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C’è un tema che ricorre spesso nelle conversazioni fra gli addetti ai lavori: il ritorno alla politica attiva della famiglia Berlusconi. Per essere più precisi, considerando che i Berlusconi hanno sempre avuto un enorme peso nelle scelte di Forza Italia e grande influenza nel dibattito politico italiano, la “discesa in campo” degli eredi del Cavaliere. I nomi di cui si parla, da anni, sono essenzialmente due: quello di Pier Silvio, amministratore delegato di Mediaset e presidente di RTI, e di sua sorella Marina, presidente di Fininvest e di Mondadori.

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Le motivazioni che dovrebbero spingere i due figli di Silvio Berlusconi a impegnarsi in prima persona e presentarsi al giudizio degli elettori sono cambiate nel tempo e hanno seguito l’evoluzione del quadro politico nazionale e internazionale. Provando a essere estremamente sintetici, diremmo che non stiamo semplicemente parlando di una generica difesa degli interessi della famiglia, né di estemporanea ambizione personale. Elementi che certamente potrebbero avere un peso, ma che vanno inseriti nel contesto più ampio dello stravolgimento degli schemi e delle strutture della politica europea, come conseguenza di enormi cambiamenti globali. C’è un’era al tramonto e la famiglia Berlusconi ha bisogno di entrare con un proprio progetto in quella che verrà. In che modo, se direttamente o ridefinendo ruoli, compiti e posizionamento di Forza Italia (o di quello che ne sarà), dipende invece da elementi più contingenti (come la forza di Giorgia Meloni o la spendibilità della classe dirigente attuale del partito fondato dal Cavaliere).

Diverse circostanze sembrano suggerire l’idea che a seguire le orme del padre possa essere Pier Silvio. Qualche tempo fa, sempre in questa newsletter, vi raccontavamo di come il boss di Mediaset stesse già lavorando alla costruzione di una diversa immagine pubblica, precondizione fondamentale per ogni ipotesi di discesa in campo. Non a caso da qualche anno è stata avviata un’operazione di restyling delle reti televisive, che ha riguardato non soltanto i reality, ma anche la strategia nell’ambito informativo. È evidente la volontà di alleggerire la proposta delle reti generaliste private, puntando sulla costruzione di un ambiente protetto, rassicurante e moderato, limitando ad esempio tanto l’aggressività dell’approfondimento giornalistico, quanto lo spazio per quella che comunemente viene definita “tv del dolore”. Insomma, un restyling della proposta di infotainment, in chiave reputazionale.

Lentamente è cresciuta anche l’esposizione di Pier Silvio Berlusconi, con piccole ma significative apparizioni a beneficio del grande pubblico e con qualche dichiarazione sibillina che lasciava presagire “un certo percorso”. La suggestione era quella di mettere in piedi un nuovo movimento, che in qualche modo superasse Forza Italia, marchio probabilmente troppo compromesso e con poco appeal per una nuova generazione di elettori. Un processo mai decollato compiutamente, almeno a quanto è dato sapere. L’obiettivo, del resto, è piuttosto ambizioso: nessuno può pensare che Pier Silvio possa accettare già in partenza un ruolo da comprimario, limitandosi a sostituire Forza Italia con un formato più fresco e attrattivo. Perché il punto è che un nuovo soggetto politico, sulle orme della “casa dei moderati” tanto agognata da papà Silvio, ha senso solo in virtù di un cambiamento radicale del quadro politico italiano, non come stampella centrista di una coalizione sbilanciata a destra.

La domanda, in effetti, è se questo sia il momento giusto.

E qui arriviamo alla questione Marina. Ci sono molti addetti ai lavori che considerano quello della boss di Mondadori come il vero nome spendibile in politica della famiglia Berlusconi. Per piglio, standing, impegno pregresso e potenzialità, è considerata più pronta del fratello e con più margini di manovra. Lei ha sempre smentito uno sviluppo di questo tipo, ma è più volte intervenuta nel dibattito pubblico con dichiarazioni e commenti che hanno fatto discutere. L’ultimo atto è l’intervista rilasciata a Daniele Manca, del Corriere della Sera. Il giornale di via Solferino ha titolato sul Sì al referendum sulla riforma della Giustizia, ma la vera ciccia dell’intervista sta da un’altra parte.

E consiste innanzitutto nel “bravissimo, grazie, ma adesso arrivederci” che riserva ad Antonio Tajani: “A lui noi elettori di Forza Italia dovremmo solo esprimere gratitudine e apprezzamento per quello che ha fatto e che continua a fare. Ha tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo. Adesso inevitabilmente comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro. Sono certa che il primo a saperlo e a volerlo fare sia proprio lui”.

Il Foglio, da sempre molto attento alle vicende interne di Forza Italia, riporta le reazioni all'intervista soffermandosi su un aspetto molto interessante:

Il messaggio è stato colto da tutti i membri del partito più vicini all'imprenditrice. Primo fra tutti Roberto Occhiuto, leader di una corrente (o pseudotale) interna a Fi che raccoglie tutti i berlusconiani più accaniti. "Marina è stata chiara e incisiva", ha detto il presidente della regione Calabria. Pioggia di lodi anche da moltissimi altri forzisti: da Bergamini ("grande imprenditrice liberale") a Calderone ("onestà intellettuale e un rigore morale non comuni"), passando per Mulè ( "con la sua lungimiranza indica la strada da seguire") fino ad Alessandro Cattaneo ("le sue parole sono un riferimento per tutti gli italiani").  Manca qualcuno? I due capogruppi Maurizio Gasparri e Paolo Barelli.

Figure non da poco: il primo guida gli azzurri al Senato, il secondo alla Camera. Entrambi vicinissimi a Tajani, entrambi in silenzio dopo l'esigenza di novità auspicata da Marina B. Ci ha pensato l'attuale segretario a parlare per tutti:  "Il rinnovamento di Forza Italia? Da quando sono segretario lo stiamo facendo. Quindi andiamo avanti, con l'elezione diretta della classe dirigente, a cominciare dal segretario, il vero rinnovamento è quello, non è una novità"

La divisione in correnti è quasi una novità per un partito come Forza Italia, ma è un ulteriore segnale di quanto fermento ci sia nel panorama centrista italiano. Un'agitazione che dipende essenzialmente dal rendersi conto dell'assenza di prospettive di crescita nel breve e medio periodo, e dall'insofferenza di alcuni nel ridursi a essere l'appendice moderata e moderatamente europeista di una coalizione egemonizzata da Meloni.

Sarà anche per questo che sui giornali della destra per il momento si preferisce glissare e concentrarsi sull'altro grande tema sollevato dall'intervista, quello del referendum sulla riforma della giustizia.

Tornando alla questione prettamente politica, invece, è interessante il focus sulla figura di Occhiuto (che già sembra aver avuto diversi contatti con la reggente di Mondadori). Uno snodo intrigante, per diverse ragioni. Il vicesegretario e dominus in Calabria potrebbe essere, in effetti, il nome su cui puntare nel caso in cui ci si rendesse conto che i tempi non sono ancora maturi per un superamento complessivo di Forza Italia e, appunto, per la discesa in campo di un membro della famiglia.

Una sorta di piano B con ambizioni, per provare a sintetizzare, che risponderebbe all'esigenza di rafforzare il partito sul piano elettorale, cambiarne la classe dirigente e rappresentare una controparte adeguata a Fratelli d'Italia. Il punto è esattamente questo: la famiglia Berlusconi, parte del mondo produttivo italiano, nonché i maggiorenti della galassia popolare europea non possono che guardare con grande preoccupazione a ciò che sta accadendo in Italia e a ciò che potrebbe accadere dopo l'appuntamento cruciale delle Politiche del 2027.

Se dovesse andare in porto il progetto di Meloni, quello di trasformare il Belpaese nel grande laboratorio della nuova destra identitaria con correzioni trumpiane, il contraccolpo sarebbe enorme. In Italia, con l'emarginazione della componente moderata, l'ulteriore svolta reazionaria (o almeno conservatrice), ma anche l'indebolimento delle relazioni con i partner europei e la ridefinizione delle sfere d'influenza in campo economico. Ma soprattutto in Europa, dove gli equilibri potrebbero essere cambiati radicalmente da un rafforzamento delle colonne trumpiane (immaginate un'Italia con un presidente della Repubblica euroscettico, una Francia a guida Le Pen e una Germania in cui la Cdu dovesse decidere di normalizzare Afd). Sarebbe la concretizzazione delle aspirazioni della nuova amministrazione americana, quel progetto MEGA che sconvolgerebbe il Vecchio Continente e cambierebbe la nostra società per come la conosciamo. I Berlusconi, che sono ancora i referenti in Italia dei Popolari Europei, sanno che ciò avrebbe delle ripercussioni anche sul piano economico-finanziario (non a caso entrambi hanno più volte sottolineato la dimensione globale delle aziende di famiglia). E, probabilmente, sentono anche una responsabilità più strettamente politica.

Sarà un caso ma i passaggi più duri dell'intervista di Marina Berlusconi sono quelli in cui parla di Trump ("Sono sempre più preoccupata. Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze. L'unica regola di Trump è cancellare tutte le regole. E lui la chiama libertà. Mentre è la legge del più forte, prevaricazione, affarismo… Ma ci rendiamo conto che dentro il suo Paese sta provando a smontare tutti i sistemi di bilanciamento e controllo?") e quelli in cui si dice preoccupata per i diritti civili in Italia.

Un macigno per Giorgia Meloni, peraltro promossa con riserva da quella che si definisce una "semplice elettrice" forzista. E se è vero che la presidente del Consiglio continua a essere in testa al gradimento degli italiani, con sondaggi più che positivi, allo stesso tempo rischia di rimanere invischiata su due fronti: quello aperto dall'addio alla Lega del generale Vannacci e quello appunto derivante dal potenziale rimescolamento del campo centrista. Due manovre diametralmente opposte che potrebbero però indebolirla allo stesso modo.

PS: Certo, una bella mano alla leader di Fratelli d'Italia la sta dando anche la martellante campagna contro Mediaset e Pier Silvio di Fabrizio Corona. Paradossalmente lo stesso nome più volte associato (imho improvvidamente) proprio al generale Vannacci.

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