Ex detenuto nelle carceri israeliane: “Con la nuova legge sulla pena di morte siamo di nuovo tutti a rischio”

Nella giornata di lunedì 30 marzo 2026, la Knesset, il parlamento israeliano, ha votato in ultima lettura la legge che introduce la pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo atto a "uccidere intenzionalmente una persona con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele". Questo provvedimento è un ulteriore tassello strutturale che rende sempre più concreta la volontà del governo a guida Netanyahu di rendere le carceri luoghi in cui i palestinesi non vengano solamente disumanizzati, ma eliminati. A Fanpage.it la testimonianza di un ex detenuto, leader delle Brigate Al-Aqsa, che hanno guidato la resistenza armata contro l’occupazione isrealiana in Cisgiordania.
Come certifica il rapporto Living Hell di B’Tselem, le condizioni di detenzione dei detenuti palestinesi a seguito del 7 ottobre 2023 sono peggiorate al punto da essere definite nel documento stesso “politica di tortura”. Questa punizione collettiva dei detenuti è anche intesa a fungere da deterrente per coloro i quali decidessero di testimoniare una volta liberati attraverso gli scambi di detenuti avvenuti a più riprese durante il conflitto sfociato poi nel genocidio ancora in atto a Gaza. Per questo motivo la fonte che ha deciso di offrire la sua testimonianza a Fanpage.it ha preferito mantenere l’anonimato.
L’accordo per il rilascio dei circa 2000 detenuti palestinesi rilanciati dall'ottobre 2023 a oggi non prevede infatti l’estinzione della pena, bensì la sospensione condizionale. Di questi almeno 1700 erano stati arrestati a Gaza dopo il 7 ottobre, solo una parte di essi erano invece figure storiche legate alla resistenza armata, già detenuti prima di quella data. Questo stratagemma giuridico pende come una spada di Damocle sulla testa dei detenuti rilasciati, che temono di essere nuovamente arrestati, in particolare se decidono di testimoniare pubblicamente la loro disumana detenzione. Diverse dozzine hanno già fatto rientro nelle carceri israeliane.
Come sono cambiate le condizioni di detenzione per i palestinesi a seguito del 7 ottobre 2023 e come le definiresti oggi?
Le condizioni di detenzione dei detenuti palestinesi riflettono la natura stessa del conflitto da sempre. Non riguardano solo l’aspetto umanitario legato alla detenzione di una persona dietro le sbarre. Le carceri dopo il 7 ottobre si sono tramutate da luogo di detenzione e punizione a strumento politico di pressione atto a spezzare la volontà dei detenuti palestinesi.
È una realtà che ho potuto comprovare attraverso l’esperienza. I prigionieri sono da sempre attivi artefici di quella conoscenza collettiva palestinese che è anch’essa strumento per la lotta contro l’occupazione. Grazie a questo spirito, la prigione non era mai stata vissuta come la fine del percorso, ma come l’ingresso in una nuova dimensione di confronto. I corpi costretti in spazi angusti hanno dato vita a grandi idee e a enormi gradi di sapere e conoscenza e dignità per l'individuo.
Il ruolo della comunità internazionale e di chi lotta per i diritti dell’uomo dovrebbe essere quello di esercitare pressione sullo Stato di Israele affinché si impegni a gestire la questione dei detenuti nel rispetto di questi diritti iscritti nel diritto internazionale.
La tua lotta è mutata in base alle esigenze, alle circostanze e alle possibilità concrete di fare la tua parte anche nell’ambito della questione dei prigionieri, cosa puoi ancora fare oggi, visto il contesto?
La libertà ha un prezzo e questa frase non è solo un motto. Credo che serva il coinvolgimento di tutto il mondo libero per cambiare la situazione qui. La solidarietà inizia con la comprensione. Offrire la possibilità di comprendere lo stato attuale delle cose, anche a chi vive lontano dalla Palestina, è parte di ciò che intendo fare. In tutti i contesti di oppressione che posso citare come esempio nel mondo il ruolo delle opinioni pubbliche in quanti più paesi possibili è sempre stato fondamentale.
Questo cambiamento non avverrà nell’immediato, ma quando giornalisti, accademici e attivisti per i diritti umani si muovono creando consapevolezza, questa diviene spazio per un dialogo che avrà sicuramente un impatto sul lungo periodo.
Come è stata la tua esperienza in carcere e come potrebbe cambiare per chi sarà arrestato in futuro considerata questa nuova legge?
In carcere la dimensione del tempo è una delle questioni più difficili da trasmettere a chi ha sempre sperimentato la naturale esperienza di misurarlo fuori da una cella. Il tempo è un fardello che deprime e opprime, l’attesa è la sua manifestazione più emblematica. Si attendono notizie, visite, colloqui con gli avvocati, controlli medici, ricevimenti, perfino le ispezioni da parte dei tuoi carcerieri si trasformano in attesa.
Quello di cui voglio parlare è la capacità di moltissimi detenuti palestinesi di aver saputo trasformare la dimensione dell’attesa in uno strumento capace di sottrarre il controllo del tempo ai carcerieri e utilizzarlo per liberare la mente, nonostante i loro corpi fossero imprigionati. Se l’attesa della morte dovesse diventare la nuova realtà per moltissimi detenuti palestinesi, che impatto avrebbe questo risvolto per loro e per l’intera società a Gaza e in Cisgiordania?
La società israeliana ha sempre amato definirsi democratica. Le società sono definibili democratiche anche in base al grado di protezione e rispetto che garantiscono al preservare la vita umana, specialmente nei momenti storicamente e politicamente più critici.
Questa legge avrà un impatto enorme per tutta la società palestinese. Non solo i detenuti. La realtà è che i martiri giustiziati in cattività ci sono sempre stati. Dall’inizio dell’occupazione israeliana al 2023 sono stati più di 230, mentre dal 7 ottobre a oggi parliamo di almeno altre 100 persone uccise durante la detenzione da parte dell’occupante.
Ci sono prove tangibili di come le esecuzioni siano condotte in molti modi. Questi sono i numeri noti e ufficiali, mentre ciò che non sappiamo riguarda per esempio le esecuzioni condotte a Gaza dopo moltissimi arresti, di persone che il carcere non l’hanno mai visto perché non hanno avuto il tempo di arrivarci.
Tu sei stato rilasciato durante gli scambi avvenuti nel gennaio 2025 e hai deciso di restare in Cisgiordania, nonostante non potrai tornare ne luoghi da dove provieni. Come mai non hai accettato la deportazione forzata in paesi come l’Egitto, come hanno fatto altri prigionieri storici per esempio Nasser Abu Srour?
Per quanto mi riguarda, il percorso di liberazione non è completo finché non potrò tornare nei luoghi a cui appartengo. La gioia iniziale si mescola alla tristezza ogni volta che ci penso. I luoghi della nostra infanzia compongono la nostra memoria e la nostra identità. La speranza è che un giorno sarò davvero libero e potrò tornare dove sono nato.
Hai conosciuto personalmente Marwan Barghouti, in molti speravano anche nella sua liberazione, credi che sarà mai liberato?
La sua caratura politica è tale da renderlo un simbolo di speranza. La sua situazione personale è legata in maniera indissolubile a circostanze politiche che nella pratica possono cambiare. La speranza è di vederlo uscire un giorno per poter esprimere la sua visione di unità nazionale.
Sumud (resistenza, perseveranza) è un termine che abbiamo imparato a conoscere tutti in Italia e nel mondo. Quanto ha fatto parte della tua lotta contro l’occupazione sionista della Palestina sia fuori che dentro il carcere?
La resistenza non è una lotta individuale, ma armonia tra l’individuo e la società, tra la speranza e la memoria. Sono stato aiutato dalla letteratura, essa ha ispirato il pensiero guidandolo nel credere nella giustizia. La lotta del mio popolo è una lotta per la giustizia. La famiglia e gli amici sono stati altrettanto fondamentali, sapevo che mi stavano aspettando.
La mia è una chiamata al mondo libero, non dimenticatevi dei prigionieri, state attenti, leggete, informatevi e difendete i diritti dell’umanità. Umanità non è un concetto astratto, è una lingua comune a tutto il mondo, lo stesso mondo che è oggi più interconnesso che mai. Quello che accade qui oggi può toccare le coscienze di popoli lontani e cambiare davvero le cose.