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Come sapete, in questo spazio è capitato più volte di parlare di una certa tecnica comunicativa adottata dalla destra e dai propri giornali di riferimento. Sintetizzando, si tratta di una strategia piuttosto semplice: si prende un fatto parzialmente vero, lo si decontestualizza, lo si banalizza, lo si assolutizza e lo si utilizza per colpire i propri avversari politici. È sostanzialmente quello che sta avvenendo in queste ore in relazione al “caso Fanpage”, come proverò a spiegarvi in questa newsletter.

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La base di partenza è un fatto vero, l’ispezione dell’Inps per valutare la situazione contributiva dei dipendenti di Fanpage.it, che ha portato a una multa superiore ai 3 milioni nei confronti del nostro editore, la Ciao People srl. L’editore è assolutamente convinto di poter dimostrare le proprie ragioni e impugnerà il provvedimento Inps. La materia della questione è piuttosto complessa, così come lo è la storia che ha portato alla situazione attuale.

L’Inps ritiene che per i giornalisti di Fanpage.it debbano essere versati i contributi previdenziali sulla base delle retribuzioni previste dal contratto collettivo nazionale Fnsi-Fieg, quello principale della categoria. L’editore del giornale, invece, applica un altro contratto, l’Uspi-Cisal, che prevede retribuzioni più basse e, di conseguenza, contributi inferiori. Tecnicamente, dunque, Inps contesta l’essenza stessa del contratto, non le condotte specifiche dell’editore. Per semplificare: Inps non sostiene che Ciaopeople non paghi i contributi, ma non ritiene corretto il contratto applicato da alcune aziende che aderiscono a Uspi (sottoscritto dal sindacato Figec-Cisal). In questa linea, Inps è spalleggiata dal principale sindacato dei giornalisti italiani, l’Fnsi, che ha diramato un comunicato con toni trionfalistici, chiedendo a gran voce che nelle aziende coinvolte sia applicato il contratto Fieg. Contratto che, per inciso, è scaduto da dieci anni. Ma ci torneremo.

Quello che può essere interessante per i lettori è capire perché Uspi, quindi Fanpage, non abbia un contratto sottoscritto da Fnsi. Ecco, in realtà Uspi un accordo lo aveva raggiunto addirittura già nel 2010, varando il contratto Uspi-Fnsi che l’allora presidente Inpgi (ora inglobata dall’Inps) Andrea Camporese aveva definitoun grande valore per il sistema previdenziale di categoria, garantendo allo stesso tempo tutele rilevanti ai giornalisti sia in termini di rendimenti pensionistici attesi, sia nel contesto degli ammortizzatori sociali”. Un contratto che poi era stato ulteriormente migliorato e adeguato alle nuove realtà online nel 2018, quando Fnsi e Uspi avevano raggiunto un accordo che la nuova presidente Inpgi, Marina Macelloni, aveva definitoimportante per il riconoscimento di figure professionali nuove, soprattutto relative all’informazione online, che fino ad oggi non erano riconosciute come pienamente giornalistiche", dicendosi entusiasta perché "questo potenzialmente allarga la platea dei contribuenti INPGI ma soprattutto consente di rendere la definizione di attività giornalistica più in sintonia con la realtà”.

È questo il contratto che l’editore decide di applicare per Fanpage.it, dopo un confronto con il cdr che porta a un piano per la stabilizzazione di trenta precari e a un’intesa di secondo livello per superare i minimi tabellari previsti da Uspi ed Fnsi. Neanche due anni dopo, però, il sindacato decide di rescindere unilateralmente il contratto con l’Uspi. Attenzione, perché questo è un punto importante: Fnsi non ritiene che le condizioni contrattuali non siano adeguate (versamenti contributivi inclusi!), semplicemente ritiene che Uspi non sia stata in grado di fare abbastanza contratti. Lo spiega il leader Fnsi Lorusso, parlando della disdetta: “Il motivo è semplice: non abbiamo avuto la risposta che ci aspettavamo sull’applicazione di tale contratto, in particolare sull’online. Uspi si è accreditata come rappresentativa di una realtà, quella online appunto, senza averne i numeri. […] Calcoliamo che siano circa 300 i contratti Uspi-Fnsi siglati in questo anno e mezzo, un numero deludente, vediamo che il mondo dell’online è molto più affollato. Serve un contratto che faccia emergere il lavoro nero. Serve una nuova fase di contrattazione, che affronti tanto il coté normativo, quanto quello economico”.

Fermiamoci un attimo, perché questo è uno snodo cruciale: il sindacato firma un contratto con un’associazione datoriale, ma dopo un anno e mezzo si tira indietro, sostanzialmente infischiandosene del destino delle centinaia di giornalisti che nel frattempo erano stati contrattualizzati col nuovo strumento. E che si ritrovano in un limbo, senza nemmeno margini di pressione nei confronti dell'azienda.

A chi in quelle settimane chiedeva spiegazioni, la risposta era sostanzialmente sempre la stessa: dovete fare i Fieg. Ora, intendiamoci, non c’è dubbio che si tratti di un contratto “migliore” per i lavoratori (chi scrive ha esattamente questa tipologia di contrattualizzazione, che prevede minimi tabellari più alti e altre agevolazioni), ma evidentemente siamo in presenza di una dinamica del tutto priva di logica. L’editore di Fanpage, infatti, aveva sottoscritto un accordo di stabilizzazione basandosi su una determinata tipologia contrattuale, facendo consequenziali ragionamenti di tipo economico-finanziario. Così, legittimamente o meno, decide di non cambiare l’intera strategia aziendale per la scelta unilaterale di un sindacato.

Dopo una serie di interlocuzioni con Fnsi andate a vuoto, e dopo anni di latenza, Uspi, non Fanpage.it, sottoscrive un accordo con il sindacato Figec-Cisal. Il contratto varato, quello di cui si discute in queste ore, è praticamente identico al precedente, quello sottoscritto da Fnsi, se non per un miglioramento nella parte economica. Converrete con me che è abbastanza singolare notare come un contratto, identico nel merito, possa passare da “rivoluzionario” a “corsaro” a distanza di pochi anni. Ma non divaghiamo…

A quel punto, Fanpage.it intavola una nuova trattativa con la rappresentanza sindacale interna, che porta a una nuova e definitiva tranche di stabilizzazioni e a una ridefinizione delle retribuzioni. Un processo che fa del nostro giornale una piccola anomalia nel mondo dell’informazione italiana, visto che è fatto per la quasi totalità da giornalisti assunti a tempo indeterminato. Da noi, tanto per parlare di pulpiti, non troverete pezzi pagati tre, cinque o dieci euro, né tantomeno articoli in prima pagina pagati 14 euro (ehm, ogni riferimento è puramente casuale…). Certo, c’è ancora tanto da fare, il lavoro del cdr (che ha il supporto dei giornalisti e della direzione) non è esaurito ed è sacrosanto chiedere all'editore ulteriori miglioramenti delle condizioni di lavoro e della retribuzione. Così come con grande serietà andrebbe affrontato il discorso sull'adeguatezza dei contratti e sui modelli più efficaci per tenere insieme le cose, soprattutto in un momento molto complesso per l'editoria, non solo italiana. Una discussione vera, che tenga conto degli enormi cambiamenti che ci sono stati e che ci saranno, in termini di lavoro giornalistico, produzione e fruizione dei contenuti, spesso nemmeno affidati a giornalisti.

In questo caso, però, la realtà è decisamente diversa da quella raccontata dai giornali della destra anche per quel che riguarda le cifre.

Il pezzo di Libero, giornale diretto dall’ex portavoce della presidente del Consiglio che da mesi riserva un’attenzione speciale a Fanpage e al nostro direttore, contiene errori grossolani e cifre totalmente farlocche. Come vi spiegavo all’inizio, è proprio la regola base, la cifra stilistica di un certo modo di raccontare i fatti. Per parlare degli stipendi di Fanpage.it, dunque, non si usano gli importi effettivi, ma i minimi tabellari previsti dal contratto applicato. In tal modo si prendono degli sfondoni enormi: il dato sui caporedattori, ad esempio, risulta inferiore di circa tre volte a quello reale, quello sui redattori di più della metà. Più che una fake news, una mistificazione in piena regola. Anche perché non c'è nessuna notizia: che Fanpage.it applicasse l'Uspi-Cisal è cosa notoria. Non che ci sorprenda più di tanto, per carità, considerando il pulpito. Certo, leggere roba del genere su un foglio che contribuiamo a pagare con le nostre tasse (Libero, a differenza di Fanpage.it ha ricevuto nel corso degli anni decine e decine di milioni di finanziamento pubblico), un po’ ti fa incazzare.

Quello che ci sorprende è un certo tipo di reazione. Partendo, ahinoi, dal sindacato, l’Fnsi, che non si è limitato a “dimenticare” di aver firmato un contratto identico (se non peggiore) solo qualche anno prima, ma si è spinto addirittura ad accusarci di “concorrenza sleale” (cito testualmente) e a caldeggiare un’ulteriore azione legale nei nostri confronti. Un’accusa decisamente grave, non si capisce con quale legittimità o senso, che ci saremmo aspettati da un’azienda concorrente, non da chi dovrebbe tutelare gli interessi dei lavoratori. Ma è evidente che la partita si giochi su un altro piano, quello delle relazioni con le associazioni datoriali, che per chi scrive questa newsletter è di nessun interesse. Figurarsi per voi lettori.

La cagnara animata sui social dai fogli della destra e rilanciata da qualche esponente politico della maggioranza, invece, è spiegabilissima. Perché è chiaro che l’intento sia colpire il nostro giornale per il lavoro che fa, per le cose che scrive, per le inchieste che realizza. Da tempo, del resto, è in atto una vera campagna di delegittimazione del nostro lavoro, che si basa anche sull’utilizzo di tecniche nuove e abbastanza innovative, almeno per l’Italia (tra cui l’azione coordinata di un network di paginette unofficial, gli spin ai rappresentanti politici e via discorrendo), ma che si riflette sostanzialmente nell’uso dei giornali di area come vere e proprie clave contro quello che considerano una specie di “nemico” e che ha la colpa di aver portato avanti inchieste contro la loro parte politica di riferimento. Una roba imbarazzante, onestamente, ma pur sempre legittima.

Che ha però degli effetti paradossali. In queste ore, basandosi su ricostruzioni fuorvianti e su notizie false, veniamo accusati di “ipocrisia” in relazione alla linea del giornale sul salario minimo, sulla precarietà, sulla povertà. Come se le scelte di un direttore o i contenuti di un giornalista di Fanpage.it dovessero essere dettate non dalle proprie convinzioni, dal proprio lavoro e dai dati di realtà, ma dal proprio inquadramento contrattuale. È quello a cui sono abituati loro, probabilmente: giornali che non scrivono mai di cose che potrebbero mettere in imbarazzo i propri editori, che si fanno dettare la linea dai leader politici, che si preoccupano “dell’opportunità” di raccontare i fatti. A Fanpage.it facciamo diversamente. E continueremo a farlo.

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