Quando la diffusione del contagio da coronavirus si arresterà, saranno le scelte dettate dalla paura ad aver causato gli effetti peggiori sulle tasche delle imprese e dei cittadini. Molti infatti assimilano l’andamento delle borse mondiali in questi giorni  allo choc che colse i mercati finanziari nel 2008, all’indomani del crollo della Lehman Brothers. Ma il parallelismo non potrebbe essere più azzardato.

Che cosa dicono davvero gli indici di borsa

I dati in realtà indicherebbero ottime ragioni per temere un crollo economico simile a quello che colse di sorpresa aziende, intermediari e banche oltre dieci anni fa. In una sola giornata, giovedì 20 febbraio, l’indice europeo  Stoxx 600, che raggruppa le 600 aziende a maggior capitalizzazione d’Europa, ha perso 328 miliardi di ricchezza (il 3,75%), un andamento comune in questi giorni alle borse di mezzo mondo. Il 28 febbraio, intorno alle tre del pomeriggio, continuavano a segnare un profondo rosso sia Francoforte (-4,02%), Parigi (-3,48%), Madrid (-2,91%), che Wall Street (Dow Jones -4,42%). Anche  Milano seguiva la scia di segni meno (Ftse Mib a -3,68%).

Che però ciò indichi una irreparabile catastrofe economica è smentito da almeno un elemento: il fatto che la produzione di beni e servizi sia solo temporaneamente rallentata e che i cambiamenti nelle abitudini di consumo, cioè quelle che tengono in piedi l'economia, non siano dettate dalle scelte razionali dei singoli quanto dagli effetti delle ordinanze di confino e contenimento. Ordini che prima o poi saranno annullati. “Veniamo da un decennio circa di continua crescita in borsa, ma quello che sta accadendo sui mercati con il coronavirus non è affatto sorprendente”, spiega a Fanpage.it  Massimo Famularo, senior investment manager ed esperto di finanza nel settore dei crediti non performanti. “I gestori di patrimoni e fondi di investimento attendevano quella che in gergo è definita ‘correzione del mercato’, perché non si può avere una crescita costante e continua senza degli stress e in un certo senso quello ottenuto con l’effetto contagio dalla Cina è un fenomeno che in finanza è del tutto gestibile. Anzi, in alcuni casi è proprio questo il miglior momento per acquistare azioni in settori che, come quello turistico o dei viaggi e dei trasporti, sta subendo dei contraccolpi. Bisogna però distinguere tra gli effetti sull’economia reale e quelli sulla finanza”.

Hi-tech, tra sofferenza e opportunità

Per i mercati infatti il coronavirus rappresenta anche una grande opportunità. Ad esempio, in questi giorni si parla molto del blocco della produzione in settori chiave per l’economia globale, come l’automotive o i componenti per la costruzione di pc, smartphone e dispositivi elettronici. La Apple, il cui titolo ha perso circa il 3,86%, si troverebbe nei guai proprio a causa del rallentamento forzato nella produzione degli iPhone – le cui parti sono appunto realizzate in Cina, epicentro del contagio mondiale che ora ha raggiunto 47 paesi nel mondo  – eppure le conseguenze per il comparto hi-tech non saranno preoccupanti. Lo conferma anche la reazione di un multimiliardario come Warren Buffett. Intervistato dalla CNBC, il cofondatore della holding Berkshire Hathaway – che ha nel suo pacchetto azionario  circa il 5,6% di azioni Apple – ha definito il coronavirus “una vicenda che fa paura” ma che “non dovrebbe avere impatto sulle decisioni che riguardano gli stock azionari, anche se è chiaro che per la specie umana la prospettiva di una pandemia è spaventosa”. Buffet ha poi parlato della Apple come della miglior azienda hi-tech su cui puntare in questo momento. E a ben vedere: dopo una trimestrale forse deludente nei ricavi, realtà come quella di Cupertino riacquisteranno molta forza. Il comparto digitale è proprio tra quelli che nel lungo periodo si riveleranno più profittevoli.

Boom per consulenza IT e  food delivery 

“Apple e le aziende hi-tech in generale, così come le aziende automotive sane e grandi ora rappresentano un’opportunità di investimento. Soprattutto le tecnologie smart è probabile che conoscano un picco di sviluppo e richiesta sul mercato”, spiega ancora Famularo. “Quello che il coronavirus sta facendo emergere è infatti la scarsa organizzazione nella gestione del rischio e delle strutture a livello globale, per questo la consulenza IT e la capacità di gestire il cosiddetto disaster recovery farà volare le società che offrono questo tipo di servizi”.

C’è anche un altro comparto che sta facendo affari d’oro: quello del food delivery. Proprio in Cina, una delle società più importanti del settore, Meituan (700 mila corrieri attivi giornalmente) ha visto quadruplicare gli ordini di cibo a domicilio nel periodo di picco di contagio. Certo, cambiano le condizioni delle consegne visto che il 95% dei clienti non vuole il contatto fisico, ma le società sono ben felici di venire incontro alle nuove necessità degli utenti. E il loro valore cresce.

Farmaceutico ok, per ora

Al contrario, il comparto farmaceutico non è tra quelli necessariamente in pole position per raccogliere lauti guadagni dall’emergenza coronavirus, almeno non nel breve periodo. Mentre i titoli in borsa delle aziende che hanno dichiarato di lavorare a un vaccino sono temporaneamente schizzati – Moderna Pharmaceuticals dagli Stati Uniti ha annunciato i primi test sugli esseri umani, ma nella corsa ad accaparrarsi una fetta di mercato compaiono brand come Inovio, Johnson & Johnson, GlaxoSmithKline e Sanofi – per le corporate della salute, la psicosi da contagio non ha spostato molto l’asticella dei profitti. Tolta l’impennata nelle vendita di prodotti come Amuchina (realizzata dall’Angelini Pharma), e dispositivi come le mascherine (ma qui sono le aziende di self care a fare una fortuna), la fornitura di medicinali generici e principi attivi, prodotti proprio in paesi extra Ue, in particolare Cina e India, è infatti rallentata. I lavoratori del primo paese sono stati in sostanza costretti al riposo forzato, e così anche le forniture di componenti per l’industria farmaceutica europea e italiana hanno subito contraccolpi. Per ora Assogenerici fa sapere che le scorte di componenti sono sufficienti per almeno tre mesi ma il settore fa comunque fatica a tenere il passo con il picco di richieste da parte di ospedali e cittadini.

Automotive “just in time”

L'approvvigionamento farmaceutico con scorte sufficienti è quanto desiderano invece realtà come FCA, costretta a interrompere per un periodo la produzione della 500L in Serbia per mancanza di pezzi dalla Cina. Uno choc legato anche al modo in cui è gestita la produzione in gran parte dei settori industriali odierni. La formula “just in time”, quella più efficiente e che permette di non produrre qualcosa che non si è ancora venduto ma di realizzarlo solo al momento giusto,  funziona in un mercato globale integrato – dove è possibile ordinare un pezzo o un componente quando serve – ma svela le sue fragilità nel momento in cui il paese fornitore chiuda temporaneamente i rubinetti. Anche in questo caso però non c’è da disperare.

“Non stiamo parlando di un cambiamento radicale della produzione dovuto ad esempio all’introduzione di nuove tecnologie o richieste del mercato –  come l’auto a basso impatto ambientale – ma di uno choc temporaneo che non dovrebbe avere grosse ripercussioni",  precisa Famularo."Già in questi giorni la Cina sta rimettendo in moto la macchina economica. Certo, qui in  Europa non è possibile lavorare 24 su 24, mentre in un paese come la Cina la produttività si recupera in tempi più brevi. E’ invece dal lato consumo che avremo delle ripercussioni perché ovviamente non è possibile recuperare tutte insieme, ad esempio, le cene o i pranzi fuori che in un mese io come singolo o come famiglia ho saltato”.

Credit crunch e imprese 

Le ripercussioni negative, però, potrebbero essere molto pesanti per le fasce imprenditoriali più piccole e fragili, specie in Italia. Come conferma Famularo, “il nostro sistema è molto debole e cresceva già poco. Uno choc simile su alcune piccole e medie imprese fragili rischia di avere risultati importanti” sia in termini di mancati introiti sia di posti di lavoro a rischio. Il settore più colpito, insieme  alla logistica, riguarda per ora il turismo-accoglienza, compresi i viaggi e la ristorazione. Il Museo Egizio di Torino, ad esempio, ha subito 20 mila cancellazioni per un danno stimato in circa 500 mila euro calcolato anche sui mancati introiti delle vendite di prodotti e accessori legati alle visite. Eppure il capoluogo piemontese, che pure ha registrato pochi casi di contagio, non è una zona rossa a cui è proibito accedere o da cui è impossibile allontanarsi. I turisti, però, sono spaventati dalle notizie che circolano in questi giorni e nel timore cancellano prenotazioni e spostamenti. Federalberghi ha calcolato che il crollo dei flussi potrebbe interessare – ma non è detto lo faccia – almeno 14,5 milioni di visitatori  cioè il numero normalmente atteso in questo periodo nella Penisola.

“In questi casi però è bene tenere conto dei correttivi e delle politiche statali messe in atto”, commenta Famularo riferendosi ai provvedimenti che dovrebbero compensare il danno economico da panico da coronavirus. Vale a dire lo stop al pagamento dei tributi e delle rate del mutuo, come delle bollette elettriche nelle zone off limits, unite agli incentivi alle attività commerciali studiati dal Governo Conte in queste ore per i settori produttivi colpiti (qui la bozza del primo di due decreti sottoposti ieri al Consiglio dei ministri). Misure che dovrebbero far reggere il sistema Italia.

Potrebbe però verificarsi un effetto negativo sull’erogazione del credito alle imprese da parte delle banche nelle prossime settimane? “Esiste la possibilità di un credit crunch ma credo che sarà scongiurato da interventi pubblici concertati con gli istituti bancari”; spiega Famularo. “È però facile immaginarsi che ci sia un rinvio di decisioni di investimento da parte delle aziende, e questo significa ridurre le richieste di finanziamento agli istituti di credito. C’è poi un altro elemento. In situazioni simili, le aziende piccole tendono a fallire, e se hanno linee di credito o prestiti attivi in banca è facile che questi si tramutino in sofferenze perché a quel punto l’istituto non può facilmente rientrare del credito erogato”. Un effetto domino, dunque, che è però possibile scongiurare. Ragionando con calma prima di commettere errori che di temporaneo non avrebbero nulla.