video suggerito
video suggerito

Ci sono due tratti psicologici che ci rendono vulnerabili al complottismo: cosa dice la scienza

Secondo una nuova ricerca, l’incapacità di gestore l’incertezza e la convinzione che il mondo sia ingiusto sono due tratti psicologici rendono le persone maggiormente inclini a credere alle teorie del complotto.
A cura di Niccolò De Rosa
41 CONDIVISIONI
Immagine

Le teorie del complotto hanno smesso da tempo di essere un fenomeno marginale. Se un tempo coloro che credevano che gli alieni avessero costruito le piramidi o che l'uomo non fosse mai sbarcato sulla Luna erano una minoranza ristretta e isolata, oggi le narrazioni cospirazioniste attecchiscono in modo trasversale, anche tra chi può vantare una laurea o ricopre incarichi prestigiosi. Internet e i social network hanno senza dubbio un ruolo centrale nella diffusione di fake news e posizioni anti-scientifiche, tuttavia il boom del complottismo potrebbe celare cause psicologiche ben più profonde alle quali la capillarità del web ha fornito l'innesco per far esplodere il fenomeo.

Un nuovo studio, pubblicato su Applied Cognitive Psychology, ha infatti individuato due tratti psicologici che potrebbero predire una "mentalità complottista". Simili caratteristiche, spiegano gli scienziati, non sembrano influenzate dallo status sociale, dalle credenze religiose o dal livello d'istruzione, ma agiscono come una specie di "fertilizzante" che rafforza e alimenta la convinzione di una macchinazione planetaria ai danni della maggioranza della popolazione.

Cosa ha indagato lo studio

Molte ricerche si sono concentrate su specifiche teorie (come le campagne no-vax durante la pandemia o le affermazioni negazioniste della crisi climatica ecc.) o sulle dinamiche che portano certe credenze a proliferare in una certa fetta dell'opinione pubblica. Uno studio italiano del 2022 si è per esempio occupato del "ciclo vitale" delle teorie del complotto, osservando come, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, queste tendano a indebolirsi nel tempo. Meno indagata è però la cornice psicologica che rende alcune persone più propense ad accettare spiegazioni cospirative e a mantenerle anche di fronte alle evidenze scientifiche.

Il gruppo guidato da Adrian Furnham, professore alla Norwegian Business School, ha pertanto scelto di partire da un elemento ricorrente, ossia quell'idea secondo la quale i potenti della Terra lavorerebbero da decenni per nasconderci deliberatamente una verità che solo pochi sarebbero riusciti a smascherare.

I ricercatori hanno coinvolto 253 adulti di diversi Paesi anglofoni (tra cui Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Sudafrica), in gran parte con istruzione universitaria e un'età media intorno ai 49 anni. Ai partecipanti è stato chiesto di esprimere il proprio giudizio – positivo o negativo – riguardo ad alcune affermazioni tipiche del sottobosco complottista, come la convinzione che le agenzie governative abbiano sempre insabbiato la verità sui grandi eventi storici o l'idea che tutta la comunità scientifica sia al soldo dei colossi farmaceutici.

Parallelamente, gli studiosi hanno raccolto informazioni su alcune variabili come l'orientamento politico e religioso dei partecipanti, la tendenza all'ottimismo (o al pessimismo) o il livello di autostima. Al termine dell'indagine, due tratti psicologici sono risultati particolarmente forti tra coloro che avevano dimostrato una certa "fascinazione" nei confronti dei temi complottisti: la scarsa tolleranza verso "l'ambiguità" degli eventi del mondo e l'innata convinzione che la realtà nella quale viviamo sia dominata dall'ingiustizia.

Il primo fattore: quando l'incertezza diventa insopportabile

Gli autori dello studio hanno definito l'intolleranza all'ambiguità come il modo in cui una persona reagisce a informazioni vaghe, contraddittorie o incomplete. Chi ne ha poca fatica a convivere con quelle sfumature poco chiare che caratterizzano anche gli eventi storici e naturali più conclamati e tende a provare disagio di fronte a eventi complessi o casuali.

Pensiamo al fenomeno della rifrazione atmosferica, ossia il modo in cui la luce cambia leggermente direzione quando attraversa materiali diversi, come l’aria a temperature differenti: poiché vicino alla superficie terrestre l'aria non è uguale a quella che si trova ad alta quota (in basso è spesso più densa e in alto più rarefatta), quando i raggi di luce passano attraverso questi strati, non viaggiano in linea retta ma si incurvano piano piano verso il basso, consentendo all'occhio umano di vedere anche gli oggetti che dovrebbero essere nascosti dalla curvatura della Terra. Si tratta certamente di un fenomeno controintuitivo, ma nonostante la spiegazione scientifica, questa "stranezza" viene utilizzata dai terrapiattisti come cavallo di battaglia per smontare la convinzione mainstream che il nostro pianeta sia sferico.

In casi simili, le teorie del complotto offrono pertanto un certo vantaggio psicologico, trasformando la complessità in una storia lineare, con cause chiare e responsabili identificabili. Come osservato da Furnham, l'intolleranza per l'ambiguità è "una variabile importante e spesso trascurata" nello spiegare la propensione al pensiero cospirativo anche nelle persone più istruite.

Il secondo fattore: la convinzione che il mondo sia ingiusto

L’altro forte predittore individuato dai ricercatori è la visione di un mondo fondamentalmente ingiusto. Chi percepisce la realtà come dominata dall'iniquità tende a sviluppare cinismo e, talvolta, sospetto verso le istituzioni. Attribuire eventi negativi a manovre di attori potenti può dunque dare un senso a ciò che appare altrimenti casuale. In termini psicologici, la teoria del complotto serve a "validare" il sentimento di impotenza. Non è la Natura o il caso a provocare una determinata situazione, ma qualcuno che agisce nell'ombra.

Tali risultati suggeriscono quindi che queste narrazioni svolgano una funzione: ridurre l’ansia prodotta dall’incertezza e dal senso di ingiustizia. Davanti a un evento complesso (una crisi sanitaria, una decisione politica opaca, un cambiamento improvviso) la spiegazione cospirativa offre ordine, coerenza e disegna confini netti tra "vittime" e "colpevoli", tra bene e male, soddisfacendo un disperato bisogno di chiarezza.

La psicologia conta più di idee e istruzione

I dati raccolti dal team di Furnham hanno evidenziato alcune associazioni già note, come una maggiore tendenza al complottismo tra persone più religiose e con orientamento politico conservatore, ma l'analisi ha fatto emergere anche alcune sorprese. Innanzitutto l'età conta fino a un certo punto (i più giovani sembrano leggermente più inclini a credere alle ipotesi cospirazioniste) e anche il livello d'istruzione non incide in modo così significativo. Anzi, in alcuni casi sono proprio coloro che possiedono un forte bagaglio culturale e una grande curiosità a inoltrarsi più profondamente negli abissi del cospirazionismo.

Capire per intervenire

Pur con i limiti di un campione relativamente piccolo e non rappresentativo, lo studio indica due leve centrali per comprendere il complottismo. Il primo è ovviamente il disagio verso l'incertezza e la percezione di un mondo ingiusto."È necessario capire la funzione che una teoria del complotto svolge per l'individuo", ha sottolineato Furnham. Non tutte le teorie sono uguali, e non bisogna limitarsi a derubricarle come i deliri di qualche spostato. Spostare il focus dai contenuti alle predisposizioni cognitive può aiutare a progettare interventi più efficaci. Non per censurare, ma per rafforzare la capacità di convivere con la complessità del mondo reale.

41 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views