Città inaccessibili alle persone con disabilità, solo un capoluogo su tre ha un piano: “Fuori legge da 40 anni”

Accedere al proprio ufficio, entrare in ospedale per una visita o salire su un autobus dovrebbero essere azioni scontate, garantite a chiunque. Eppure, se sei una persona con disabilità e vivi in un Paese in cui le barriere architettoniche resistono, queste semplici azioni possono diventare impossibili. Anche in Italia, sebbene se ne parli da anni, la strada verso la reale eliminazione delle barriere architettoniche è ancora molto in salita. Non è solo un problema di leggi, perché anche quando queste ci sono, la pratica fatica a seguire la teoria.
Almeno questo è quello che è successo con i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), uno strumento di cui secondo la legge 41/86 avrebbero dovuto dotarsi tutte le amministrazioni locali. Quella norma obbligava infatti per la prima volta i Comuni alla pianificazione per l'abbattimento delle barriere negli spazi pubblici.
Eppure, nonostante siano trascorsi 40 anni, l'attuazione di quell'obbligo è ancora molto lontana. Secondo un'indagine svolta dalla Fondazione Luca Coscioni solo un terzo dei capoluoghi italiani si è dotato in questi anni di un PEBA. Fanpage.it ha contattato Rocco Berardo, coordinatore delle campagne per la disabilità dell'associazione, per avere un commento sui risultati dell'indagine.
Solo un terzo dei capoluoghi ha rispettato l'obbligo
Sulla base dei 118 capoluoghi (fatta eccezione per Roma, in cui la realizzazione di questi piani spetta ai municipi), l'associazione Luca Coscioni ha calcolato che solo 44 (ovvero il 37,2 %) presenta il PEBA approvato con delibera del Consiglio Comunale, come stabilisce la legge. In un altro 13,6%, ovvero 16 Comuni, il PEBA c'è ma non è stato ancora approvato dal Consiglio o sono stati adottati strumenti urbanistici alternativi, non previsti dalla normativa, 25 Comuni (21,2%) risultano in fase di redazione del PEBA e ben 34 Comuni (28,8%) risultano senza PEBA o non è stato possibile reperire informazioni di questo tipo.
Spiega Berardo: "A oggi, la pianificazione che secondo la legge di 40 anni doveva essere messa su carta entro un anno, è stata adottata solo da un capoluogo su tre. Il fatto che abbia realizzato o meno è un aspetto qualitativo che per noi è difficile monitorare, se non attraverso delle testimonianze isolate".
Cosa prevede la legge
La legge 41 del 1986 prevedeva infatti l'obbligo per i Comuni di adottare questi piani entro un anno alla entrata in vigore dalla stessa legge, limitandosi all'eliminazione delle barriere architettoniche presenti negli edifici pubblici. Poi, con la legge 104 del 1992 questo obbligo è stato esteso a tutti gli spazi urbani. Quindi non parliamo più soltanto di scuole, ospedali o uffici pubblici, ma anche di strade, marciapiedi, piazze e perfino servizi pubblici come gli autobus.
"È bene specificare – aggiunge l'esperto – che la presenza di un PEBA approvato non significa nemmeno aver già eliminato le barriere, ma significa soltanto che l'amministrazione locale si è dotata di uno strumento che gli consente di intervenire per eliminare le barriere, sulla base dei costi, delle priorità e delle risorse".
La legge del 1986 prevedeva anche una forma di vigilanza da parte delle Regioni sui Comuni inadempienti. "Scaduto tale termine – stabilisce la legger – le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano fissano un termine di centottanta giorni, decorso il quale nominano un commissario per l'adozione dei piani stessi".
Il diritto ai PEBA
In questi anni l'Associazione Luca Coscioni ha raccolto la denuncia di diversi cittadini che hanno lamentato la presenza di barriere architettoniche tali da negare loro l'accesso a spazi cruciali della propria vita, da quelli lavorativi a quelli ricreativi, barriere presenti in Comuni che per tutti questi anni non si sono nemmeno mai dotati del PEBA. Questi casi, portati nei tribunali, hanno contribuito a creare una giurisdizione sul tema.
"Abbiamo creato un vero e proprio diritto ai PEBA – aggiunge Berardo – perché i tribunali, sia ordinari che amministrativi, hanno riconosciuto la responsabilità del Comune che non si è dotato di questi piani nell'impedire l'inclusione, la vita sociale e civica della persona con disabilità che sta facendo ricorso nei suoi confronti, non perché non ha eliminato la barriera architettonica in sé, ma per il solo fatto di essere recidivo in 40 anni nel dotarsi del Piano, come invece stabilito dalla legge".
I provvedimenti emessi in questi anni – con i quali i Comuni di Catania, Santa Marinella e Pomezia sono stati condannati a dotarsi di un PEBA – affermano che dal punto di vista della giurisprudenza "l’assenza dei PEBA non è una semplice mancanza amministrativa, ma una lesione di diritti".
Anche se infatti un Comune potrebbe aver attuato misure per rimuovere una determinata barriera architettonica in uno spazio urbano o pubblico, l'adozione del PEBA – spiega Berardo – è fondamentale: "Se un Comune non si dota di un piano di eliminazione delle barriere architettoniche, dubitiamo che abbiano agito in questo senso, e anche se lo avessero fatto non è affatto certo che abbiano operato bene. Data anche la scarsità di risorse a disposizione dei Comuni, il piano serve proprio a stabilire le priorità su cui intervenire, anche in base delle esigenze espresse con le associazioni di disabilità, che possono partecipare così a individuarle".