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Uno dei consigli più preziosi per chi fa il nostro lavoro è adoperare grande cautela nell’analizzare i risultati elettorali in Paesi molto diversi dal nostro. Nella gran parte dei casi, infatti, sull’esito del voto incidono fattori locali, elementi di cui sappiamo poco e dinamiche interne che non sono quasi mai sovrapponibili e nemmeno paragonabili. La consultazione in Ungheria, che ha visto la sconfitta di Viktor Orbán, non fa eccezione e sarebbe certamente azzardato leggere il risultato delle urne esclusivamente dal nostro posto di osservazione e con le coordinate imposte dalla nostra agenda politica.
Lo spiega in maniera perfetta il politologo Cas Mudde su The Guardian:
Il risultato verrà utilizzato per ogni sorta di affermazione fallace, da quella che segnerebbe la fine dell'estrema destra in Europa all'idea che Orbán abbia perso a causa della sua associazione con la tossicità del regime di Trump. Ma in realtà, si è trattato di un evento specificamente ungherese, da spiegare con fattori specificamente ungheresi, come 16 anni di corruzione e cattiva gestione economica, piuttosto che con fattori internazionali, come ad esempio la visita di JD Vance a Budapest.
Cosa ben diversa, invece, è valutarne le conseguenze e cercare di ragionare su eventuali pattern ricorrenti sull’evoluzione del consenso verso un certo tipo di leader, di proposta politica e di riferimento ideologico. Un’analisi di Edwards su CNN va esattamente in questa direzione, con una serie di riflessioni piuttosto interessanti, che si concentrano sulla collocazione internazionale del progetto di Orbán e su quanto potrebbero aver pesato il suo posizionamento e i suoi rapporti con i leader autocratici, non tanto e non solo sull'esito delle elezioni, quanto sul quadro politico europeo nel suo complesso. Scrive l’analista statunitense:
La prima lezione è che è difficile internazionalizzare il nazionalismo. Avendo governato così a lungo come un paladino della sovranità nazionale – promettendo di difendere l'Ungheria dalle presunte minacce dell'Unione Europea e dell'ideologia liberale – la campagna di Orbán alla fine si è basata pesantemente sul sostegno dei suoi potenti sostenitori internazionali negli Stati Uniti e in Russia. […] Gli appoggi dell'amministrazione Trump non hanno funzionato. Se alcuni ungheresi – stipati in una sala eventi a Budapest per ascoltare il discorso di Vance martedì . erano senza dubbio lusingati dall'attenzione di una superpotenza, e grati al primo ministro che l'aveva ottenuta, c'è qualcosa di contraddittorio nell'immaginare che le persone votino per un politico nazionalista perché una potenza straniera ha detto loro di farlo.
C’è qualcosa di profondamente ambiguo, insomma, nell’internazionalismo sovranista e in casa nostra ne sappiamo qualcosa, avendo a che fare con una leader che, in nome dell’interesse nazionale di altri, si è spinta fino a giustificare la campagna di aggressione politica e verbale contro l’Unione Europea orchestrata da Trump e Vance, la violazione del diritto internazionale in Venezuela eccetera. Del resto, il modello di Orbán è sempre stato qualcosa di diverso rispetto a ciò che consideriamo come “sovranismo”, rendendo proprio per questo più controverso l’appoggio delle tante formazioni europee che negli ultimi anni hanno fatto a gara per salire sul suo carro o per additarlo a modello. Il corrispondente da Budapest della BBC, Nick Thorpe, ne evidenzia le contraddizioni in questa analisi:
Ciò che Viktor Orbán ha fatto negli ultimi 16 anni al potere è stato "un esperimento", ma nemmeno lui sapeva come definirlo. "Democrazia illiberale" suonava troppo negativo. I suoi amici americani preferivano chiamarlo "conservatorismo nazionale", che suona meglio, ma non era mai del tutto corretto. A differenza della maggior parte dei conservatori, Orbán era un ribelle. Si era già radicalizzato. Cosa poteva dunque conservare? Amava prendersi gioco del pensiero dominante, dei "burocrati di Bruxelles". Era una spina nel fianco per loro, ma ogni volta che reagivano, lui ne approfittava a suo vantaggio. Si presentava come un "antiglobalista", ma invitava in Ungheria case automobilistiche tedesche e produttori cinesi e sudcoreani di batterie per veicoli elettrici. Si dipingeva come il paladino della sovranità nazionale, ma si rifiutava di difendere la sovranità ucraina contro la Russia.
Ora l’esperimento ungherese è finito, o almeno così sembrerebbe. Certo, sarebbe prematuro pensare che il contagio si possa estendere all’intera Europa, ma ci sono tanti segnali che indicano come la retorica populista della destra, soprattutto della sua propaggine illiberale, stia mostrando molta fatica. Uno dei catalizzatori della flessione potrebbe certamente essere lo scenario internazionale e il timore di una crisi economica, visti da tanti europei come il risultato delle politiche scriteriate di Donald Trump. Probabilmente dell’effetto sugli europei del trumpismo avremo modo di parlare sempre più spesso in futuro, perché la sensazione è che ci siano delle linee rosse che proprio facciamo fatica ad accettare: il disprezzo per i contrappesi istituzionali, l’allergia allo stato di diritto, la volontà di riscrivere le regole che per decenni hanno garantito stabilità e sicurezza in Occidente e via discorrendo.
Se questo si tradurrà in una presa di coscienza collettiva, o addirittura in vera e decisiva azione politica, non è dato sapere. Scrive sempre Mudde:
L'elezione di Magyar offre all'Europa l'opportunità di uscirne rafforzata e di affrontare i suoi problemi di fondo. È l'occasione per dare finalmente all'Ucraina il sostegno di cui ha bisogno, per definire un ambizioso bilancio settennale dell'UE, per portare avanti l'allargamento e per smantellare il requisito dell'unanimità in politica estera che ha permesso ai singoli Stati membri di tenere in ostaggio il continente. Con le elezioni del 2027 alle porte, l'UE deve agire rapidamente. Le azioni che l'Europa intraprenderà nei prossimi mesi determineranno se la vittoria di Magyar rappresenterà una vera svolta o solo una tregua temporanea.
Ed è questo, in effetti, l'interrogativo più grande. Il fallimento del cesarismo orbaniano non può che essere una buona notizia per chi ha a cuore il liberalismo e la democrazia, ma è lecito chiedersi cosa c'è oltre ai brindisi e alle felicitazioni per la sconfitta di un nemico dell'Europa. Se esiste un'idea, una piattaforma politico-ideologia, uno straccio di agenda per rilanciare il progetto europeo o se siamo ancora alla navigazione a vista, al tentativo delle elite di sopravvivere a ogni costo. Se, per dirla in altro modo, l'Ue ha la forza, quando non proprio la volontà, di lavorare per una reale alternativa alle autocrazie che ci circondano. O se toccherà attendere il prossimo anno di elezioni, per capire se abbiamo o meno scansato il pericolo, più o meno casualmente.
Già, le elezioni del 2027 si annunciano come cruciali. Anche, se non soprattutto, qui in Italia, con il nuovo Parlamento chiamato anche a scegliere il successore di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica. Fino a qualche mese fa, prima che cominciasse a farsi strada l'idea di aver puntato sui cavalli sbagliati, il premier ungherese era idolatrato e conteso tra Fratelli d'Italia e la Lega, poi da Vannacci. Lo spiega oggi Concetto Vecchio su La Repubblica: "Il collante era l'euroscetticismo. La fascinazione per gli uomini forti. L'ostilità verso stranieri e persone Lgbt. Il pugno duro contro giudici e giornalisti. Insofferenza verso i riti della democrazia. Le fortune di Orbán erano iniziate dipingendo il finanziere Soros come l'uomo nero: lo stesso bersaglio dell'ultradestra italiana". Nelle ultime settimane, chissà magari fiutando l'aria, l'entusiasmo di Fdi è visibilmente calato, e, anche se Meloni non ha mai nascosto il suo sostegno all'uomo forte di Budapest, le ragioni di "opportunità" sembrano aver avuto un certo peso nel cambio di atteggiamento. Ci riferiamo alla necessità per la presidente del Consiglio di non indispettire ulteriormente gli alleati a Bruxelles, particolarmente interessati al voto ungherese (tanto da aver festeggiato la vittoria di Péter Magyar come un vero e proprio pericolo scampato), soprattutto nella constatazione di non poter più godere dell'ombrello protettivo di Donald Trump.
E che qualcosa sia cambiato è evidente dalla lettura dei giornali di area. Che, essenzialmente, preferiscono concentrarsi su un aspetto essenziale del voto in Ungheria: il tifo della sinistra italiana.
L’ex portavoce di Giorgia Meloni, ora direttore di Libero, Mario Sechi è sicuro e titola: Vince la destra, sinistra in festa – La sbornia ungherese che illude i compagni (non sorprendetevi, il direttore de Il Giornale cerno riesce addirittura a citare le primarie del Pd e la Flotilla). Nel pezzo, dopo aver ricordato che Péter Magyar è di centrodestra, profetizza che Meloni impiegherà poco per scaricare l’amico di sempre: “Farà esattamente quello che faranno tutti i leader europei, ieri sera si è congratulata con il vincitore delle elezioni ungheresi, da oggi cercherà con Magyar punti in comune (e con Palazzo Chigi saranno tanti) trovando un alleato per correggere in fretta la rotta sbagliata dell'Unione europea nel mare in tempesta del presente”. I tempi in cui commossa cantava “Avanti ragazzi di Buda” durante il discorso ad Atreju del non più invictus Viktor sono già archiviati, insomma.
Sic transit gloria mundi.