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Opinioni
18 Luglio 2016
16:40

Nuove frontiere del precariato: niente stipendio, lavoratori pagati solo a buoni pasto

La questione è stata sollevata a metà luglio da un’inchiesta condotta dai giornalisti del quotidiano Il Tirreno. Il governatore della Toscana: “Arrestare chi paga in buoni pasto, è una violazione della dignità del lavoratore”.
A cura di Charlotte Matteini
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Se i voucher sembravano essere la tipologia contrattuale più precaria mai utilizzata in Italia, è tempo di ricredersi. Un'inchiesta condotta dal quotidiano Il Tirreno ha portato alla luce una nuova inquietante forma di sfruttamento che potrebbe alle migliaia di lavoratori precari che affollano il Belpaese: come riportato dai cronisti del giornale toscano, iniziano a spuntare i casi di "super-precari" pagati con buoni pasto. No, non si sta parlando di stipendi miseri a cui si aggiungono dei buoni pasto a "compensazione" della scarsa retribuzione, chiamiamola così, ma di lavoratori che percepiscono per la loro prestazione lavorativa solo ed esclusivamente buoni pasto e null'altro.

La denuncia, riporta Il Tirreno, porta la firma della Cgil Toscana e risale all'inizio di luglio. Secondo quanto rilevato dal sindacato e dai giornalisti, i casi per ora coinvolgerebbero solo una decina di persone – concentrati soprattutto nella zona di Firenze – e riguarderebbero soprattutto lavoratori del comparto ristorazione, ma all'indomani della pubblicazione delle prime testimonianza, anche Cisl e Uil hanno denunciato l'esistenza di casi simili anche tra gli addetti di mense e lavoratori nel settore delle pulizie. Insomma, sembra che ricorrere ai buoni pasto per pagare le prestazioni lavorative dei precari sia una scelta alla quale puntano più datori di lavoro. Oltre a causare una riduzione della già esigua retribuzione prevista per un certo tipo di lavori, la scelta di pagare queste prestazioni occasionali mediante buoni pasto da 5,29 euro – anziché usufruire del già flessibile strumento del voucher da 10 euro lordi l'ora – provoca anche altri due seri problemi al lavoratore sfruttato: il lavoratore non ha diritto né alla copertura assicurativa Inail in caso di infortunio sul lavoro, né si vede versare i contributi Inps spettanti. Insomma, i lavoratori a buono pasto non solo prendono circa la metà di quanto spetterebbe loro se venissero pagati in altre forme, ma ci rimettono anche dal punto di vista previdenziale e assistenziale.

La politica non è rimasta indifferente alla denuncia del quotidiano Il Tirreno: l'On. Giuseppe Civati di Possibile, che racconta la storia del "supervoucher" sul suo blog, rimarca: "Se le imprese faticano a stare sul mercato è una brutta notizia. Ma costringere i lavoratori a stare al di sotto delle condizioni di umanità lo è anche di più", inoltre il governatore della Regione Toscana Enrico Rossi ha commentato duramente e chiesto di "arrestare chi lo fa" (ovvero chi paga i lavoratori mediante buoni pasto ndr). "Temiamo che si tratti solo della punta dell’iceberg”, ha invece dichiarato al Fatto Quotidiano Luana Del Bino, coordinatrice regionale degli uffici vertenze della Cgil. I lavoratori che si sono rivolti ai sindacati per denunciare questa pratica scorretta sono soprattutto lavapiatti e addetti alle pulizie della cucina, la maggior parte di essi disoccupati di lungo corso che non hanno più la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali esistenti, oppure ragazzi molto giovani.

“Il pagamento tramite buoni pasto è illegittimo. Nasce non per pagare il lavoro ma come benefit per le ditte che non sono dotate di mensa aziendale”, spiega il sindacato. Inoltre i buoni pasto spesso non sono spendibili alla stregua dei normali contanti, in tanti casi esistono numerose limitazioni: negozi che non li accettano, che li accettano solo per acquistare prodotti relativi a predeterminate categorie merceologiche, che ne accettano solo un esiguo numero o pretendono che solo parte del conto totale possa essere pagato in buoni pasto, il resto in contanti. Insomma, il pagamento in buoni pasto, oltre a essere illegittimo perché privo di adeguata copertura previdenziale e assicurativa, non permetterebbe nemmeno al super-precario di poter spendere la propria retribuzione come più ritiene opportuno. "Peggio di così c’è solo la retribuzione totalmente in nero", chiosa Del Bino.

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Milanese, classe 1987, da sempre appassionata di politica. Il mio morboso interesse per la materia affonda le sue radici nel lontano 1993, in piena Tangentopoli, grazie a (o per colpa di) mio padre, che al posto di farmi vedere i cartoni animati, mi iniziò al magico mondo delle meraviglie costringendomi a seguire estenuanti maratone politiche. Dopo un'adolescenza turbolenta da pasionaria di sinistra, a 19 anni circa ho cominciato a mettere in discussione le mie idee e con il tempo sono diventata una liberale, liberista e libertaria convinta.
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