lo stesso team che nel novembre del 2021 aveva identificato la variante Omicron, che da allora ha soppiantato tutte le altre con un florilegio di lignaggi figli. Attualmente quella dominante in Italia è JN.1, che rappresenta il 75,2 percento dei campioni sequenziati secondo l'ultimo bollettino. Anch'essa è figlia della variante di preoccupazione scoperta in Sudafrica più di due anni fa.

Al momento non conosciamo con precisione le caratteristiche della nuova variante BA.2.87.1, identificata per la prima volta tra settembre e novembre dello scorso anno e inizialmente classificata col nome di Ba.2.X, ma ci sono buone ragioni sia per tenerla sotto controllo che per non preoccuparsi troppo. Per quanto concerne l'immunoevasività, ovvero la capacità di eludere gli anticorpi neutralizzanti del nostro sistema immunitario – sia quelli indotti dalla vaccinazione anti Covid che da pregresse infezioni naturali -, al netto delle molteplici mutazioni sulla proteina S non sembra destare particolare apprensione. Ad affermarlo in un post su X è il professor Raj Rajnarayanan dell'Università Statale dell'Arkansas, che ha analizzato le sequenze genomiche depositate dei database internazionali (come Pango). Lo scienziato di origini indiane ha spiegato che l'immunoevasività prevista per BA.2.87.1 è inferiore a quella di JN.1, così come risulta minore l'affinità di legame col recettore ACE2 sulle cellule, quello che permette alla proteina Spike del coronavirus SARS-CoV-2 di agganciarsi alla cellule umane (respiratorie e intestinali in primis) e infettarle. Alla luce di ciò, lo scienziato sottolinea che deve sviluppare altre mutazioni rilevanti – rispetto a quelle già acquisite – per potersi imporre nella competizione con le altre varianti per emergere.

A evidenziarlo sono anche i dati epidemiologici riportati su X da Tulio de Oliveira, considerando che la nuova variante è già presente in Sudafrica da diverse settimane. Lo scienziato ha spiegato che non c'è alcun segnale che la variante BA.2.87.1 si stia diffondendo ampiamente e soprattutto che abbia iniziato una scalata per soppiantare le due varianti dominanti nel Paese, ovvero JN.1 e BA.2.86. Inoltre gli ospedali pubblici impegnati nella sorveglianza della pandemia di Covid – in particolar modo delle polmoniti – non hanno registrato alcun aumento del tasso di casi da quando è stato identificato il nuovo lignaggio. Insomma, BA.2.87.1 sembra essere meno immunoevasiva e anche sul fronte della gravità dell'infezione e della capacità diffusiva non desterebbe, al momento, alcuna preoccupazione particolare. Ma ciò non significa che non deve essere tenuta sotto stretto controllo. Non a caso in Sudafrica è stato potenziato il sistema di monitoraggio genomico da quando è saltata fuori.

Le ragioni risiedono proprio nelle sue molteplici mutazioni. Il professor de Oliveira spiega che, rispetto alla variante BA.2 (sempre della famiglia Omicron) dalla quale sembra derivare, presenta oltre 30 sostituzioni non sinonime – cioè con un amminoacido differente – sulla proteina Spike e 7 delezioni, delle quali 3 concentrate sulla Spike. Due di esse, 15-26del e 136-146del, si trovano nel “supersito antigenico del dominio N-terminale”, spiega lo scienziato, mentre mutazioni multiple sono rilevate “in importanti siti antigenici nel dominio di legame del recettore”. Fra quelle indicate dagli esperti figurano K417T, K444N, V445G, L452M, N460K e N481K.

Il numero e le caratteristiche di queste mutazioni rendono necessario un attento monitoraggio, ma al momento, come specificato, non ci sono indicazioni di una maggiore pericolosità o diffusività del virus. Per quanto concerne le origini, la variante BA.2.87.1 potrebbe derivare direttamente dal lignaggio BA.2 di Omicron (la cosiddetta “variante invisibile”), forse dopo essersi evoluta in un paziente con un'infezione cronica. Nelle persone con immunodeficienza, infatti, l'infezione può perdurare per mesi permettendo al virus di evolvere in modo sostanziale sul piano delle mutazioni. Solo attraverso l'attento monitoraggio dei casi nelle prossime settimane capiremo se BA.2.87.1 possa avere realmente le caratteristiche per diventare una nuova variante di preoccupazione della pandemia, che sta per entrare nel suo quarto anno.

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