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Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

C’era comprensibilmente grande attesa per le comunicazioni in Parlamento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. La rapida evoluzione della situazione in Medio Oriente, con la guerra aperta tra Usa-Israele (e i loro alleati nell’area) contro l’Iran e in Libano, le conseguenti ripercussioni in tema energetico e commerciale, il perdurare del conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina, l’accelerazione sul nuovo piano Ue per le migrazioni e le scelte sui temi della produttività e della concorrenza: questioni di enorme rilevanza che richiedevano un ampio coinvolgimento del Parlamento, tanto sul piano conoscitivo che su quello deliberativo (con un passaggio peraltro obbligatorio, considerando che avviene alla vigilia dell’appuntamento con i partner europei).
Nella sua relazione, piuttosto concisa a dir la verità, la presidente del Consiglio ha provato a riassumere quella che dovrebbe essere la linea italiana al Consiglio, cercando di limitare le sue consuete digressioni nel dibattito di casa nostra e provando a non fare alcun riferimento diretto al referendum sulla riforma della giustizia, che resta il principale tema nell’agenda politica interna. Malgrado le buone intenzioni, però, non è riuscita a tenere fuori la polemica con le opposizioni, utilizzando la solita carta vittimista in diversi passaggi del suo intervento fino a lanciarsi in un'intemerata contro i giudici che avrebbero impedito il rimpatrio di "stupratori" e violenti. E stabilendo un nuovo primato personale: il primo attacco alle opposizioni è arrivato dopo neanche un minuto di intervento, con una polemica piuttosto surreale contro chi aveva chiesto che il governo riferisse in Aula dopo l’attacco Usa-Israele all’Iran, la tragicomica vicenda del ministro Crosetto e alcune uscite francamente imbarazzanti del ministro Tajani.
Entrando nel vivo del suo intervento, Meloni ha riconosciuto che siamo “di fronte a un'evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali e al venir meno di un ordine mondiale condiviso”, inserendo la questione in un processo “in corso da tempo” e ricordando quelle che ritiene essere le radici profonde della crisi. Ovvero, “l’anomalia dell'invasione di una Nazione vicina da parte di un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite” che ha dato il via a una “destabilizzazione globale che ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l'attuale conflittualità ha una data”. L’intervento americano e israeliano, dunque, va collocato “in questo contesto di crisi attuale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale”, ed è stato determinato direttamente dalla ritrosia della leadership iraniana nell’accettare le limitazioni chieste da Usa, Israele e comunità internazionale rispetto ai propri progetti sul nucleare. Tralasciando la questione della basi militari, su cui il governo intende attenersi ai trattati e non può far altro che rimandare a ulteriori considerazioni nel caso in cui la situazione dovesse cambiare, Meloni si è limitata a manifestare una generica preoccupazione sulle conseguenze per i civili dei bombardamenti, dicendosi poi “estremamente preoccupata” dell’attacco israeliano al personale di UNIFIL in Libano, missione addirittura sotto la guida italiana.
Non siamo al paradosso dell’intervento “difensivo” in Venezuela, dunque, perché Meloni riconosce perfino di non avere “gli elementi per avvalorare con certezza, ma neanche per smentire, le valutazioni degli Stati Uniti sull'indisponibilità dell'Iran a chiudere un accordo definitivo”, ma non c’è evidentemente alcuna condanna delle operazioni militari che Usa e Israele stanno portando avanti in questi giorni. È un punto dirimente della linea del nostro governo: di fronte a quelle che Meloni chiama “cattive opzioni”, non c’è alcuna terza via da perseguire, nessun modello alternativo su cui ragionare, ma soltanto una scelta da effettuare. Che, nella lettura della nostra presidente del Consiglio, non può che essere determinata dall’appartenenza dell’Italia al campo occidentale. Un campo, inteso come terreno comune fra Stati Uniti, Europa e altri Paesi Nato, in cui Meloni continua ostinatamente a credere, malgrado tutti gli indizi portino in un'altra direzione, comprese le scelte dell'amministrazione statunitense in ambito militare, economico, commerciale.
Per la verità, in molti nel corso del dibattito che ne è seguito hanno provato ad avanzare qualche perplessità rispetto alla linea adottata dal nostro governo deferente e timida nei confronti degli Usa. Ha cominciato il senatore Mario Monti, non esattamente il più acerrimo nemico dell’atlantismo che questo Paese ricordi:
L'Occidente: la sua è una fatica mirabile, ma di Sisifo, perché gli Stati Uniti hanno abbandonato il concetto di Occidente e puntano apertamente alla sottomissione culturale e politica dell'Unione europea e alla sua disgregazione. Il Presidente degli Stati Uniti mostra affinità con i leader autocratici; del resto, comincia ad emergere nei fatti, secondo molti, che il vincitore della guerra in Iran per ora è il presidente Putin. Lo stesso Board of peace non è che un doppio e fallace eufemismo: la pace è una vaga aspirazione e il board non è un consiglio, ma un trono.
Ha continuato Carlo Calenda, che quasi certamente non può essere annoverato nel campo dei più strenui oppositori della maggioranza e che sicuramente non è collocabile a sinistra nello scacchiere politico italiano:
Avete parlato, come ha fatto anche adesso l'onorevole collega, della frattura dell'Occidente, ma la frattura dell'Occidente non nasce con l'aggressione russa: e Dio sa se io non sia il più anti russo in quest'Aula. Diciamo che sicuramente lo sono più del suo Vice Premier. Ma la frattura dell'Occidente non nasce lì, ma dalla frattura imposta da Donald Trump. Robert Kagan, un grande saggista americano esperto di politica estera, conservatore e repubblicano, ha detto una cosa a mio avviso illuminante: la potenza dell'America, che è servita a reggere l'ordine liberale e l'Occidente, è stata messa da Trump a servizio della sua distruzione. Questa cosa noi non possiamo far finta di non vederla, perché è in atto.
[…] Non possiamo non vedere come Trump tratta l'Europa tutta di cui noi facciamo parte come dei vassalli da tassare a cui chiedere di spostare investimenti (Stellantis sta chiudendo in Italia, investirà 13 miliardi negli Stati Uniti), di comprare gas liquefatto. Non possiamo non vedere come tutti i giorni ci dica che quel sistema che si fondava sulla NATO non esiste più, tanto che a un certo punto ha preteso la Groenlandia, come se fosse una cosa dovuta.
E lo ha fatto in modo piuttosto accalorato Peppe De Cristofaro, di Avs:
Lei ha schierato il nostro Paese a totale sostegno di Trump e di Netanyahu, e non certo da oggi. Lei è la principale alleata di Trump in Europa e ha messo l'Italia in una condizione di totale subalternità. Nel 2025 è andata a Washington e ha promesso di comprare armi e gas, poi si è addirittura augurata che Trump vincesse il premio Nobel per la pace: ma come si fa a mettere nella stessa frase la parola «Trump» e le parole «premio Nobel per la pace»? (Applausi). Come si fa? Ce lo deve ancora spiegare. Nel frattempo ha sostenuto Netanyahu, non ha detto mezza parola sul genocidio palestinese e ancora oggi fa finta di non capire.
Su queste critiche, Meloni ha provato a dire qualcosa nella sua replica. Ma il ritornello è sostanzialmente sempre lo stesso: un esercizio di equilibrismo dialettico e un tentativo (interessante sul piano ermeneutico) di inserire azioni, parole, opere e omissioni di Donald Trump in una cornice diversa, quasi che nessuno fosse in grado di comprenderne lo scopo ultimo. Un’ostinazione che traspare da alcuni passaggi della sua replica:
Io considero fondamentale l'unità dell'Occidente e non perché sia utile agli americani; la considero fondamentale perché è necessaria per noi, almeno fino a quando l'Europa non avrà concluso un percorso, che ha però iniziato troppo tardi, relativamente alla sua autonomia strategica e alla sua capacità di difendersi adeguatamente da sola. […] Io penso che il nostro compito e il nostro interesse sia anche contromanovrare rispetto a certe spinte. Quello che io non condivido di alcune posizioni che mi si chiede di assumere è che quelle posizioni, per paradosso, andrebbero più nel senso di una disgregazione e, se noi non vogliamo quella disgregazione, quello che dobbiamo tentare di fare, chiaramente nel contesto nel quale operiamo e nelle difficoltà che incontriamo, è contromanovrare rispetto a quella spinta. È quello che l'Italia cerca di fare. È chiaro che ha delle difficoltà, ovvio; ci sono delle volte in cui siamo d'accordo e ci sono delle volte, molte volte, in cui non siamo d'accordo e lo segnaliamo anche.
Dopodiché, ritengo e continuo a ritenere che noi si debba lavorare nel senso di ricomporre e non di aiutare a disgregare, perché non faremmo gli interessi né dell'Italia, né dell'Europa.
Un po’ tutti, del resto, hanno ricordato un aspetto quasi incredibile della relazione della presidente del Consiglio e della risoluzione della maggioranza a essa collegata: l’assenza di qualunque condanna delle modalità con cui è avvenuto l’attacco di Trump e Netanyahu, in palese violazione del diritto internazionale e senza aver consultato e, in gran parte dei casi, neanche avvisato gli alleati. Lo hanno fatto i senatori del Pd Alfieri e Misiani, poi gli esponenti di Avs, così come altri hanno ricordato la timidezza di Tajani e l'imbarazzo generato dalle uscite di Crosetto.
Molto efficace è sembrata l’analisi del Cinque Stelle Patuanelli:
Ci preoccupa un po' la non posizione che il Governo italiano ha preso: il dire "non condanno, né supporto l'intervento militare" è in qualche modo un non scegliere una posizione. Capisco la difficoltà di farlo, dopo che all'apertura del conflitto la prima cosa da fare era recuperare un Ministro che stava in vacanza a Dubai (Applausi) e dopo alcune delle banalità che sono state dette dal Ministro degli affari esteri, che immagino che, all'inizio dell'estate, ci dirà che bisogna bere tanta acqua e mangiare tanta frutta (questo è stato l'approccio). E mi rendo conto del suo imbarazzo, Presidente, perché riconosco la sua serietà e il suo tentativo di affrontare i problemi internazionali con un piglio che non sempre condivido, ma che certamente mostra diversità rispetto a chi le sta attorno.
Credo invece fortemente al fatto che in questo momento si debba sgomberare il campo dall'ipocrisia nei rapporti in queste Aule. Se riteniamo che Stati Uniti e Israele abbiano fatto bene a fare un intervento militare, allora diciamo che metteremo a disposizione le basi, che faremo la nostra parte e che saremo al loro fianco. Se riteniamo invece che hanno sbagliato, bisogna avere il coraggio di dire a Trump e a Netanyahu che hanno fatto l'ennesimo errore strategico, che porterà alla destabilizzazione dell'area e ad anni e anni di impegno in quelle aree per garantire i cittadini di quei Paesi (modello Iraq e Afghanistan). […] Allora delle due l'una: o si sceglie una strada o si sceglie l'altra. Non si tratta di rincorrere le posizioni altrui.
Sul punto, la presidente del Consiglio non ne è uscita particolarmente bene, malgrado la grancassa mediatica a disposizione stia rilanciando con enfasi il suo posizionamento. Perché ha di fatto confermato come l’Italia abbia una politica estera “fino a un certo punto”, per ricordare la perla di Tajani sul diritto internazionale. Nella replica ha spiegato infatti di essere “sulla stessa posizione dei maggiori Paesi europei, della quasi totalità dei Paesi europei, al netto della Spagna”, rimarcando di aver già operato dei distinguo sui bombardamenti della scuola di studentesse e sull’attacco alla missione UNIFIL (e ci mancherebbe altro, verrebbe da dire). Dimostrando di non aver capito il punto: un conto è lavorare per una posizione comune con gli alleati europei, in modo da poter incidere sugli equilibri complessivi, un altro è condividere quasi per inerzia il vuoto di posizionamento e di autonomia in cui l’Ue si viene a trovare, anche a causa delle singole scelte degli Stati. Se l’Ue non ha una posizione e si limita a subire l’iniziativa degli Stati Uniti e di Israele è anche perché al suo interno agiscono forze che lavorano per indebolirne il peso politico e la capacità di reazione. Come quelle che si oppongono e si opporranno sempre a qualunque ipotesi di superare il meccanismo dell’unanimità. Ogni riferimento al nostro governo vale fino a un certo punto, ci mancherebbe.