
Con l’annuncio di una tregua di due settimane e l’avvio di colloqui diretti a Islamabad, in Pakistan, a partire da venerdì 10 aprile, si archivia per il momento una delle guerre più costose e sanguinose di sempre. Dopo le minacce genocidiarie di Trump di eliminare “un’intera civiltà in una notte”, il presidente USA, duramente criticato per le sue parole anche dalle opposizioni, con la deputata Ocasio-Cortez che ha chiesto il suo impeachment, ha accettato di negoziare sui dieci punti della proposta di tregua, avanzata dall’Iran.
La bozza prevede la fine della guerra in Iran, in Libano e in tutto il Medio Oriente, la riapertura e il controllo congiunto dello Stretto di Hormuz da parte di Iran e Oman, la fine delle sanzioni primarie e secondarie contro Teheran, compensazioni per i danni subiti dall’Iran nella guerra anche con l’imposizione di un pedaggio per le navi che passano da Hormuz, la possibilità per l’Iran di continuare ad arricchire l’uranio. Gli Usa non hanno sottoscritto tutti i punti ma hanno parlato di una buona base per negoziare un accordo, mentre il prezzo del petrolio è già sceso sotto i 100 dollari al barile dopo l’annuncio dell’intesa. Ma chi ha vinto e chi ha perso con questa tregua?
Né vincitori né vinti
Di per sé la guerra, le migliaia di morti tra i civili, la distruzione di ponti, infrastrutture energetiche, opere d’arte, scuole, ospedali, università, con 3,2 milioni di sfollati interni in Iran, non può essere definita un successo per nessuno dei contendenti. Questo è vero ancora di più in questo caso perché la guerra in Iran non era necessaria in quanto il paese non rappresentava una minaccia immediata, come confermato da molti esperti e politici, anche Repubblicani, a partire dal capo dell’antiterrorismo Joe Kent che si è dimesso per questo.
Una vittoria diplomatica per Teheran
Di sicuro, però, l’epilogo di uno scontro così devastante e che avrebbe potuto comportare un’escalation ancora più grave con l’uso di armi nucleari tattiche, è una vittoria diplomatica per Teheran. La Repubblica islamica continuerà ad esistere e forse avrà il controllo su Hormuz, insieme all’Oman. Nell’immediato questo è un risultato che dà respiro ai mercati e soprattutto ai paesi che più dipendono dal petrolio iraniano, a partire da Giappone, Corea del Sud e Cina. E così quest’ultima ha giocato un ruolo essenziale, insieme al Pakistan, nel favorire il dialogo tra Stati Uniti e Iran e impedire l’escalation.
Un fallimento per Trump
Agli occhi della comunità internazionale, Trump potrà intestarsi la riapertura dello Stretto di Hormuz per cui aveva più volte richiesto l’intervento diretto di NATO e Unione europea. In realtà, era chiaro a tutti che solo la fine della guerra avrebbe determinato la riapertura immediata di uno dei punti nevralgici per il traffico commerciale globale, con il 20% del mercato petrolifero mondiale che attraversa quelle acque.
Tuttavia, il presidente USA è apparso molto indeciso in questo conflitto, spesso incoerente nelle sue dichiarazioni pubbliche, troppo appiattito nel favorire gli interessi israeliani in Medio Oriente. In altre parole, dopo il successo strategico in Venezuela, Trump ha avviato una guerra che è costata in 39 giorni tra i 22,3 e i 31 miliardi di dollari. Non ha ottenuto il cambiamento di regime auspicato né la fine del programma nucleare iraniano bensì ha accresciuto la leva geopolitica di Teheran su Hormuz.
Un sollievo per l’economia iraniana
L’accordo che USA e Iran si avviano a negoziare, ancora tra mille punti interrogativi, potrà dare sollievo alla disastrata economia iraniana che aspetta da anni la fine delle sanzioni internazionali che danno filo da torcere agli iraniani. Soprattutto la fine delle sanzioni per i paesi terzi che fanno affari con Teheran, a partire dai paesi asiatici, ma anche per l’Europa, potrebbe riportare l’esportazione del petrolio iraniano ai livelli precedenti alle sanzioni e avere effetti sull’alta inflazione che ha prodotto un aumento dei prezzi esponenziale negli ultimi anni in Iran. E così non sono mancati i festeggiamenti per le strade delle maggiori città iraniane all’annuncio della tregua, mentre migliaia di iraniani avevano circondato ponti e infrastrutture energetiche in risposta alle minacce di Trump con l’approssimarsi della scadenza dell’ultimatum Usa nella notte tra martedì e mercoledì.
La fine dei conflitti regionali
Il vero successo di questa guerra potrebbe essere la fine dei conflitti in Medio Oriente che vedono impegnato Israele a partire da Gaza e dal Libano. Mentre continuano i raid dell’esercito israeliano (Idf), le autorità di Tel Aviv hanno già fatto sapere che proseguiranno a combattere in Libano definendo l’accordo per la tregua come un “disastro politico”.
Eppure, i 10 punti, proposti dall’Iran, dimostrano che per la fine del conflitto non si può prescindere dallo stop degli attacchi israeliani nei territori occupati, nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso ottobre a Gaza, e dalla fine della pulizia etnica della comunità sciita nel Sud del Libano. È proprio questa logica israeliana della guerra permanente, dopo gli attacchi del 7 ottobre del 2023, ad aver innescato i raid reciproci tra Iran e Israele dell’aprile e dell’ottobre 2024, la guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e la guerra in corso oggi.
La necessità del compromesso
Dopo 47 anni di scontro diretto e indiretto, in seguito a questa guerra, è chiaro che non sarà un conflitto a chiudere la pagina delle tensioni tra Stati Uniti e Iran. L’uso della forza ha fallito e se questa guerra ricominciasse probabilmente si trasformerebbe in un altro Vietnam per Washington.
Le minacce esistenziali non servono per fermare lo scontro tra USA e Iran ma solo la via diplomatica, di compromesso, che consideri le legittime aspirazioni di entrambi gli attori geopolitici può risolvere il contenzioso sul modello dell’intesa raggiunta da Obama (JCPOA) nel 2015. In altre parole, questo conflitto ha dimostrato che la guerra non è un’opzione per risolvere le crisi in Medio Oriente perché Stati Uniti e Iran hanno bisogno di interagire pacificamente per garantire la stabilità regionale.
La Repubblica islamica non è collassata
Questa guerra sarà ricordata come fondamentale per mantenere in vita il sistema della Repubblica islamica. Come fu con la guerra in Iraq (1980-1988) che cementò il sostegno per Khomeini e determinò il successo della Repubblica islamica, il conflitto del 2026 sarà ricordato come l’evento che ha rivitalizzato le istituzioni iraniane in crisi. Le ondate di proteste che vanno avanti dal 1999 a oggi avrebbero forse determinato la fine dall’interno di un sistema corrotto, che viola i diritti umani e che ha prodotto una repressione senza precedenti del dissenso negli ultimi mesi.
Libere elezioni sarebbero potute forse essere il risultato di tutto questo e del sangue versato dai giovani iraniani, a partire da Mahsa Amini, protagonista del movimento “Donna, vita, libertà” nel 2022. Non sarà così. La componente islamica del regime è stata indebolita con l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei ma il sistema è rimasto in piedi rafforzando l’ala militare a discapito di quella religiosa. Questo sta aggravando la repressione interna con arresti e condanne a morte.
Il fallimento della guerra per procura
Si è dimostrato fallimentare anche il tentativo di attivare milizie per procura che avrebbero dovuto frammentare l’Iran sul modello della guerra civile siriana. In questo caso, i partiti curdi iraniani, sebbene si siano coalizzati e si siano dimostrati pronti a combattere contro la Repubblica islamica, non hanno ottenuto il sostegno auspicato da parte dei partiti curdi iracheni e siriani, già demotivati dai precedenti trattamenti assicurati dalla Coalizione internazionale nel Rojava, dove i curdi sono stati usati per un decennio e poi abbandonati a loro stessi con l’avvento del presidente al-Sharaa dagli Stati Uniti.
Un avvertimento per i paesi del Golfo
Questa guerra ha anche dimostrato che il sostegno incondizionato dei paesi del Golfo a Stati Uniti e Israele è molto rischioso. Rende Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain vulnerabili alle rappresaglie iraniane e del cosiddetto Asse della Resistenza in contesti le cui opinioni pubbliche sono decisamente contrarie alle guerre israeliane nella regione. Così come ha dimostrato le fragilità in tema di forniture energetiche in Egitto. E la radicata interconnessione tra stabilità in Iran e in Iraq con la buona notizia del rilascio della giornalista statunitense Shelly Kittelson in mano al gruppo Kataib Hezbollah in Iraq a poche ore dall’annuncio del cessate il fuoco.
L’Europa e il negoziato
La guerra di Trump e Netanyahu in Iran ha anche evidenziato le divisioni tra i paesi europei e l’incapacità di assumere posizioni unitarie che mettano in discussione l’egemonia statunitense nella regione. Ci ha provato il premier spagnolo Pedro Sánchez che ha negato agli Usa lo spazio aereo per attaccare l’Iran. E forse ha avuto un effetto ancora più dirompente la posizione del premier inglese Keir Starmer che ha negato l’uso delle basi britanniche per missioni offensive in Iran. Questo è stato uno dei punti che ha contraddistinto più di ogni altro questa guerra rispetto al sostegno incondizionato che diede Tony Blair alla guerra di George Bush in Iraq nel 2003. Mentre la Francia ha incassato la liberazione di Cécile Kohler e Jacques Paris da quattro anni nelle carceri iraniane.
Restano tante incognite su questa tregua di due settimane, ottenuta con grande fatica, tra le minacce di Trump e le sfide dei militari iraniani. Non si tornerà alla guerra come è stata combattuta in queste sei settimane. Ma molti interrogativi restano aperti: fino a che punto Trump permetterà all’Iran di avere il controllo sullo Stretto di Hormuz? Israele rispetterà il cessate il fuoco in Libano? Teheran accetterà un livello di arricchimento dell’uranio che non metta in dubbio gli scopi puramente civili del suo programma nucleare?