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Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

La prima riunione del Board of Peace di Trump non ha fatto altro che confermare le perplessità espresse dalla quasi totalità degli osservatori imparziali: se la ratio di fondo della creazione di un organismo che lavorasse in modo specifico per la pace a Gaza poteva essere di un qualche interesse, il decorso degli eventi ha reso l’iniziativa una sorta di club personale di Donald Trump. Già la campagna di adesioni aveva dato degli indizi chiari, con la defezione di quasi tutti i principali player sullo scacchiere internazionale e con le perplessità di alcuni rappresentanti autorevoli sui vari livelli regionali. Le immagini del meeting alla corte del presidente statunitense, poi, non sono state il migliore degli spot possibili: tra musiche, risatine e pagliacciate, la sensazione è quella di un gigantesco circo, o peggio, di un comitato d’affari in procinto di dividersi le briciole che il padrone del vapore vorrà gentilmente concedere.
Le premesse, del resto, non erano delle migliori. Come avevano notato in modo schietto alcuni dei più autorevoli osservatori internazionali. The Guardian aveva definito il Board un “club pay to play”, una specie di “corte imperiale”, evidenziando il tradimento del mandato Onu, che era invece limitato alla soluzione della crisi di Gaza. Il Financial Times era stato ancora più tranchant, parlando di un “emergente club di autocrati”. L'elenco dei partecipanti all'iniziativa trumpiana è rivelatore: Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Israele, Kuwait, Marocco, Qatar, Albania, Bielorussia, Bulgaria, Kosovo, Ungheria, Armenia, Azerbaigian, Cambogia, Indonesia, Kazakistan, Mongolia, Pakistan, Turchia, Uzbekistan, Vietnam, Argentina, Paraguay, El Salvador.
Capire cosa ci faccia l'Italia in quel posto e perché Giorgia Meloni volesse "disperatamente entrarci" (parole di Donald Trump) non è semplicissimo. Come saprete, il governo di Giorgia Meloni aveva da subito provato a ribaltare l’obiezione principale circa la possibilità che l’Italia prendesse parte a un organismo internazionale così costituito: la Costituzione. Il ministro degli Esteri Tajani si era spinto ad affermare che “l’assenza dell'Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso art. 11 della nostra Costituzione”. Una lettura quantomeno ardita, considerando che la nostra Carta è netta sull’impossibilità di cedere sovranità a organismi in cui non ci siano “condizioni di parità tra gli Stati”. Il che in questo caso appare pacifico, considerando che parliamo di un board a pagamento in cui Trump può fare essenzialmente ciò che gli pare, anche una volta che terminerà il suo mandato alla guida degli Stati Uniti. Un punto di poco conto: entrare nel board rappresenterebbe una cessione di sovranità non a beneficio di un’altra nazione, ma addirittura di un singolo soggetto, peraltro un multimiliardario con un potenziale e gigantesco conflitto d’interessi. Troppo anche per gli standard del nostro governo, avranno fatto notare a Meloni.
Che non si è data per vinta e ha continuato la sua lotta disperata per non far mancare il proprio sostegno all’amico statunitense. Trovando una scorciatoia nel ruolo di “osservatore”, non previsto neanche dallo statuto del Board stesso. Una roba tra il patetico e il pericoloso, che non cambia la sostanza di quanto il nostro Paese sta facendo. Lo scrive bene Il Manifesto:
Per le sue caratteristiche il Board of Peace risulta incompatibile con la costituzione italiana: è chiaro che ogni forma di partecipazione dell’Italia comporta una limitazione di sovranità ma non certo in condizione di parità con gli altri membri, visto che tutti sono sottomessi alla volontà a all’arbitrio di uno solo, Trump.
Il rilievo non è da poco: se questa è la linea del governo c’è da chiedersi perché l’Italia partecipa solo come Paese osservatore. O siamo di fronte alla solita ambiguità governativa oppure è presumibile che la piena adesione al club (previo versamento della quota sociale di un miliardo di dollari) sia soltanto una questione di tempo. Da noi al peggio non c’è mai fine.
[…] Con il Board of Peace, Trump e gli Stati uniti si presentano senza veli. L’imperialismo americano non è certo nato con Trump ma questo presidente non si preoccupa di nascondere le ingerenze, non le traveste con discorsi moralistici come facevano i suoi predecessori. Sta semplicemente stravolgendo l’ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale per tornare la colonialismo ottocentesco, quando le grandi potenze si scambiavano territori senza preoccuparsi della sovranità e delle popolazioni locali. In un logica di spartizione delle zone di influenza che piace sia a Trump che a Putin.
In effetti le cose si sono messe in un modo un po' paradossale per la nostra presidente del Consiglio, che continua a recitare la favoletta dell'unità dell'Occidente, del ponte fra Stati Uniti ed Europa, mentre Trump non fa che sbatterle in faccia una realtà radicalmente diversa, non prendendosi più nemmeno il fastidio di mascherare il neo-imperialismo Maga con la storiella della difesa dei valori occidentali. Certo, almeno stavolta Meloni ha scansato l'umiliazione completa di farsi fotografare col cappellino in mano ai margini del circo trumpiano, ma la figuraccia in mondovisione è toccata al vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Tajani. Il quale ha solo parzialmente evitato di regalare al mondo l’immagine del più totale asservimento, come ad esempio ha fatto l’impresentabile segretario della Fifa Gianni Infantino. E se n'è uscito con un laconico “partecipiamo come osservatori e mi pare che siano emerse delle proposte politiche per costruire la pace, una costruzione di cui vogliamo essere protagonisti”.
C'è però una considerazione da fare, che va oltre l'esito macchiettistico della gita di Tajani. La pecularità della presenza dell’Italia nel Board of Peace non è casuale, ma in continuità con i posizionamenti di Giorgia Meloni sulle grandi questioni che hanno agitato la politica internazionale. Dai dazi alla Groenlandia, passando per le ingerenze statunitensi nelle vicende interne della Ue e le polemiche sulla Nato e sulla difesa, il nostro governo ha sempre spalleggiato le scelte della nuova amministrazione trumpiana, arrivando più volte sul punto di rompere con gli alleati europei. Malgrado l’asse personale e politico con la presidente della Commissione Europea von Der Leyen (che pure sta garantendo una certa agibilità a Meloni), l’Italia ha marcato in più occasioni una distanza significativa dai principali player del Vecchio Continente. Il discrimine è prima di tutto prospettico: per affinità ideologica e legittima ambizione politica, Meloni sposa gran parte delle ricette Maga, vagheggiando l’idea che in Ue lo spartito possa cambiare radicalmente, magari grazie alla vittoria elettorale di Le Pen in Francia e alla crescita di Vox e Afd in Germania (o comunque a un ulteriore spostamento a destra dei Popolari).
Il vero problema è che nel nuovo ordine mondiale di ispirazione trumpiana, quello delle autocrazie e dei governi cesaristi spalleggiati dai tecnocapitalisti e sostenuti da un'ideologia reazionaria e neo-imperialista, non sembra esserci spazio "concettuale" per la costruzione europea per come la conosciamo. L'Ue è, quasi costitutivamente, con le sue regole e la propria cultura politica, l'ostacolo maggiore al trumpismo e come tale va colpita, depotenziata, disgregata. Ce lo stanno dicendo in tutte le salse gli stessi Maga. Lo dicono i fatti, le scelte, i comportamenti. Lo hanno capito tutti, tranne che a Chigi evidentemente. Dove continuano a blaterare di valori occidentali, asse atlantico e cose del genere.
Per quanto ancora continueremo a sostenere una linea che sembra ignorare un basilare principio di realtà, ovvero la ridefinizione degli equilibri globali, la non è dato sapere. Quel che è certo è che l’Europa si sta muovendo, con o senza Giorgia Meloni, perché è necessario elaborare risposte complessive al mutato quadro geopolitico ed economico (sulla enorme questione della sovranità digitale, ad esempio, consiglio questo pezzo di Politico). Ne va, letteralmente, del futuro del Vecchio Continente. Qualcosa che, lo riconoscerete, va oltre persino Giorgia Meloni.