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Nonostante i dazi di Trump la Cina ha fatto registrare il record delle esportazioni nel 2025

Le fabbriche cinesi hanno aumentato le esportazioni verso altre aree del mondo, in particolare Sud-est asiatico e Africa, utilizzando spesso questi mercati come piattaforme intermedie per raggiungere comunque gli Stati Uniti, aggirando di fatto i dazi.
A cura di Davide Falcioni
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I dazi voluti da Donald Trump avrebbero dovuto arginare l’avanzata delle esportazioni cinesi. Il risultato, a distanza di un anno, racconta tutt’altra storia. Pechino ha chiuso l’ultimo anno con il più grande surplus commerciale mai registrato al mondo, anche al netto dell’inflazione, mentre i suoi prodotti hanno continuato a riversarsi sui mercati globali con un’intensità senza precedenti.

Il saldo tra esportazioni e importazioni della Cina ha superato quota 1.190 miliardi di dollari, segnando un balzo di circa il 20% rispetto all’anno precedente. Un traguardo storico, già matematicamente raggiunto prima della fine dell’anno e ulteriormente rafforzato da un mese di dicembre da oltre 114 miliardi di dollari di avanzo commerciale, uno dei livelli mensili più elevati mai osservati.

Il dato colpisce soprattutto perché arriva in un contesto di crescente pressione commerciale da parte degli Stati Uniti. Le tariffe introdotte dall’amministrazione Trump hanno effettivamente ridotto il surplus cinese nei confronti di Washington. Ma l’effetto complessivo è stato compensato, e più che compensato, da una rapida riorganizzazione delle catene di vendita. Le fabbriche cinesi hanno aumentato le esportazioni verso altre aree del mondo, in particolare Sud-est asiatico e Africa, utilizzando spesso questi mercati come piattaforme intermedie per raggiungere comunque gli Stati Uniti, aggirando di fatto i dazi.

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Alla base dell’exploit, come spiega il New York Times, c’è anche un’altra dinamica strutturale: la debolezza delle importazioni. Da anni la leadership di Pechino porta avanti una strategia industriale orientata alla sostituzione delle importazioni e all’autosufficienza produttiva. Un indirizzo ribadito anche nei documenti preparatori del nuovo piano quinquennale fino al 2030. Il risultato è una domanda estera in crescita e, al contrario, un mercato interno incapace di assorbire la produzione.

Il rallentamento dei consumi domestici pesa in modo significativo. Il crollo del mercato immobiliare, iniziato nel 2021, ha eroso i risparmi di milioni di famiglie, riducendo drasticamente la capacità di spesa, sia per beni importati sia per prodotti nazionali. In un’economia segnata dalla deflazione e dalla sovraccapacità industriale, l’export è diventato la valvola di sfogo naturale.

Il surplus di Pechino non ha eguali nella storia recente. Nemmeno i grandi avanzi registrati in passato da economie esportatrici come Giappone e Germania si avvicinano ai livelli attuali, nemmeno se rivalutati in termini reali. Oggi l’avanzo cinese nei beni manifatturieri supera il 10% dell’intera produzione economica del Paese: un motore potente per l’occupazione interna, ma anche una fonte di squilibri globali, con chiusure di fabbriche e perdita di posti di lavoro in altre economie.

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