Non solo gas e petrolio: chiudere lo Stretto di Hormuz significa paralizzare industria e agricoltura globali

Lo Stretto di Hormuz non è solo un punto sulla mappa geografica, bensì uno degli snodi più importanti e al contempo fragili del commercio globale: con l’aggravarsi della guerra tra Israele-USA e Iran, l’ombra di una chiusura totale del passaggio minaccia di mettere sotto scacco l’economia mondiale. Ma quali sarebbero le conseguenze reali per l’Europa e, in particolare, per l’Italia? Ne abbiamo parlato con Alessandro Giraudo, docente di "Geopolitica delle materie prime e gestione dei rischi" all’INSEEC di Parigi e al Politecnico di Torino.
Lo scenario che l'esperto prefigura in caso di blocco di Hormuz è inquietante: non si tratta solo di rincari energetici, ma di uno stop che colpirebbe le fondamenta della nostra industria e della nostra sicurezza alimentare. Dalla produzione di alluminio alla crisi dei fertilizzanti azotati, essenziali per sfamare un pianeta da 8 miliardi di persone, la chiusura dello stretto rischierebbe di innescare una reazione a catena senza precedenti con effetti a caduta nelle fabbriche e sulle tavole di mezzo mondo.

Professor Giraudo, iniziamo dalla geografia: si parla spesso dello Stretto di Hormuz come una delle "autostrade" principali per il trasporto di gas e petrolio, ma quanto è effettivamente fragile questo passaggio dal punto di vista tecnico e logistico?
Quando parliamo di Hormuz, facciamo riferimento uno stretto che è, letteralmente, "stretto". Immaginiamo una delle arterie vitali dell'economia globale che, nel suo punto più critico, ha una parte navigabile di soli 9,6 chilometri. È un fazzoletto di mare diviso in tre corsie: una per chi entra nel Golfo, una per chi ne esce e una zona cuscinetto tra le due. Ogni corsia è larga appena due miglia nautiche. È un imbuto. Se una superpetroliera dovesse affondare o essere colpita in quel punto, il blocco sarebbe immediato e totale. Non c'è spazio di manovra, non ci sono alternative rapide.
Quali sono i numeri reali del petrolio e del gas che rischiano di rimanere intrappolati se il conflitto tra USA e Iran dovesse portare alla chiusura definitiva dello Stretto?
I numeri sono imponenti. Ogni giorno, da quel passaggio, escono circa 17 milioni di barili di petrolio. Per dare una proporzione corretta: non dobbiamo pensare che sia il 20% della produzione mondiale totale, ma rappresenta circa il 20% di tutto il petrolio che viaggia via mare, il che si traduce in circa il 15% dell'offerta globale complessiva. Ma il petrolio è solo metà della storia. C’è il gas. Il Qatar, che è il terzo esportatore mondiale, fa passare di lì circa 10 miliardi di piedi cubici di gas al giorno. Anche in questo caso parliamo del 20% del commercio mondiale di GNL (gas naturale liquefatto). Chiudere Hormuz, significa spegnere una parte significativa dei motori del pianeta.

Ma da Hormuz non passano "solo" energia e idrocarburi. Cosa stiamo sottovalutando nel paniere delle merci che transitano dallo stretto?
Questo è un punto fondamentale che spesso sfugge alle analisi superficiali. La regione del Golfo non è più solo un "distributore di benzina", è diventata un enorme polo industriale.
Perché?
Perché dove c'è energia abbondante e a basso costo, conviene trasformare le materie prime. Prendiamo la plastica: l’Iran e i Paesi limitrofi sono giganti nella produzione di monomeri, utilizzando gas leggeri come etano, propano e butano. Poi c'è l'alluminio. Trasformare il minerale in metallo richiede una quantità di energia mostruosa. Negli ultimi dieci anni sono stati fatti investimenti colossali per importare bauxite e trasformarla in alluminio finito proprio lì. Circa 5 milioni di tonnellate di alluminio escono da Hormuz ogni anno. Se il blocco diventa totale perché nessuna compagnia assicurativa vuole più coprire il rischio di una nave affondata, non mancherà solo il carburante: mancherà – ma nel futuro perché ci sono delle scorte nei Paesi consumatori – la materia prima per l'automotive, per l'edilizia, per l'imballaggio alimentare.
Questo scenario sta già influenzando i prezzi. Ma c'è un divario enorme tra come questa crisi colpisce l'Europa e come colpisce gli Stati Uniti. Perché noi paghiamo un conto così salato?
Qui entriamo nel cuore del dramma industriale europeo. Noi oggi paghiamo il gas quattro o cinque volte più degli americani. La ragione è strutturale: gli Stati Uniti hanno il gas sotto i piedi, lo estraggono e lo usano. Noi dobbiamo importarlo, spesso sotto forma di GNL. Questo significa che il gas deve essere liquefatto a 162 gradi sotto lo zero, caricato su navi speciali, trasportato per migliaia di chilometri, e poi rigassificato. Ogni passaggio è un costo energetico, finanziario e di tempo enorme. Questo gap di prezzo ci spiazza completamente a livello competitivo. Molte industrie energivore in Europa stanno chiudendo o delocalizzando perché non possono reggere la concorrenza con i costi americani o mediorientali. E la chiusura di Hormuz non farebbe che esasperare questa asimmetria, rendendo il gas non solo carissimo, ma fisicamente difficile da reperire.

Parliamo di agricoltura: il gas serve a produrre anche fertilizzanti azotati. Come può un conflitto nel Golfo Persico finire direttamente nel piatto dei cittadini europei?
Questa è la vera bomba a orologeria. Spesso dimentichiamo che nel 1950 eravamo 2,5 miliardi di persone sulla Terra, oggi siamo 8,2 miliardi. Per sfamare questa popolazione, la produzione di cereali è dovuta passare da 1,5 a 3 miliardi di tonnellate all'anno. Come ci siamo riusciti se le superfici della terra coltivabile sono aumentate solo del 7%? Grazie alla meccanizzazione, al progresso tecnologico delle nostre conoscenze agricole e, soprattutto, ai concimi chimici. I concimi azotati sono, di fatto, "gas trasformato": l'85% del loro costo di produzione è legato al metano. Il Medio Oriente e la Russia sono i principali produttori proprio perché hanno il gas. Se blocchiamo Hormuz, tagliamo fuori una fetta enorme della produzione mondiale di fertilizzanti. Senza concimi, la resa dei terreni crolla. Non è solo una questione di prezzi che salgono al supermercato; è una questione di sicurezza alimentare globale. Rischiamo una crisi di disponibilità (nel tempo) che l'agricoltura moderna non è pronta a gestire.
L'Arabia Saudita ha degli oleodotti che arrivano al Mar Rosso. Questo non potrebbe essere una valvola di sfogo per aggirare il blocco di Hormuz?
È una soluzione parziale. L'Arabia Saudita ha il terminal di Ras Tanura nel Golfo Persico, che è il più grande terminal offshore del mondo ed esporta il 90% del petrolio saudita. Esiste, è vero, un grandissimo oleodotto che attraversa il deserto e porta il petrolio verso il terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Ma la capacità di Yanbu è minima se paragonata a quella di Ras Tanura. Può assorbire una parte della produzione dell'est del Paese, ma non può assolutamente sostituire il flusso che passa per Hormuz. Inoltre, anche il Mar Rosso ha il suo "collo di bottiglia" a sud, lo stretto di Bab el-Mandeb, che è altrettanto vulnerabile. Siamo in una situazione in cui gli imbuti geografici si sommano tra loro.
Se questa guerra dovesse durare a lungo, quali sarebbero le conseguenze reali per un Paese come l'Italia?
Bisogna distinguere tra una crisi di breve durata e un conflitto prolungato. Se la tensione si risolvesse in due o tre settimane, lo shock sarebbe assorbibile, seppur doloroso. Ma se la chiusura dovesse durare mesi, passeremmo da una crisi di "prezzo" a una crisi di "disponibilità". Il problema non sarebbe più quanto costa il petrolio, ma il fatto che ci sarà meno petrolio disponibile. L'OPEC ha provato a reagire con segnali di buona volontà, aumentando la produzione di circa un milione di barili al giorno, ma è una goccia nell'oceano: ne mancherebbero all'appello altri 15 o 16 milioni. L'Italia è un Paese manufatturiero che trasforma materie prime che non possiede. Siamo tra i più penalizzati al mondo insieme al resto d'Europa e al Giappone. Non abbiamo riserve proprie significative. Se l'industria tedesca o italiana non riceve alluminio, plastica e gas a prezzi sostenibili, il sistema produttivo può incepparsi.
Insomma, professore, siamo davanti a una possibile de-industrializzazione forzata dell'Europa?
Il rischio è reale. Se non riusciamo a garantire flussi costanti e prezzi competitivi per le materie prime, il nostro modello economico basato sulla trasformazione è destinato a soffrire immensamente. L'Europa è il continente più sfavorito: gli USA hanno l'energia, l'Africa e l'America Latina hanno le risorse; vari paesi dell’Asia possono contare sulle loro, ma non tutti: per esempio la Cina consuma 16 milioni di barili al giorno, ne produce un po’ più di quattro: deve importarne dodici! Ecco perché la Cina rappresenta il 70% di tutti gli impianti solari ed eolici del mondo! E continua ad investire. Noi abbiamo solo la tecnologia per lavorarle, ma se la materia prima non arriva o costa troppo, la nostra tecnologia diventa inutile. Questa crisi in Iran non è una "guerra lontana", è un evento che tocca direttamente la sopravvivenza della nostra industria e della nostra agricoltura.