Cibi ultraprocessati e infarto: uno studio quantifica per la prima volta i rischi per il cuore

Una dieta ricca di cibi ultraprocessati è associata a un aumento del rischio di infarto o ictus del 47%. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sull’American Journal of Medicine, che ha riacceso l’attenzione sul ruolo della qualità degli alimenti nella prevenzione cardiovascolare.
La ricerca, condotta dagli scienziati del Charles E. Schmidt College of Medicine della Florida Atlantic University, si basa sui dati dell’indagine NHANES, uno dei più ampi sistemi di monitoraggio della salute e dell’alimentazione della popolazione adulta negli Stati Uniti. I ricercatori hanno osservato che le persone con il consumo più elevato di alimenti ultraprocessati – come bibite zuccherate, snack confezionati e piatti pronti – presentavano un’incidenza significativamente maggiore di infarti e ictus rispetto a chi ne assumeva quantità più basse. L’associazione è rimasta significativa anche dopo l’aggiustamento per età, fumo, reddito, attività fisica e altri fattori di rischio noti.
“Non si tratta solo di calorie, ma della qualità degli alimenti consumati” sottolinea il professor Charles Hennekens, autore senior dello studio. “Coloro che assumono più alimenti ultra-processati presentano un rischio statisticamente significativo e clinicamente rilevante di malattie cardiovascolari più elevato”.
Il tema è coerente con le preoccupazioni già espresse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che negli ultimi anni ha richiamato l’attenzione sull’eccessivo consumo globale di prodotti ad alta densità energetica, ricchi di sale, zuccheri e grassi aggiunti.
Quanto incidono i cibi ultraprocessati sul cuore: cosa indicano i risultati
I ricercatori hanno analizzato i dati NHANES raccolti tra il 2021 e il 2023 su 4.787 adulti di età pari o superiore a 18 anni. Ogni partecipante ha compilato diari alimentari dettagliati su due giorni, consentendo di calcolare l’assunzione media di cibi ultra-processati. Gli alimenti considerati ultraprocessati includono bevande zuccherate, snack confezionati, piatti pronti industriali, carni lavorate e prodotti da forno altamente raffinati. In molti Paesi occidentali, questi prodotti rappresentano ormai oltre la metà delle calorie quotidiane.
I partecipanti allo studio sono stati suddivisi in quattro gruppi, dal consumo più basso al più alto. L’età media del campione era di 55 anni e il 55,9% erano donne. Dopo l’aggiustamento per i principali fattori di rischio, il gruppo con il consumo più elevato di alimenti ultra-processati mostrava un rischio di infarto e ictus superiore del 47% rispetto al gruppo con l’assunzione più bassa.
Secondo gli autori, l’aumento del rischio cardiovascolare potrebbe essere legato a diversi fattori: elevato contenuto di sodio, zuccheri aggiunti, grassi raffinati, ma anche alla perdita di fibre e micronutrienti tipica dei processi industriali più intensivi.
“Ridurre il consumo di cibi ultraprocessati potrebbe rappresentare una strategia concreta di prevenzione” ha osservato il professor Hennekens. “Affrontare il problema non riguarda solo le scelte individuali, ma anche la creazione di ambienti in cui l’opzione sana sia la scelta più semplice. Sono necessarie linee guida e formazione in sanità pubblica per rendere gli alimenti nutrienti accessibili a tutti”.
“La consapevolezza – ha concluso la coautrice dello studio, la dottoressa Allison Ferris – è il primo passo verso la prevenzione”.