
Se pensavate di averle viste già tutte con Donald Trump, non avete idea di cosa saranno le elezioni di metà mandato negli Usa, quelle che decideranno se, nella seconda fase della presidenza Trump, il tycoon alla Casa Bianca avrà la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, come è stato sinora, oppure no.
Partiamo dalla fine: diversi analisti dicono che se dovesse perdere una delle due camere, per Trump sarebbe molto difficile continuare a fare quel che ha fatto sinora. Di fatto, in questi primi dodici mesi di presidenza, i parlamentari repubblicani hanno ceduto di fatto il loro potere al presidente, che ha governato mediante ordini esecutivi. Se anche solo una delle due camere finisse in mano democratica questo non sarebbe più possibile.
Non è solo un problema di ostruzionismo, però. Perché Donald Trump è convinto, e l’ha pure detto ai parlamentari repubblicani, giusto un paio di settimane fa, che se i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato troverebbero il modo mettere sotto impeachment il presidente Usa, depotenziandolo ulteriormente.
A dieci mesi dal voto, i sondaggi non sono favorevolissimi a Trump. A oggi il suo tasso di approvazione è al 40% circa, una percentuale più bassa di quella di Biden e del primo Trump allo stesso momento del loro mandato. Una disapprovazione che si riflette sui sondaggi dei seggi da assegnare alla Camera e al Senato, dove numerosi collegi vinti quattro anni fa dai repubblicani sono ritenuti in bilico.
Questo non vuol dire che Trump è spacciato, ma che è molto nervoso. A un punto tale che sta facendo di tutto per fare in modo di non perdere: sta ridisegnando i collegi elettorali, abolendo il voto per corrispondenza, minacciando di sostituire le macchine del voto con scrutatori umani, anticipare il censimento del 2030, provando a escludere dal voto quante più persone nere o ispaniche. Qualcuno dice addirittura che potrebbe arrivare a rinviare o abolire le elezioni di metà mandato – cosa che non rientra nei suoi poteri, in teoria – che ha già attaccato in quanto a suo dire, destinate a far perdere il presidente in carica, comunque vada.
Quel che accadrà dopo, comunque andranno queste mid term, riguarda anche noi.
Un Trump vincente avrebbe il lasciapassare per fare qualunque cosa, da quel momento in poi. E quando diciamo qualunque, conoscendo il personaggio, intendiamo qualunque.
Un Trump perdente sarebbe come un pugile suonato da dentro e da fuori. O se preferite dai democratici e da Xi Jinping. Che approfitterebbe della debolezza di Trump per affermare ulteriormente il proprio potere geopolitico e geoeconomico su sempre più Paesi al mondo.
Ecco spiegata l’agitazione di Trump, dentro e fuori i confini americani, insomma. Perché il presidente ha bisogno di un successo da qualche parte, che sia sull’imimigrazione, in casa, che siain Ucraina, in Groenlandia, in Iran, o chissà dove altro dopo il Venezuela, all’estero. Nella sua testa, è l’unica cosa che potrebbe invertire un’inerzia che in questo momento lo vede perdente, o comunque con un consenso in costante declino.
Piccola profezia facile: Trump da qui a novembre, oserà e rilancerà sempre di più, con ogni probabilità, prendendosi rischi enormi, e forzando il più possibile la mano su quel che resta della democrazia americana. Accettando persino il rischio di scontri e “incidenti” pericolosi come quello costato la vita a Renee Nicole Good. Anzi, magari provocandoli per elevarsi a uomo della legge e dell’ordine, contro rivali facinorosi e sovversivi.
Allacciate le cinture, insomma. Perché più si avvicinano i seggi, più ci possiamo aspettare di tutto, dall’altra parte dell’Atlantico. La posta in gioco stavolta è davvero troppo alta.