Gli scenari dopo la tregua Iran-USA, l’analisi di Dentice: “Stabilità è ancora un miraggio lontano”

Dal rischio "apocalisse" al cessate il fuoco. In una manciata di ore, il mondo ha trattenuto il fiato passando dal baratro di un conflitto potenzialmente nucleare a una fragile tregua di due settimane. Solo ieri, 7 aprile 2026, Donald Trump scuoteva l'ordine globale con una dichiarazione senza precedenti, minacciando di "cancellare la civiltà iraniana dalle mappe" se Teheran non avesse ceduto su tutta la linea. Invece è accaduto altro e ci siamo svegliati con l’annuncio di una tregua e della ripresa di negoziati più strutturati a Islamabad il prossimo 10 aprile.
Ma come va interpretata questa intesa in extremis tra Washington e Teheran? È stata davvero una vittoria della fermezza americana o – invece – un clamoroso autogol strategico? Ma soprattutti, quali sono gli scenari più probabili nei prossimo futuro? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Dentice, analista dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed), per capire chi ha vinto davvero questa partita a scacchi col fuoco. E soprattutto, cosa potrebbe aspettarci nelle prossime settimane.
Dottor Dentice, partiamo dalla cronaca delle ultime ore. Siamo passati in un lampo dal rischio di un’apocalisse nucleare a un cessate il fuoco improvviso. Dobbiamo davvero tirare un sospiro di sollievo o è solo una parentesi?
Io resterei molto cauto. Questo "cessate il fuoco" in realtà è una tregua di due settimane che ricorda, né più né meno, quelle che abbiamo già visto a Gaza in passato. La speranza, ovviamente, è di essere un po’ più fortunati perché in quei casi abbiamo notato spesso come Israele, alla minima occasione, mandasse tutto all'aria. In questo frangente sembrerebbe esserci l'intenzione di attenersi ai piani, ma non ci giurerei: anche dopo il raggiungimento dell'intesa ci sono stati raid iraniani verso il Golfo e attacchi israeliani verso il Libano. È tutto ancora in divenire. Certamente, due settimane di tregua con la promessa di rincontrarsi il 10 aprile a Islamabad, in Pakistan, lasciano intravedere uno spiraglio per qualcosa di più articolato. Ma la sostanza non cambia: Trump ha dimostrato ancora una volta che il suo appellativo di "cane che abbaia ma non morde" gli calza a pennello.
Eppure la narrazione della Casa Bianca è di tutt'altro segno. Qual è il prezzo politico di questa mossa per gli Stati Uniti?
Il prezzo è altissimo. Trump ha screditato la tradizionale postura americana nella regione, brutalizzando la percezione che gli attori locali hanno degli Stati Uniti. Se già prima la fiducia era ai minimi termini, ora è ulteriormente peggiorata. Questo accordo non è la fine del conflitto e non siamo nemmeno vicini alla conclusione; è solo un punto di passaggio verso un vero e proprio negoziato. Paradossalmente, tutto questo non fa altro che rafforzare la postura iraniana. Per come è strutturata, l'intesa riconosce indirettamente all'Iran un ruolo regionale e un’autorità sul Golfo e sullo Stretto di Hormuz che prima erano molto più sfumati. Oggi Teheran si vede riconosciuto un ruolo di garante proprio dalla superpotenza per eccellenza.

Questa mattina sia Teheran che Washington cantano vittoria. Ma chi dei due esce davvero rafforzato da questa situazione?
Se guardiamo alla situazione pre-bellica e a quella attuale, il rafforzamento dell'Iran è innegabile. Prima della guerra, Teheran viveva una condizione di estrema difficoltà dovuta alle pesanti sanzioni internazionali e alle tensioni interne di lunga data. Oggi, al netto delle criticità che permangono, il Paese si è ricompattato sul piano interno. Trump ha permesso all'Iran di raggiungere un accordo su uno stretto, quello di Hormuz, che era già aperto in precedenza, ma che oggi vede l’Iran ufficialmente riconosciuto come garante con un ruolo ben definito. Questo avviene a tutto detrimento della reputazione americana. L'Iran non sarà "vittorioso" in senso assoluto, ma è certamente più forte e influente di prima. È un dato di fatto inequivocabile.
Parliamo dei contenuti: i famosi "dieci punti" proposti includono anche l'implementazione dell'uranio da parte dell'Iran, lo stop a future aggressioni degli USA, la revoca delle sanzioni primarie e secondarie. Come si spiega questo dietrofront da parte degli Stati Uniti?
È proprio questo il punto focale. Trump è partito con proclami del tipo "distruggeremo l'Iran", evocando scenari simili al Venezuela e puntando al cambio di regime. Ieri ha evocato addirittura la "fine della civiltà" iraniana ma poi ha mestamente accettato un accordo minimo pur di uscire dalla palude. È difficile oggi immaginare l’Iran in una posizione di debolezza. Al contrario, è verosimile che nei prossimi colloqui Teheran alzerà sempre di più la posta in palio. Dubito che gli Stati Uniti abbiano ancora leve per imporre qualcosa; il rischio è che Washington finisca per subire gli effetti delle intese, andando a trattare un accordo peggiorativo rispetto al passato. Chi ha perso sono soprattutto gli Stati Uniti.
Dal punto di vista militare e strategico, però, l’Iran ha subito colpi durissimi. I vertici sono stati decapitati. Questo non conta nulla nel bilancio finale?
È innegabile che l'Iran abbia subito dei duri colpi, ma partiva da una situazione già complicata. La strategia americana si basava sull'idea che il regime sarebbe caduto velocemente, ma questo evidentemente non è avvenuto. Hai decapitato i vertici dello Stato? Vero, ma lo Stato esiste, rimane in piedi ed è, se possibile, ancora più repressivo e compatto di prima. Washington non ha raggionto risultati tangibili. Non si può nemmeno rivendicare la riapertura di Hormuz come un successo, dato che lo stretto era libero già in partenza. È stato un incredibile sperpero di risorse umane, militari ed economiche per non portare a casa nulla. La strategia di Trump e del suo entourage si è rivelata un fallimento, anche perché si è rifiutato di ascoltare qualsiasi consiglio o posizione diversa dalla propria linea brutale.
Un’ultima domanda. In un contesto così volatile, dove le variabili sono troppe e la tensione resta altissima, che tipo di scenari pensi si possano prevedere da qui alle prossime settimane?
In questo momento credo prevalga la voglia di gestire la crisi, ovvero puntare a una de-escalation attraverso un controllo del conflitto su posizioni di bassa o media intensità. Vedremo ancora scontri a fuoco e rappresaglie, ma il tutto sarà mirato a contenere l’esplosione totale. L'escalation, però, resta dietro l'angolo. Non credo che arriveremo a un "accordo quadro" risolutivo, anche perché non è ancora chiaro quale sia il problema reale che Washington voleva risolvere. Ci aspetta un mix di gestione del conflitto ed equilibrismo diplomatico, con la consapevolezza che la stabilità è ancora un miraggio lontano.