Trump a Davos: “Sulla Groenlandia potrei usare una forza inarrestabile, ma non lo farò”

"Sono felice di tornare qui a Davos, per incontrare molti amici e qualche nemico". Con questa battuta ironica e provocatoria Donald Trump ha aperto il suo intervento al World Economic Forum, chiarendo fin dall'inizio il tono del discorso: diretto, polemico e costruito più come una rivendicazione politica che come un appello al consenso internazionale. Un'impostazione che ha dato il ritmo a tutto quanto il suo intervento.
Fin dalle prime battute, il presidente degli Stati Uniti ha impostato il suo intervento come un confronto netto con il passato recente. Ha parlato dell'America guidata da Joe Biden come di un "modello fallito", sostenendo che la suaamminsitrazione lo stia ribaltando pezzo per pezzo. Nella sua narrazione, il passato sarebbe cambiato anche grazie allo scontro con l'apparato statale: Trump ha infatti detto di aver linciato i burocrati federali, ricordando che inizialmente lo detestavano e che invece ora "si sono dovuti trovare dei posti nel privato e ora mi amano". Un passaggio che ha usato per rafforzare l'idea di un'America "liberata dai vincoli" e per questo ora pronta a crescere.
Da lì è passato a parlare di economia, insistendo sui risultato che attribuisce alla sua presidenza, ribadendo le cifre sulla crescita e sull'inflazione e presentandole come la "dimostrazione di un Paese tornato competitivo". Il punto centrale è stato poi l'annuncio, giù più volte rivendicato, di 18mila miliardi di dollari di impegni di investimento negli Stati Uniti, una cifra che, secondo il presidente degli Stati Uniti, nessun altro Paese al mondo avrebbe mai raggiunto prima. Neppure lui "si sarebbe aspettato tempi cosi rapidi", ha poi aggiunto, osservando che altrove, in particolare in Europa, certi territori "non sono nemmeno riconoscibili" rispetto a qualche anno fa.
La "truffa verde" e il petrolio del Venezuela
Uno dei punti centrali del discorso di Trump è stato poi il tema dell'energia, che il presidente Usa ha collegato direttamente alla crescita economica degli Stati Uniti. Non solo, il presidente Usa ha poi ribadito la sua opposizione alle politiche verdi, tornando più volte sul tema delle pale eoliche, che ha definito "un errore strategico". Secondo lui, negli Stati Uniti gli impianti eolici vengono già smantellati e non ne verranno autorizzati di nuovi, perché la transizione ecologica sarebbe, a suo dire, una "truffa della sinistra radicale" destinata a danneggiare cittadini e imprese.
All'interno di questo ragionamento ha inserito anche il capitolo Venezuela, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero preso 50 milioni di barili di petrolio che verranno "condivisi con il Paese sudamericano" nell'ambito di "un accordo decisivo". Ha poi ricordato che "il Venezuela era un grande Paese vent'anni fa" e ha assicurato che "da ora in poi andrà ancora meglio", arrivando a sostenere che nei prossimi sei mesi Caracas guadagnerà più di quanto abbia fatto negli ultimi vent'anni.
Da qui il discorso si è spostato sull'intelligenza artificiale, nuovamente intrecciata al tema dell'energia. Il Tycoon ha poi affermato che gli Stati Uniti starebbero guidando la corsa globale all'AI. Ha poi riconosciuto che la Cina starebbe creando molta energia, ma sottolineando che anche l'America lo starebbe facendo e che dovrà "più che raddoppiare la produzione energetica", promettendo permessi per nuovi impianti in tempi "rapidissimi, nell'arco di due settimane".
"Potrei farlo, ma non userò la forza sulla Groenlandia"
Quando Trump ha parlato di Europa i toni si sono fatti piu morbidi, almeno all'apparenza. Ha detto di "amare l'Europa" pur aggiungendo che, a suo giudizio non starebbe andando "nella direzione giusta". Allo stesso tempo ha ribadito la centralità degli Stati Uniti, definendoli "il motore economico del pianeta" sostenendo che il Paese si avvia "verso una crescita senza precedenti", citando una stima del 5,4%. Ha poi insistito sulla necessita di alleati forti e di un'Europa forte, richiamando le sue origini familiari: "Nel mio sangue c'è il 100% di sangue scozzese e il 100% di sangue tedesco".
È in questo contesto che ha inserito il tema della Groenlandia, presentandolo come una questione strategica e di sicurezza globale. Secondo il presidente, infatti, solo gli Stati Uniti sarebbero in grado di "garantire la sicurezza mondiale attraverso il controllo dell'isola", che ha poi definito territorio "cruciale" per tutto l'Occidente. Trump ha cose ricordato che, dopo la Seconda guerra mondiale, Washington restituì la Groenlandia alla Danimarca, salvo poi aggiungere che sarebbe stato un errore. A suo avviso, l'isola appartiene intatti geograficamente al Nord America e per questo dovrebbe rientrare nella sfera di influenza statunitense. Da qui la richiesta di aprire negoziati immediati per una possibile acquisizione.
Pur ribadendo l'interesse americano ha cercato però di smussare i torni sul piano diplomatico, dichiarando di avere "grande rispetto" sia per la Danimarca sia per il popolo groenlandese. Ha definito l'isola un "enorme pezzo di ghiaccio, difficile persino da chiamare terra" e ha poi affrontato il tema più delicato tra tutti, quello dell'uso della forza: "Probabilmente non otterremo nulla, a meno che io non decida di usare una forza e una potenza eccessiva, nel qual caso saremmo, francamente, inarrestabili, ma non lo farò. Questa è probabilmente l'affermazione più importante, perché la gente pensava che avrei usato la forza. Non devo usare la forza. Non voglio usare la forza. Non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia".
Trump ha quindi collegato la questione anche ai rapporti con la Nato, confermando il sostegno degli Stati Uniti all'Alleanza ma esprimendo comunque dubbi sulla "reciprocità dell'impegno"; ha quindi ricordato che l'unica applicazione dell'articolo 5 sarebbe avvenuta dopo l'11 settembre, quando furono gli alleati europei a intervenire in aiuto a Washington. Gli Stati Uniti, ha poi detto, hanno dato molto e ricevuto troppo poco. E tornando sulla Groenlandia ha poi aggiunto: "Washington vuole quell'isola, se l'Europa accetterà, lo apprezzerà", nel caso contrario, invece, "se ne ricorderà".
Putin e Zelensky "stupidi" se non trovano accordo
Anche sull'Ucraina Trump ha usato parole dure. Parlando di Putin e Zelensky ha infatti detto che se non riusciranno a trovare un accordo sarebbero "stupidi" per poi correggersi subito: non voleva "offendere nessuno", ha precisato, ma il punto resta la necessità di arrivare a un accordo. Secondo Trump, la guerra "non può continuare e una soluzione negoziata è oggi l'unica strada possibile".
Nel suo intervento ha anche rivendicato la propria esperienza da "mediatore", affermando di aver "risolto contemporaneamente otto conflitti internazionali". Tra questi ha citato anche la crisi tra Armenia e Azerbaigian, ricordando una telefonata con Putin e sottolineando la rapidità con cui, a suo dire, sarebbe stato raggiunto l'accordo. Ha poi detto che "lo scoppio della guerra in Ucraina" sarebbe "legato alla politica interna americana". Secondo il presidente infatti, il conflitto non sarebbe "mai iniziato" se le elezioni presidenziali del 2020 non fossero state "truccate". Per questo motivo, ha aggiunto, "presto" alcune persone potrebbero essere perseguitate.
L'attacco alla Somalia: "Non è neanche una nazione"
Nel suo intervento a Davos, Trump è poi tornato anche sul tema dell'immigrazione, usando anche in questo caso toni particolarmente duri: parlando della comunità somala negli Stati Uniti, ha sostenuto che l'Occidente non possa permettersi di "importare in massa culture straniere", sopratutto quando, a suo dire, queste "non sarebbero riuscite a costruire società funzionanti nei Paesi di origine". Come esempio ha citato il Minnesota, Stato che ospita una numerosissima comunità somala (dove l'amministrazione americana ha rafforzato le operazioni dell'Ice). Il presidente degli Stati Uniti ha detto che la "presenza dei somali dimostrerebbe i limiti delle politiche di accoglienza" arrivando a negare valore alla stessa Somalia, descritta come un Paese "che non è neanche una nazione". Nel suo intervento ha poi preso di mira direttamente la deputata democratica Ilhan Omar, proprio di origini somale, definendola una figura che pretende di dire agli americani "cosa devono fare gli Stati Uniti".
Le dichiarazioni si sono fatte ancor più offensive quando Trump ha attaccato gli immigrati somali negli Stati Uniti con insulti veri e propri, parlando di persone con "un basso livello intellettivo" e arrivando a evocare stereotipi legati alla pirateria: "Banditi somali, vi rendete conto? Chi l'avrebbe pensato che i somali avessero un quoziente intellettuale maggiore di quanto pensavamo". E legandosi a questo, ha chiuso il discorso con un sorta di appello anti-globalista: "La prosperità dell'Occidente viene dalla nostra cultura particolare, il nostro retaggio prezioso e comune, dobbiamo difenderlo nel modo più forte che mai".