Iscriviti a E Files.
Per capire il caso Epstein, fino in fondo

Immagine

C’è un enorme paradosso, nella vicenda giudiziaria che prende il nome di Caso Epstein. Che l’unica persona attualmente in carcere – in carcere per davvero, condannata a vent’anni di reclusione – per questa storia che coinvolge una marea di uomini potentissimi, è una donna. Questa donna si chiama Ghislaine Maxwell, 64 anni, amante, poi compagna, poi socia d’affari, poi procacciatrice di ragazzine per Jeffrey Epstein e i suoi amici.

Ti è piaciuto questo episodio di E FILES?

Anzi, a dire il vero i paradossi sono due. Perché è a causa sua, di Ghislaine, che tutto è iniziato. Ed è grazie a lei che potrebbe esserci davvero giustizia: “È pronta a parlare in modo completo e onesto se riceverà la grazia dal presidente Donald Trump”, ha detto il suo avvocato, dopo che lei, Ghislaine, per più di dieci volte si era appellata al Quinto Emendamento davanti a una commissione della camera di rappresentanti americana, lo scorso 10 febbraio, evitando così di rispondere alle domande dei parlamentari statunitensi.

Chi è Ghislaine Maxwell e il suo ruolo nel caso Epstein

Ma chi è Ghislaine Maxwell? Che ruolo ha nella storia di Jeffrey Epstein? È la sua grande complice, la sua prima vittima, o addirittura la mente che tirava i fili di tutto? Proviamo a raccontarla dall’inizio, questa storia.

Per raccontare la storia di Ghislaine Maxwell bisogna partire da un nome che con lei, solo in apparenza, non c’entra nulla: Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch. È il nome di un uomo, di religione ebraica, nato in un insediamento rurale nell'oblast' della Transcarpazia, che un tempo era Cecoslovacchia e oggi è Ucraina. Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch nasce nel 1923, un anno dopo la marcia su Roma di Benito Mussolini, dieci anni prima dell’avvento al potere di Adolf Hitler. Cresciuto in un orfanotrofio coi suoi sei fratelli, Ján Ludvík è un uomo di azione: nel 1940, a diciassette anni, scappa a Parigi per sfuggire ai nazisti e ad Auschwitz. Una volta a Parigi si arruola nell’esercito cecoslovacco in esilio, con cui compie una serie di azioni di resistenza contro l’invasore tedesco, assieme all’esercito inglese. Nel 1946, alla fine della guerra, riceve la cittadinanza britannica e si fa cambiare nome. Da quel giorno Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch cessa di esistere. Da quel giorno, quell’uomo si chiamerà Robert Maxwell.

Figlia di papà

Il secondo dopoguerra è costellato di successi per il giovane Robert. Prima con l’editoria, partendo da distributore per il Regno Unito e gli Usa dei testi scientifici della casa editrice tedesca Springer Verlag fino a diventare editore del Daily Mirror, uno dei più importanti e spregiudicati tabloid britannici. Poi con la politica, e più nel dettaglio con il Partito Laburista, di cui sarà deputato per due legislature, tra il 1964 e il 1970. Infine, con un’attività più nascosta e controversa: diversi articoli e libri accuseranno questo magnate dei media di essere una spia del Mossad, i servizi segreti israeliani, e addirittura del Kgb, i servizi segreti sovietici. Di sicuro, Maxwell aveva ottime entrature sia a Tel Aviv, sia a Mosca, sia soprattutto a Buckingham Palace, sede della monarchia britannica. Fu il suo giornale, il Mirror, a pubblicare nel 1992 la famosa fotografia di Sarah Ferguson, allora moglie del fratello dell’allora principe Carlo, il duca di York Andrew Mountbatten, mentre si fa succhiare l’alluce a bordo piscina dall’imprenditore americano John Bryan. Quella foto causò l’allontanamento definitivo di Sarah Ferguson, invisa alla Regina Elisabetta, dalla famiglia reale. Soprattutto fu un gran favore al marito di lei, Andrew, coetaneo e amico già dai tempi della scuola della nona e ultima figlia di Robert Maxwell, Ghislaine.

Immagine

Ed eccoci finalmente a lei, a Ghislaine. Anzi, a Lady Ghislaine, visto che Robert Maxwell è così che chiama il suo yacht, in onore della figlia prediletta. Quello yacht è in qualche modo il simbolo della vita sopra le righe del magnate britannico, che già quando lo acquista nel 1989 è sommerso dai debiti. Soprattutto è il teatro dove va in scena la sua morte: il 4 novembre diserta un incontro alla Banca d’Inghilterra per discutere che fare di 50 milioni di sterline che mai aveva risarcito ai suoi creditori, e salpa con Lady Ghislaine verso le Canarie. Il 5 novembre verrà trovato morto annegato nell’oceano Atlantico, in circostanze mai chiarite. Qualcuno dirà che è morto per un incidente, qualcun altro parlerà di suicidio. Per Ghislaine Maxwell è sempre stato un omicidio. L’unica certezza emersa dall’autopsia è che il cuore si è fermato prima di cadere in acqua.
“Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire” ha detto l’allora Primo Ministro israeliano Yitzak Shamir al suo funerale, con l’elogio funebre pronunciato dal Presidente di Israele Chaim Herzog. Un rito di primissimo piano per un uomo che, appunto, “Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire”. Tra queste sicuramente c’è l’aver armato le bande ebraiche alla fine della Seconda Guerra Mondiale con il supporto dell’esercito Cecoslovacco. Un’altra, sembrerebbe, sarebbe legata ai materiali forniti da Maxwell allo Stato ebraico per il raggiungimento della bomba atomica. Quella frase, l’importanza dei partecipanti al suo funerale e il luogo della sepoltura, il Monte dei Giusti, confermerebbero molte voci sulla sua operatività come agente del Mossad.

Facciamo un passo indietro e andiamo sull’altro servizio segreto che abbiamo citato in precedenza, leggendario quanto il Mossad: il KGB. Robert Maxwell abbiamo detto che è nato Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch, un ebreo delle fredde campagne cecoslovacche e che partecipa alla resistenza contro i nazisti arruolandosi a Marsiglia per poi combattere con l’esercito britannico ed essere promosso prima sergente e poi nel 1945 a capitano e insignito della Croce Militare, un riconoscimento per gli ufficiali dell’esercito.

A guerra terminata Robert Maxwell ha ottimi rapporti con il Partito Comunista Cecoslovacco, ottimo ponte per arrivare a Mosca in quegli anni. Questo rapporto gli permette di pubblicare testi accademici russi in lingua inglese con un contratto in esclusiva. Questo avviene negli anni ‘50, prima ancora, alla fine degli anni ‘40 il KGB avrebbe pagato molto bene il giovane editore per pubblicare una serie di libri filo-sovietici in Gran Bretagna. A riprova degli ottimi rapporti con i sovietici e i loro servizi segreti, Maxwell viaggiava spesso avanti e indietro tra Mosca e Londra, al punto che, raccontano le carte dell’FBI, quando nel 1954 Robert entra in un lussuoso hotel di New York per soggiornare, è la stessa FBI a raccogliere informazioni da due diverse spie che seguono ogni suo movimento e ogni incontro che avviene all’interno della suite. Siamo in pieno maccartismo e la paura per i “rossi” negli Stati Uniti è molto diffusa, i suoi viaggi a Mosca non sono passati inosservati esattamente come i libri pubblicati dalla sua prima casa editrice.

Immagine

L’agenda di Ghislaine

Ci perdonerete questo lungo excursus su Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch, o Robert Maxwell, come preferite, ma non si può parlare di Ghislaine senza parlare di lui. Ora però finalmente tocca a lei. Alla figlia di Robert Maxwell e della storica francese Élisabeth Meynard. Alla bambina cresciuta in una villa da romanzo ottocentesco nel Buckinghamshire. Alla ragazzina che studia all’università Oxford. Alla giovane orfana, diventata donna troppo in fretta, che se ne va a New York dopo la morte del padre. Alla donna, che partecipa a una festa nella Grande Mela, nel 1992, incontra un giovane finanziere che il padre le aveva già presentato anni prima. È ebreo come lui, spregiudicato come lui, affamato come lui. Si chiama Jeffrey Epstein e lei se ne innamora.

Se vi piacciono le storie d’amore psicoanalitiche alla Woody Allen – pure lui grande amico della coppia, ma questa è un’altra storia – potreste pensare che lei veda in Epstein una sorta di succedaneo paterno. Quel che è certo è che l’agenda di Robert Maxwell è forse il primo e più grande pegno d’amore che Ghislaine offre al suo Jeffrey. Concentriamoci su due figure, in particolare, di cui parleremo nei prossimi episodi della newsletter.

Il primo è Andrew Mountbatten, duca di York, figlio prediletto dell’allora regina d'Inghilterra Elisabetta. Nel 2001, il principe esce dalla marina e cambia vita, annunciando di voler fare il lobbista per l’industria britannica oltreoceano. È in quel periodo che frequenta assiduamente la sua amica Ghislaine Maxwell. In un articolo dell’epoca, il giornale britannico The Guardian scrive del “ritorno del principe Andrea alle sue abitudini da playboy”, dopo la fine del suo matrimonio con Sarah Ferguson: “fuori da locali di Soho come il China White, a feste esclusive per celebrità a Los Angeles, o mentre si presentava a una festa di Halloween per prostitute e papponi a New York”. Al centro di questa trasformazione, scrive sempre il Guardian, “c'è stata la compagna del principe alla festa di New York, Ghislaine Maxwell, figlia del defunto magnate dei media caduto in disgrazia: un'associazione che aveva destato preoccupazione tra i collaboratori di palazzo”. Negli ultimi mesi, chiosa l’articolo, “la coppia ha trascorso molto tempo insieme, conducendo uno stile di vita che ha riacceso i dubbi sull'idoneità del principe a rappresentare a livello internazionale l'industria britannica”. È il 2001, venticinque anni fa. E già si parlava di “prostitute e papponi” alle feste di New York.

Il secondo nome è un pezzo grosso del Partito Laburista, che allora sta iniziando la transizione verso il New Labour, il cui ideologo è un allora giovane spin doctor di nome Peter Mandelson, ebreo pure lui, già noto ai media con l’appellativo di “Principe delle Tenebre”. È Maxwell, come ricorda in una mail del 2009 il capo della comunicazione di Tony Blair, Benjamin Wegg Prosser – che anni dopo fonderà Global Counsel, una società di lobbying con presidente Mandelson, e Jeffrey Epstein come burattinaio – a presentare Epstein e Mandelson: "Lord Mandelson conobbe il signor Epstein dieci anni prima (quindi nel 1999, ndr) tramite la sua allora compagna Ghislaine Maxwell, che, insieme al padre e ad altri membri della sua famiglia, Lord Mandelson conosceva da molti anni". È Mandelson che finanzia generosamente Terramar, organizzazione no-profit ambientale fondata nel 2012 da Maxwell. Ed è a Mandelson che si rivolge Epstein quando scopre che il Mail On Sunday sta pubblicando un articolo particolarmente velenoso, siamo nel 2011, contro Ghislaine Maxwell.

Immagine

Senza la ricca agenda di Robert Maxwell non ci sarebbe stato Jeffrey Epstein, o almeno non come lo abbiamo conosciuto noi: un uomo potente, con una vasta rete che passa dalla finanza di New York al Labour inglese, dal Mossad ai russi. Sovrapponendo i nomi è evidente come Ghislaine sia stata il passepartout per mondi ai quali il giovane e ambizioso professore di una scuola di New York non avrebbe potuto accedere. Basti pensare che Robert Maxwell è morto quando la fase di rinnovamento del Labour era appena iniziata e uno degli uomini chiave in questa storia è Peter Mandelson, stratega di Blair e della corrente che ha riformato la sinistra mondiale facendole lasciare le storiche battaglie sociali in nome della modernità e del mercato. Lo stesso che ha tramato contro Jeremy Corbyn quando lo storico leader della sinistra del Labour è diventato segretario, facendolo dimettere e preparando la strada per la vittoria di Starmer, l’attuale premier che lo ha nominato ambasciatore a Washington nonostante sapesse dei suoi legami con il finanziere pedofilo.

Robert Maxwell è quindi una figura chiave in questa storia nonostante appaia “solo” 446 volte e nella gran parte dei casi come padre di Ghislaine, la sua bellissima figlia predilette che esponeva negli eventi pubblici come fosse un oggetto e che nonostante il suo status di “prediletta” non si è risparmiata le cintate davanti a tutta la famiglia quando sbagliava, esattamente come tutti gli altri figli, cresciuti nel timore di un padre padrone e violento.
Ghislaine è passata da un mostro ad un altro, trasformando il suo ruolo da vittima a carnefice.

Immagine
Immagine

Vittima, abuser, traditrice

Da quando è arrivata la condanna a 20 anni di carcere, sono state scritte molte cose su Ghislaine Maxwell. C’è chi l’ha definita un mostro. Peggio di Epstein, perché da una donna ci si aspetterebbe solidarietà e protezione, non abusi. Ma c’è anche chi ha raccontato una realtà molto più complessa, in cui la stessa Maxwell ci appare come una vittima di questa storia.

La linea adottata dalla difesa al processo ha provato a dipingerla agli occhi della giuria come un capro espiatorio, la persona da punire per tutti i crimini di Epstein, ma di fatto una vittima, manipolata e spinta a fare cose terribili. Nell’arringa finale, rivolgendosi alla giuria, il suo avvocato ha chiesto per quale assurdo motivo una donna inglese distinta, che ha ricevuto la migliore educazione possibile a Oxford, di colpo dovrebbe mettersi a facilitare abusi sessuali ai danni di minori. Come se una violenza del genere potesse essere commessa solamente da qualcuno nato a sua volta in un contesto violento e depravato. Oppure, da una persona traumatizzata, abusata a sua volta.

In diversi ritratti di Maxwell, tracciati durante il processo da giornalisti e accademici , si è andati a scavare nella sua infanzia. Nella figura maltrattante del padre, che venerava. È come se, a un certo punto della sua vita dopo essere rimasta orfana di padre, Maxwell avesse trovato in Epstein una sorta di figura sostitutiva. E così è passata dal soddisfare i capricci di un altro uomo mostruoso, semplicemente trasferendo la sua cieca fedeltà da un uomo a un altro. Una ricercatrice di Yale, dal nome Jaya Dadwal, ha ipotizzato che in Ghislaine Maxwell possiamo ritrovare una triplice figura, di vittima, abuser e traditrice. Tutte e tre allo stesso tempo.

Vittima perché lei stessa, prima con il padre e poi con Epstein, subiva dinamiche asimmetriche di potere, che la portavano ad assolvere sistematicamente le richieste e gli sfizi degli uomini nella sua vita. Abuser perché reclutava regazzine per darle in pasto ad Epstein e la sua rete di amici ricchi e potenti, facilitando (e a volte partecipando) le violenze. Traditrice perché presentandosi come figura femminile, empatica e carismatica, usava il rapporto di fiducia che si creava con le vittime per introdurle nella piramide degli abusi.

E questo lo hanno raccontato le stesse vittime, per anni e anni, agli inquirenti. Le loro testimonianze le troviamo anche tra i milioni di documenti degli Epstein files.

Immagine
Immagine

La filosofa Claudia Card in casi come questo parla di zona grigia morale. Teorizza che alcune persone non rientrano nella categoria morale ben definita id vittima o colpevole. Una persona, in altre parole, può essere allo stesso tempo vittima di un abuso e responsabile di una violenza. Maxwell probabilmente non è né totalmente un mostro, né una vittima che è stata manipolata nel fare cose terribili.

L'analisi della criminologa

"C’è un’interconnesione tra le cose che le sono successe e quelle che poi lei ha messo in atto – mi ha spiegato la criminologa Margherita Carlini – Dobbiamo partire dall’abuso che lei effettivamente ha subito e dall’interiorizzazione di alcune dinamiche che hanno caratterizzato le sue relazioni con delle figure significative. La prima è stata quella del padre maltrattante: sembrerebbe che addirittura frustrasse i figli, se non riuscivano a fare le cose che lui richiedeva. È chiaro che questo inevitabilmente, per quelle che sappiamo essere le conseguenze del vivere con un genitore abusante, le ha fatto interiorizzare un modello di relazione inevitabilmente sbagliato, fondato su un disequilibrio di potere e sulla normalizzazione di condotte abusanti. Che chiaramente non sono codificate come tali. Tutto questo poi è stato replicato nelle sue relazioni adulte".

Gli amici e i conoscenti di Maxwell hanno spesso raccontato di come fosse devastata alla morte del padre. E anche di come i problemi economici emersi solo allora mettessero a rischio una vita patinata, fatta di lusso e di feste, che non aveva alcuna intenzione di abbandonare: "Quando è venuta meno quella figura del padre, che per lei era stata un riferimento importantissimo, si è attivato il bisogno di trovare un’altra. E da qui la relazione con Epstein. Vediamo in atto un meccanismo di sostituzione e di parallelismo: Maxwell ha cercato un uomo che oltre a essere più grande di lei aveva anche un enorme potere economico, che le garantiva la protezione che le garantiva il padre. Sia in termini rappresentativi e simbolici, che pratici e materiali. Tutto questo l’ha portata ad accettare una serie di cose? Sì, ma per lei erano normali. Perché lo aveva vissuto, sperimentato, interiorizzato. È stato un meccanismo di difesa, più o meno consapevolmente", ha sottolineato Carlini.

Immagine

E qui arriviamo alla relazione con Epstein: "Maxwell si è quindi trovata accanto a questa figura, che aveva un vissuto e un rapporto con la sessualità assolutamente patologico. Ad un certo punto lei stessa ha raccontato a una donna, che voleva diventasse la sua biografa, che ad Epstein fosse stata diagnosticata una patologia che lo costringeva ad avere tre orgasmi al giorno. Un bisogno che non riusciva a soddisfare. Forse in questo momento è diventata aguzzina, come meccanismo di autotutela: aveva bisogno di rimanere in quella relazione, quindi ha nascosto la natura patologica della relazione (perché tanto era abituata a normalizzare tutto ciò) e ha accettato di diventare un’aguzzina perché era l’unico modo per restare nell’orbita di Epstein senza soccombere".

Ma allora, qual è la differenza tra Maxwell e le altre ragazze, che sono state abusate da Epstein e poi spinte ad adescare nuove vittime? "Sicuramente le vittime di Epstein che a loro volta hanno reclutato altre ragazze, come la stessa Virginia Giuffré, non possono essere messe sullo stesso piano di Maxwell. Anche se forse dovremmo chiederci come sono state viste da quelle ragazze che hanno reclutato. Ma il punto è proprio questo: Epstein aveva messo in piedi un sistema di abusi verticistico. È chiaro che chi è alla base, al livello più basso, vede tutti coloro che sono sopra come degli abusanti. Poi, salendo di livello si è innescato un bisogno di diventare ingaggiatrici, di trovare altre ragazze abusate".

Immagine

Le ricostruzioni degli inquirenti e gli stessi racconti delle vittime ci raccontano che nel sistema di abusi messo in piedi da Epstein ogni ragazza riceveva 200 dollari per fargli un massaggio, che poi finiva in un abuso sessuale. Però, se portavano un'altra ragazza, ricevevano altri 200 dollari. E per una ragazza di 15 o 16 anni che non ha nulla, come la maggior parte delle vittime di Epstein, quei soldi significavano poter mangiare.

"Quella era la modalità che consentiva di sopravvivere all’interno del sistema. Assolve moralmente? No, però così funzionava lo schema. Forse, dal punto di vista invece della responsabilità giuridica, ciò che ha differenziato Maxwell dalle vittime è stata anche la possibilità di andarsene. Avrebbe potuto abbandonare in qualsiasi momento la figura di Epstein e quindi il sistema. Aveva i mezzi per farlo. Ma probabilmente c’è stato un momento in cui lei ha scelto di rimanere all’interno di quel sistema di potere. E quindi ha scelto di colludere, di essere parte attiva. E questo corrisponde a una responsabilità anche penale. Epstein e Maxwell a un certo punto sono diventati una coppia criminale e questo è ciò che la distingue, in termini di responsabilità, da tutte le vittime. C’erano Epstein e Maxwell e poi c’erano le vittime. Che lei stessa, sempre alla sua aspirante biografa, aveva descritto dicendo che non fossero niente. E lì c’è tutta la differenza", ha concluso Carlini.

Questa newsletter è stata scritta da Valerio Nicolosi e Annalisa Girardi

Immagine

Iscriviti a E Files.
Per capire il caso Epstein, fino in fondo

Immagine

La nostra newsletter sul caso di Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in carcere nel 2019, per capire fino in fondo la rete di abusi sessuali, traffico di minori, soldi e potere. Ogni puntata approfondisce un filone: dagli italiani menzionati nei files ai racconti delle vittime, dalle teorie del complotto al terremoto nella politica USA. Ecco tutto quello che c’è da sapere sul caso del decennio.

[Altro]
Mostra tutto
api url views
Immagine

Iscriviti a E Files.
Per capire il caso Epstein, fino in fondo

Proseguendo dichiari di aver letto e compreso l'informativa privacy