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Opinioni
5 Novembre 2022
06:59

Perché il governo Meloni non farà nulla di quel che ha scritto sul suo programma economico

Non abolirà il reddito di cittadinanza. Non cancellerà la legge Fornero. Non istituirà un tassa piatta. Non abbatterà il costo del lavoro. Ma dirà di aver fatto ognuna di queste cose.
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Con la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza per il 2023, presentata nella serata di venerdì 4 novembre, il governo Meloni non ha solo reso pubblico il suo primo atto di politica economica e fiscale della sua storia, ma ha fornito anche una panoramica di quel che sarà il suo orizzonte programmatico – salvo cataclismi, che nel 2022 non è un’eventualità da prendere sottogamba – per i prossimi cinque anni. Sintesi? Dimenticatevi tutto quel che avete letto sul programma della destra nel corso della scorsa campagna elettorale.

Non è una novità, intendiamoci. Sono anni, se non decenni, che siamo abituati a votare – o a combattere – programmi che sappiamo benissimo non saranno mai realizzati, di destra o sinistra che siano. Questa volta, però, il dato di realtà stride maggiormente con le aspettative, per diverse ragioni. Perché a governare c’è una coalizione politica che ha vinto le elezioni, non una somma di forze politiche che si sono combattute in campagna elettorale. il contesto economico era noto, e non è radicalmente cambiato dopo il voto, come invece accadde nel 2001 e nel 2008, o ancora nella legislatura appena conclusa.

Eppure, anche questa volta, la distanza tra programmi e realtà appare immediatamente siderale. Qualche esempio? La famosa flat tax, o tassa piatta che dir si voglia – che nella sua formulazione da programma costerebbe tra i 20 e i 60 miliardi di euro all'anno, a seconda di quanto si riesca a recuperare dall'evasione fiscale –  è diventata un estensione del regime forfettario per le partite iva, una misura introdotta dal governo Renzi nel 2014. L’abolizione del reddito di cittadinanza, sono parole della ministra Calderone e del suo viceministro Durigon – è diventata una sua parzialissima rimodulazione, e senza la sua cancellazione è difficile trovare i 16 miliardi di euro promessi per allineare la spesa pubblica per la famiglia alla media europea. Allo stesso modo, lo è quella che Matteo Salvini chiama la “cancellazione” della Legge Fornero, che anche con "Quota 41” rimarrà intatta nelle sue basi, a partire dal calcolo contributivo per determinare l’ammontare della pensione e nel suo impatto complessivo sui conti pubblici. Ancora, appare molto difficile saranno trovati quei 16 miliardi all’anno circa – e siamo generosi – che permettano al governo di tagliare di cinque punti il cuneo contributivo sul costo del lavoro, così come promesso da Giorgia Meloni nel suo discorso di insediamento alle Camere.

Non siamo nemmeno alla prima legge di bilancio, direte voi. Lasciateli lavorare. D’accordo. Eppure basta guardare i conti pubblici, e le previsioni di spesa e l’andamento congiunturale dell’economia italiana per capire l’andazzo. Partiamo da deficit e debito. Per il 2023 il governo si è giocato la miglior cartuccia a disposizione. Complice l’inflazione e quel po’ di crescita economica che ancora rimane dal rimbalzo post pandemia, in attesa della recessione, Meloni e Giorgetti sono riusciti a recuperare 1,1 punti percentuali di disavanzo aggiuntivo, rispetto a quanto previsto dal governo Draghi, facendo in modo che tale disavanzo non faccia aumentare il rapporto tra debito e prodotto interno lordo. E tutto lo spazio fiscale che hanno ricavato da questa scelta contabile e dall'extragettito connesso a una crescita del Pil oltre le previsioni – una trentina di miliardi – lo hanno (giustamente) usato per finanziare le misure contro il caro bollette.

Domanda: quante altre volte, nei prossimi anni, avranno ancora possibilità di farlo? Difficile che accada il prossimo anno, con l’inflazione che diminuirà per effetto dell’aumento dei tassi – facendo impennare il costo del debito -, con la recessione che busserà alle porte del nostro prodotto interno lordo, e con una crisi energetica che nel migliore dei casi finirà nel 2024. Altrettanto difficile che possa avvenire negli anni successivi, con le nuove regole del patto di stabilità che rientreranno in vigore il prossimo anno, che presumibilmente saranno già a regime nel momento di preparare la prossima legge di bilancio, e che prevedono una diminuzione strutturale del rapporto tra debito e Pil, anno dopo anno, soprattutto per i Paesi con un debito alto come Italia e Grecia.

Torneremo a battere i pugni sul tavolo (col piattino in mano) a Bruxelles? L’atteggiamento del governo Meloni, perlomeno allo stato attuale, non sembra essere bellicoso, in questo specifico ambito. E se non sei bellicoso ora, mentre si stanno scrivendo le regole del gioco prossimo venturo, sarà difficile esserlo domani, quando quelle regole entreranno in vigore. Più facile, molto più facile, che passi tutto in cavalleria. E che, come al solito, le misure promesse vengano messe in soffitta per essere rispolverate tali e quali al prossimo giro, in quanto “obiettivi di medio termine”, sui quali “abbiamo cominciato a lavorare”.

L’unica eccezione? Il condono fiscale, per raggranellare un po’ di cassa senza aumentare le aliquote e senza tagliare la spesa pubblica. Ed è paradossale – ma fino a un certo punto – che l’unica misura che puntualmente viene realizzata sia l’unica a non essere mai chiamata col suo nome in campagna elettorale.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro. 15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019)
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