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Dopo la netta sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia, le dimissioni di Daniela Santanché, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, c'era grande attesa per l'informativa alla Camera dei Deputati della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Del resto, per settimane, i giornali della destra avevano preparato il terreno, parlando di una Meloni particolarmente determinata a non galleggiare e quindi decisa a invertire la rotta, magari imprimendo un'accelerazione all'azione del suo esecutivo, per il tramite di qualche provvedimento particolarmente impattante, o procedendo a un mini rimpasto, con avvicendamenti su poltrone particolarmente delicate.

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Secondariamente, si era molto parlato anche della possibilità di elezioni anticipate, ovvero dell'ipotesi che la presidente del Consiglio decidesse di dimettersi e di aprire di fatto una crisi politica che convincesse il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ad avviare il percorso verso nuove elezioni. Addirittura, si era ipotizzato che la data prescelta potesse essere intorno alla seconda settimana di giugno, così da garantire all'esecutivo nato dopo la consultazione elettorale mesi di agibilità per poter varare la manovra finanziaria (che si annuncia comunque complessa). Per inciso, ci sarebbe anche il caso Piantedosi, che stranamente non è montato e non ha avuto ripercussioni politiche, ma che comunque rappresenta un elemento di complessità ulteriore per la compagine di centrodestra.

Sullo sfondo, il quadro internazionale, con la guerra di Trump e Netanyahu all'Iran, l'instabilità economica e la grandissima incertezza del futuro, aggiungevano ulteriori elementi per rendere particolarmente interessante questo snodo parlamentare. Insomma, c'erano tutte le condizioni per assistere quantomeno a un intervento parlamentare di grande rilevanza, se non di vera e propria portata storica.

Invece, e chi segue questo spazio sa con quanto rammarico lo facciamo, ci tocca ancora una volta analizzare un intervento sterile e dal timbro inutilmente polemico. Che può essere interpretato semplicemente considerando quello che ormai è il frame unico della comunicazione di Giorgia Meloni, ovvero il vittimismo, accompagnato dalla deresponsabilizzazione e dalla totale assenza di un qualsiasi accenno di autocritica.

Badate bene: non stiamo dicendo che la Presidente del Consiglio dovesse presentarsi in aula col capo chino, chiedere scusa per gli errori commessi e magari rassegnare le dimissioni. Ciò che è mancato, però, è un qualunque accenno di analisi su una sconfitta netta, che avrebbe dovuto aprire ben più di una riflessione sull'assenza di prospettiva dell'azione di questo governo e della strategia della sua reggente.

La Presidente del Consiglio, invece, ha cominciato la sua informativa in modo piuttosto usuale, ovvero parlando immediatamente dei comportamenti dell’opposizione e richiamando il solito dualismo "alto-basso". Dopo pochissimi secondi dal suo intervento, dunque, abbiamo assistito all’avvio del solito copione: noi vogliamo cambiare il Paese, noi siamo pronti e preparati a farlo, la maggioranza è compatta, gli italiani sono con noi, ma l’opposizione, i poteri forti, le toghe rosse, il quadro internazionale, le avversità, la sfortuna e altre mille cose, ci stanno impedendo di farlo. Però, non si sa come, quello che non abbiamo fatto in tre anni e mezzo lo faremo nei prossimi mesi.

Persino la sconfitta al referendum costituzionale è stata liquidata in poche battute, con un generico appello affinché la politica non rinunci alla possibilità di cambiare il Paese e non si arrenda alle forze che ostacolano ogni riforma strutturale.

Sulle conseguenze, come detto, Giorgia Meloni ha speso solo poche parole, arrivando addirittura a liquidare le dimissioni di Andrea Delmastro e Daniela Santanchè in un brevissimo passaggio. Essenzialmente, Meloni ha detto di aver optato per le dimissioni di due esponenti del governo che, a suo dire, stavano anche lavorando bene, non per una questione di opportunità politica né perché aveva cambiato idea sul garantismo, ma semplicemente perché il governo "non ha tempo da perdere" con le polemiche. Onestamente, è la prima volta che ci capita di sentire che dei ministri o comunque membri importanti del governo e del primo partito italiano possano essere convinti alle dimissioni perché non c’è tempo per fornire alla stampa e soprattutto ai cittadini italiani i dovuti chiarimenti.

Gran parte del discorso di Meloni, in ogni caso, è stato centrato sul quadro internazionale. Anche in questo caso, fate attenzione, non c’è mai stato un accenno di autocritica rispetto alle scelte strategiche del governo, anche solo in termini di percezione presso l'opinione pubblica. È come se la presidente del Consiglio fingesse di non sapere che parte della sconfitta elettorale possa essere attribuita alla sua scelta, che è tutta politica, di appoggiare praticamente senza condizioni le iniziative del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Che è il vero convitato di pietra della giornata, soprattutto considerando l'evoluzione del conflitto in Iran. E no, non basta sottolineare che l'Italia ha firmato i documenti Ue con la Groenlandia o non ha partecipato all'azione in Iran (e vorremmo ben vedere…), se la funzione italiana è sembrata quella di agente destabilizzatore dell'unità europea per mesi.

Ecco, Meloni in Aula ha mostrato sicuramente un contegno diverso, ma non ha cambiato linea, continuando ostinatamente a raccontare e raccontarsi la favoletta dell'unità dell'Occidente e dell'Italia come ponte fra Usa ed Europa. Certo, ha dovuto ammettere che "è innegabile che stiamo vivendo un momento di particolare difficoltà dei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti", ma ha fornito una sua lettura alternativa, particolarmente benevola nei confronti del suo amico alla Casa Bianca. In un passaggio particolarmente complesso del suo intervento, infatti, ha cercato di sminuire la responsabilità di Donald Trump nella rottura dell'asse con l'Europa, parlando di scelte operate su tendenze già in atto con le precedenti amministrazioni americane, sia democratiche che repubblicane. Ve lo faccio leggere:

È innegabile che l’attuale Amministrazione americana ha accelerato un percorso che era stato ampiamente preannunciato dalle amministrazioni precedenti, tanto repubblicane quanto democratiche: distogliere progressivamente lo sguardo dall’Europa per dedicarsi alla competizione globale con la Cina, scegliendo quindi l’Indo-Pacifico come quadrante geostrategico prioritario. Una traiettoria chiara che le leadership europee del recente passato hanno lungamente, e a mio avviso colpevolmente, preferito non cogliere. Comprese quelle che governavano in Italia, e che si accontentavano di una pacca sulla spalla o di un tweet di endorsement quando formavano un nuovo governo.

Questo, a mio parere, è uno degli elementi più singolari dell’intero discorso: perché, se Meloni rifiuta qualunque responsabilità nelle difficoltà del nostro Paese, in questo caso fa addirittura un passo ulteriore, arrivando a deresponsabilizzare anche Donald Trump. Come se la rottura dell'unità europea non fosse un obiettivo prioritario dell'amministrazione statunitense, come se non ci fosse stato il discorso di Vance a Monaco, come se The Donald non avesse mai minacciato gli alleati sulla Groenlandia, come se Washington non avesse imposto dazi. E potremmo continuare a lungo.

Sul conflitto in Iran e in Libano, per la verità, Giorgia Meloni è riuscita a fare anche peggio, perché nel suo intervento scompaiono quasi completamente le riflessioni su ciò che sta accadendo: sulle centinaia di morti, sul fatto che ancora una volta ciò che era stato promesso a un popolo vessato da un regime sanguinario è rimasto soltanto sulla carta mentre, addirittura, la nuova guida iraniana sembra ancora più salda e più forte. Certo, l'Italia "non ha condiviso" l'intervento israelo-americano, ma ora tutto si riduce a una serie di prescrizioni per l'Iran: "Cessazione permanente delle ostilità, cessazione degli attacchi verso i Paesi del Golfo, cessazione delle operazioni militari in Libano; rinuncia dell’Iran al proprio programma nucleare e alla costante minaccia nei confronti dei vicini regionali e oltre; pieno ripristino della libertà di circolazione nello Stretto di Hormuz, che non deve essere soggetta a nessuna forma di restrizione".

Gli iraniani e i libanesi sembrano uscire del tutto deumanizzati da un’analisi di questo tipo, che invece si concentra esclusivamente su questioni, per carità importanti, come l’approvvigionamento energetico e i contraccolpi sul settore economico. Nessun accenno all'abominio della "cancellazione" di un'intera civiltà o alle stragi compiute nei primi giorni della guerra.

C’è, in questo modo di leggere il conflitto, una forma di egoismo neocolonialista che francamente risulta inadeguata non solo per la portata degli eventi in corso, ma anche per la sensibilità di milioni di italiani. L'unica cosa che ci interessa è il petrolio, l'interesse "prioritario dell’Italia, e dei suoi partner europei e occidentali, che la libertà di navigazione venga pienamente ripristinata alle condizioni precedenti al 28 febbraio, in modo da poter normalizzare la situazione di tensione sui mercati energetici, delle materie prime critiche, dei fertilizzanti e di altri prodotti essenziali per la nostra economia".

Su Israele, se possibile, Meloni fa addirittura peggio. Perché si rifugia nella solita ipocrisia: si indigna per gli attacchi alla missione Unifil, condanna le azioni in Libano, ma non accenna alle reali responsabilità, non apre alla revoca degli accordi commerciali con l'Europa, non vuole sentir parlare di sanzioni. Sterilità e ipocrisia.

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