Cosa accadrebbe se Trump decidesse di usare la forza in Groenlandia, secondo il generale Capitini

"In Groenlandia potrei decidere di usare una forza inarrestabile, ma non lo farò". È il passaggio più importante del discorso pronunciato ieri da Donald Trump al Forum di Davos, parole che se da un lato sembrano scongiurare la più temuta delle opzioni – quella di un'invasione militare dell'isola artica – dall'altro sollevano una serie di importanti interrogativi.
Le parole pronunciate dal capo della Casa Bianca vanno infatti ben oltre la questione, già delicata, dell’interesse strategico degli Stati Uniti per la Groenlandia, territorio appartenente al Regno di Danimarca. Perché se da un lato il presidente americano ha escluso esplicitamente l’opzione bellica, dall’altro ha sollevato dubbi profondi sul funzionamento stesso della Nato, mettendo in discussione il principio di mutua assistenza – l'ormai celebre Articolo 5 – che ne costituisce il fondamento.
Può davvero un’alleanza sopravvivere se il suo principale membro non è certo che gli altri accorrerebbero in difesa di un alleato? E cosa succederebbe se, per la prima volta nella storia, un Paese Nato entrasse in rotta di collisione militare con un altro Stato membro? Fanpage.it ha posto queste domande al generale Paolo Capitini, per ricostruire con rigore militare e strategico gli scenari possibili, quelli improbabili e quelli che, pur sembrando fantascienza, vengono comunque studiati nei piani operativi.
Generale Capitini, partiamo dall’attualità. Nel suo intervento di ieri al Forum di Davos il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che l’opzione militare sulla Groenlandia non è sul tavolo. Possiamo davvero considerare chiusa questa ipotesi?
Se facciamo fede a quello che ha dichiarato pubblicamente Trump, l’opzione dell'uso della forza sulla Groenlandia non è contemplata. Detto questo, quando si ragiona in termini teorici, il discorso resta sempre valido. Le teorie servono proprio a questo: a stare in piedi anche quando la realtà sembra smentirle. Il punto, però, è che nello stesso discorso il presidente degli Stati Uniti ha detto due cose estremamente gravi. La prima è che gli Stati Uniti sono sicuri di poter difendere la Groenlandia; la seconda è che non è affatto certo che gli altri alleati Nato siano in grado o abbiano la volontà di farlo. Tradotto: si mette in dubbio l’utilità stessa della Nato e il principio di mutua assistenza che ne è il fondamento.
Perché considera questa affermazione così grave?
Perché la Nato è, in sostanza, l’articolo 5: l’impegno reciproco a intervenire in caso di aggressione contro uno Stato membro. La Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca, quindi dovrebbe essere difesa dalla Nato, cioè anche dagli Stati Uniti e da tutti gli altri alleati, Italia compresa. Se il presidente americano dice "noi la difendiamo sicuramente, ma non so se gli altri lo faranno", sta esprimendo seri dubbi non solo sulle capacità, ma anche sulla volontà politica degli alleati. Detto dal capo del principale Paese Nato, è un messaggio dirompente.
Alla luce di questo, è realistico immaginare che gli Stati Uniti possano prendersi la Groenlandia anche con la forza?
Se prendiamo per buono che non lo faranno, e se ci fidiamo delle dichiarazioni di Trump, allora la risposta è no. Ma se ipotizziamo che quelle dichiarazioni possano non essere del tutto sincere, allora la domanda cambia.
E quale è?
Esistono piani per prendere la Groenlandia con la forza?
La risposta?
Sì, esistono, perché esistono piani per tutto. I piani militari non sono la realtà, sono costruiti su ipotesi operative. Si ipotizza uno scenario e si stabiliscono le azioni necessarie per agevolarlo o contrastarlo. Questo vale per tutti gli eserciti del mondo.

Quali potrebbero essere queste ipotesi operative nel caso della Groenlandia?
Una prima ipotesi è quella più estrema: nessuno difende la Groenlandia. Ci sono le autorità locali, la polizia, pochissime risorse, nessuna vera presenza militare. In questo scenario l’occupazione sarebbe relativamente semplice. Una seconda ipotesi è che, nel frattempo, l’atmosfera politica si surriscaldi e che la Danimarca o altri Paesi Nato inviino piccoli contingenti. A quel punto lo scenario cambia completamente. Le azioni da intraprendere sarebbero di tutt’altra natura.
Restiamo sulla prima ipotesi, quella senza una reale difesa militare dell'isola. Che tipo di operazione sarebbe?
In quel caso l’impiego della forza militare non servirebbe tanto a combattere qualcuno, quanto a occupare o rendere indisponibili a terzi le pochissime infrastrutture vitali della Groenlandia. Parliamo essenzialmente del porto di Nuuk e degli aeroporti, uno dei quali tra l'altro è già all’interno della principale base americana, quindi è di fatto già protetto. L’altro è un aeroporto piccolo. Non si tratterebbe di "buttare fuori" qualcuno, ma di impedire che forze dall’esterno possano entrare.
Ma questo non porta a una contraddizione evidente? Gli USA occuperebbero militarmente il territorio di uno stato alleato…
Esattamente. La domanda diventa: chi è il nemico? Chi si dovrebbe tenere lontano dalla Groenlandia? Altri Paesi Nato. È un’ipotesi militarmente eseguibile, perché un ordine del genere può essere dato ed eseguito: non voglio navi che entrano, non voglio aerei che atterrano. Ma le conseguenze politiche sarebbero devastanti. È un’ipotesi francamente bislacca, perché implica un’azione militare ostile nei confronti di alleati.

E se la situazione degenerasse ulteriormente? Se la Danimarca decidesse di difendere la Groenlandia?
Se venissero inviate sull’isola forze navali o terrestri di Paesi Nato e si arrivasse a uno scontro, il problema diventerebbe enorme. A quel punto bisognerebbe chiedersi se si arriverebbe a sparare. Se si apre il fuoco tra Paesi Nato, si entra in un territorio mai esplorato. Scatterebbe teoricamente l’articolo 5 all’interno della Nato, ma in un contesto completamente assurdo: un’alleanza chiamata a difendersi da se stessa. Non è mai successo e francamente non mi risulta che questa ipotesi sia mai stata contemplata, neppure in linea puramente teorica.
Dal punto di vista militare, quanto sarebbe praticabile un intervento europeo in Groenlandia?
È estremamente difficile, se non impossibile. La Groenlandia è immensa: grande come metà dell’Europa, circa un quarto del territorio degli Stati Uniti. Non ha senso parlare di controllo del territorio. Si possono controllare due o tre punti vitali, non di più. Inoltre è lontanissima. Non si può organizzare facilmente un corpo di spedizione e sbarcare in un ambiente del genere, soprattutto se dall’altra parte ci sono già gli americani.
Attualmente la presenza militare statunitense in Groenlandia coincide sostanzialmente con un nome: Pituffik Space Base, sulla costa nord-occidentale dell’isola. Perché quel luogo è così importante?
Perché ospita un radar fondamentale del sistema di allarme precoce dell’emisfero nord. Serve a individuare il lancio di missili balistici e a monitorare il traffico satellitare e spaziale in quella parte del mondo. Per gli Stati Uniti perdere quella base significherebbe perdere la capacità di vedere cosa succede sul fronte russo e cinese. È una capacità vitale. Quella base deve continuare a funzionare, per gli Stati Uniti certamente non è negoziabile.
Passiamo al punto di vista europeo. Quali potrebbero essere le ipotesi operative dei Paesi europei?
Sarebbero tutte ipotesi di risposta. Si potrebbe immaginare un contingente formato da truppe specializzate nella guerra in montagna e al freddo: alpini italiani, chasseurs des Alpes, reparti tedeschi, norvegesi. Ma detta così è facile. Poi bisogna fare i conti con la realtà: dove li fai sbarcare? In un porto controllato dagli americani. È come voler fare la guerra partendo da Los Angeles. Un’occupazione preventiva europea della Groenlandia è un’ipotesi da scuola, totalmente irreale.
E una risposta dopo un’eventuale mossa americana quale potrebbe essere?
In quel caso le opzioni potrebbero essere molto diversificate. Si potrebbe pensare a una reazione indiretta, per esempio rendendo difficile l’operatività delle basi americane in Europa. Blocchi navali, pressioni sulle infrastrutture. Ad esempio l'Italia potrebbe rendere difficoltoso per gli USA impiegare le basi di Aviano, Gaeta o Sigonella, e la stessa cosa dovrebbero farla altri stato membri dell'UE. Però affinché ciò accada sarebbe indispensabile avere un'Unione Europea davvero salda, cosa che al momento mi sembra davvero di là da venire. Gli americani hanno bisogno della Groenlandia, questo è sicuro, ma hanno due volte di più bisogno dell'Europa. Quindi noi potremmo dire: "Prendi la Groenlandia, basta che te ne vai dall'Europa o riduci della metà la tua presenza". Ecco, questo è un argomento che andrebbe discusso seriamente. Ma parliamo di scenari che rasentano la fantascienza.
Quindi spostare truppe europee in Groenlandia sarebbe inutile.
Non solo inutile, ma quasi ridicolo dal punto di vista militare. Si potrebbe lanciare una sfida simbolica: mando 2.500 soldati e vediamo se mi affondi una nave. Metti l’avversario di fronte a una scelta politica e morale enorme. Ma a quel punto si entrerebbe in una dinamica simile alla crisi di Cuba: blocchi navali, minacce, decisioni lasciate ai vertici militari e politici. Con una differenza enorme: lì erano Usa e Urss, qui sarebbero Paesi Nato contro Paesi Nato. In tutto questo, conviene davvero all’Europa spingersi fino a mettere in crisi la Nato?
E qual è la risposta?
Se siamo noi a smantellare la Nato, poi ci ritroviamo da soli a confinare con la Russia. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia, ma hanno ancora più bisogno dell’Europa. Questo è forse l’unico vero elemento di forza negoziale che abbiamo. Ma anche qui parliamo di scenari estremi.
Arriviamo alla questione finale: che fine farebbe la Nato se gli Stati Uniti usassero davvero l’opzione militare contro la Groenlandia?
Dal punto di vista legale, gli altri 31 Stati sarebbero obbligati a correre in soccorso della Danimarca contro gli Stati Uniti. Dal punto di vista pratico, questo non sta in piedi. Quando uno dei tuoi alleati diventa il tuo nemico, le ragioni dell’alleanza vengono meno. Si aprirebbero a quel punto scenari completamente inediti: un’alleanza europea autonoma, una rinegoziazione radicale della Nato, oppure il suo svuotamento definitivo. Già il fatto che il presidente americano dica di non essere sicuro che gli europei difenderebbero gli Stati Uniti equivale a dire che la Nato, così com’è, non ha più senso. Ed è questo, oggi, il vero nodo politico e strategico.
È vero, come sostiene il presidente degli Stati Uniti, che gli alleati Nato non difenderebbero la Groenlandia in caso di aggressione da parte di una potenza ostile, per esempio Russia o Cina?
No, questa è una rappresentazione che non corrisponde alla realtà dei fatti. I Paesi europei hanno dimostrato più volte di essere disposti a intervenire quando l’Alleanza lo ha richiesto, anche in contesti che non avevano un ritorno diretto in termini di interesse nazionale. È successo nei Balcani, con gli interventi in Serbia e in Kosovo, ed è successo in Afghanistan. In particolare, per l’Italia, partecipare a operazioni come quella in Afghanistan non era affatto conveniente dal punto di vista nazionale: non c’era un beneficio diretto, né strategico né economico. Eppure l’Italia ha contribuito lo stesso, perché faceva parte della Nato e perché, quando l’Alleanza chiede di partecipare, si partecipa. Questo dimostra che il principio della mutua assistenza non è mai stato disconosciuto dagli alleati europei, e che dire oggi che non interverrebbero a difesa di un territorio Nato significa ignorare o negare quanto già accaduto in passato.