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Mentre vi state svegliando e aprite questa newsletter, il giudice federale Arun Subramanian di Manhattan sta approvando la chiusura di una class action intentata nel 2024 da un gruppo di oltre duecento vittime del circuito Epstein. Sul piatto ci sono 35 milioni di dollari e per molti lettori può sembrare una vittoria, un risarcimento milionario che strappa l’eredità di Jeffrey Epstein a sostegno delle donne brutalizzate, torturate e abusate, ma non è così.

L’accordo ha come scopo finale quello che potremmo definire uno scudo. L’avvocato Darren Indyke e il contabile Richard Kahn, gli storici gestori del patrimonio del predatore, otterrebbero l’immunità civile permanente. Significa che nessuna delle vittime che accetterà il risarcimento potrà più citarli in giudizio per aver facilitato, finanziato e coperto il traffico di minori per decenni nelle ville di Palm Beach e sull’Isola di Little St. James. La clausola di Manleva Globale, inoltre, prevede che a seguito del risarcimento, le vittime concedono l’immunità civile tombale a tutti gli agenti, dipendenti, avvocati e associati di Jeffrey Epstein. Questo protegge, in prima linea, i due collaboratori stretti, ma soprattutto mette fine alla fase discovery del processo, ovvero la parte in cui gli avvocati delle vittime hanno il diritto di avere accesso ai documenti in possesso della controparte. Se questa class action  andasse a processo, Indyke e Kahn dovrebbero consegnare i server privati di Epstein e i backup delle telecamere di sorveglianza delle ville proprietarie. Ma approvando la chiusura della class action, il giudice Subramanian mette fine alla fase di ricerca delle prove e i documenti non ancora pubblicati verranno distrutti secondo le procedure di liquidazione dell’eredità.

L’accordo non è unanime, una minoranza di vittime sta facendo di tutto per impedire che questo ulteriore silenziatore delle loro storie venga portato a compimento, ma sarà difficile spuntarla perché questa mossa fa parte di un accordo puzzle ben più grande e che solo questa settimana ha portato la Bank of America a versare 72,5 milioni di dollari per chiudere i conti del finanziere e togliersi dai giochi investigativi. Non dirò che chi accetta questi risarcimenti, accetta che la verità processuale si fermi qui, perché sulle vittime non può e non deve ricadere alcuna responsabilità in questa vicenda. Dirò che il silenzio delle donne e delle bambine coinvolte è uno dei protagonisti di questa storia orrorifica e che anche noi, nella foga di rovistare il torbido dei files desecretati, partecipiamo a questo soffocamento.

Le vittime del circuito Epstein, Maria Farmer è una Cassandra del nostro tempo

Quando parliamo delle vittime del circuito Epstein tendiamo a immaginarci un insieme di persone identiche tra loro, con storie simili ed escalation violente analoghe. Questo collabora alla smaterializzazione dei corpi e delle identità delle persone che negli ultimi trent’anni hanno denunciato (o provato a farlo), ma soprattutto annulla le loro storie, quindi la memoria collettiva che le contiene. Certo, se guardiamo la storia delle denunce possiamo individuare dei blocchi temporali definiti, ma mi preme fare questa premessa perché se è vero che moltissime resteranno Jane Doe, è altrettanto vero che questo accade per paura di essere eliminate dal sistema delle persone reali con una voce e una credibilità. Profetesse di sventura, mai credute, silenziate e mandate a morire sole, consapevoli delle loro storie bistrattate.

Ho sempre pensato a Maria Farmer come a una Cassandra del nostro tempo. Cassandra, principessa di Troia, aveva ricevuto il dono della preveggenza dal dio Apollo, che se ne era invaghito. Ma quando lei rifiutò di concedersi, il dio la maledisse. Cassandra avrebbe continuato a vedere il futuro, ma nessuno più le avrebbe creduto. Vide il famoso Cavallo e disse che era un inganno, così come previde l’incendio di Troia e la morte di tutti i suoi cari, ma passò per pazza e venne messa a tacere, persino dalla sua famiglia. Nel 1996 l’allora artista ventiseienne Maria Farmer lavorava come receptionist nella tenuta di Leslie Wexner, in Ohio, dove Epstein era ospite d’onore. Quando denunciò all’FBI che lei e la sorella minore, Annie, erano state abusate in quella proprietà dal finanziere, le forze dell’ordine non aprirono nemmeno un fascicolo, ma si premurarono di avvisare Jeffrey Epstein della denuncia. Maria Farmer ha più volte raccontato che quando provò a chiamare l’ufficio dell’FBI, le fu agganciato il telefono in faccia. Non solo, da quel momento Maria viene cancellata come voce e come persona. L’influenza di Epstein sul circuito artistico di New York la sbatte fuori dai giochi. Maria nel 2003 prova a parlare con Vicky Ward di Vanity Fair (la stessa testata che ora si batte il petto a sostegno delle vittime di Epstein), ma il suo racconto viene mutilato dal direttore Graydon Carter dopo un incontro privato col finanziere.

Un reclutamento industriale

Nel 1997 anche Alice Arden denuncia un’aggressione in un hotel di Santa Monica a opera di Epstein, ma la storia si ripete, la denuncia viene presa e chiusa in un cassetto. Mentre Maria e Alice venivano silenziate, a Palm Beach il reclutamento delle ragazze minorenni divenne industriale. Dal 2002 al 2005 Jeffrey Epstein e l’allora compagna Ghislaine Maxwell sfruttano la Royal Palm Beach High School come ufficio di addescamento, proponendo un pagamento di trecento dollari in cambio di massaggi. Le ragazze (tutte minorenni) venivano inserite in un sistema piramidale che garantiva loro un bonus e una percentuale di guadagno per ogni ragazza che riuscivano a convincere. I

l 14 marzo del 2005 la matrigna della quattordicenne Haley Robson si reca alla polizia di Palm Beach e denuncia Jeffrey Epstein di violenza su minore. Il detective Joseph Recarey trovò non un caso isolato, ma un’intera infrastruttura. Nella villa di Palm Beach furono rinvenute migliaia di fotografie di bambine e ragazzine, molte delle quali stordite o addormentate. Trovano i famosi black books con i numeri di telefono delle persone (le più influenti del pianeta) coinvolte nel circuito e trovarono i libri mastri che svelavano il pagamento delle ragazzine e l’accredito per le nuove entrate. Recarey dichiarò in seguito che, non appena l’indagine arrivò a toccare i nomi dei black books, ricevette pressioni per chiudere il caso, ma soprattutto gli fu ordinato di non interrogare direttamente Epstein per mesi. Alla fine dell’anno, il procuratore distrettuale di Palm Beach, Barry Krischer, si rifiutò di portare un personaggio illustre come Epstein davanti al Gran Giurì e affermò che le testimonianze delle ragazzine di tredici e quattordici anni non potevano essere abbastanza solide perché Epstein le pagava. L’accusa, dunque, non era più di pedofilia, ma cambiò in sollecitazione alla prostituzione e Krischer così poté declassare la questione a semplice decoro urbano.

Quando il caso passò a livello federale entrò in gioco Alexander Acosta, allora procuratore degli Stati Uniti per il distretto meridionale della Florida. Acosta aveva sulla scrivania un’accusa federale di cinquantatre pagine che da sola avrebbe potuto mandare Epstein all’ergastolo. Accadde, però, qualcosa nell’ombra. Vorrei dire che in questa storia l’arte del burattinaio nascosto è da intendersi sempre come eccezionalità, ma la verità è che l’unica cosa esposta di questa vicenda sono i corpi abusati delle vittime, mentre le maglie del potere non si vedono mai fino alla fine. Gli avvocati di Epstein incontrarono Acosta in segreto e lavorarono al Non-Prosecution Agreement (NPA) che Acosta firmò nel 2008. Epstein dichiarava di essere colpevole di un solo capo d’accusa statale (prostituzione minorile), scontando 13 mesi di carcere privato dove poteva uscire per lavoro ogni giorno, in cambio dell’immunità totale.

Acosta impose così il silenzio alle vittime senza consultarle. Per legge (Crime Victims’ Right Act), il procuratore deve informare le vittime di qualsiasi proposta di patteggiamento perché le vittime possono opporsi. Acosta non lo fa. Fu Courtney Wild a scoprire che il suo abuser era libero, vedendolo passeggiare per Palm Beach.

La campagna di delegittimazione di Virginia Giuffré

Nel 2000 Virginia Giuffre aveva sedici anni e faceva la spogliarellista al Mar-a-Lago di Donald Trump, a Palm Beach. Ghislaine Maxwell la approccia e le promette una carriera come massaggiatrice, le offre dei soldi e una vita che la ragazza può solo sognare. Virginia viene portata nella villa di Epstein e lì inizia il suo addestramento, imparando a soddisfare i desideri e le richieste del suo predatore e, col tempo, istruita a reclutare altre ragazzine da inserire nell’ingranaggio a piramide. Tra il 2000 e il 2002, Virginia vive dentro al Lolita Express (il soprannome dato dai media al Boeing 727 di Epstein, un ufficio in volo e alcova di lusso per trasportate minorenni e ospiti importanti nelle sue proprietà, eludendo così i controlli dei voli di linea e garantendo la massima riservatezza sugli abusi a bordo). Giuffre viene spostata da New York al ranch in New Mexico, da Pariga all’isola di Little St. James. I registri di volo oggi ci mostrano che i piloti non segnavano i nomi delle passeggeri minorenni, creando un buco burocratico che ha permesso a Epstein di spostare merce umana da un continente all’altro per anni.

In questi viaggi avvengono gli incontri che segneranno poi la politica mondiale. Virginia Giuffre dichiara di essere stata offerta tre volte ad Andrew Mountbatten – Windsor (allora ancora Principe d’Inghilterra) con date, luoghi e dettagli che per anni verranno derisi dai tabloid, fino al marzo del 2011, quando il The Mail of Sunday pubblica la famosa fotografia di Virginia e Andrew, scattata da Maxwell nel 2001. Vorrei dirvi che questa prova riuscì a mettere in crisi la narrazione screditante avvenuta fino a quel momento e a ridare credito al racconto di Virginia Giuffre, ma la verità è che la pubblicazione avvenne quando Epstein stava cercando di ripulire la sua immagine dopo il 2008.

La foto che ritrae l’ex principe Andrea insieme a Virginia Giuffré e Ghislaine Maxwell.
La foto che ritrae l’ex principe Andrea insieme a Virginia Giuffré e Ghislaine Maxwell.

Gli avvocati di Mountbatten-Windsor e Epstein per oltre dieci anni hanno cercato di screditare l’immagine. Prima hanno sostenuto che fosse un fotomontaggio perché le dita di Andrew risultavano troppo lunghe, poi si arrivò alla disastrosa intervista del principe sulla BBC in cui cercò di difendersi nascondendosi dietro una presunta malattia che gli impediva di sudare, mentre nelle testimonianze di Virginia questo particolare tornava più volte. La vita di Virginia si trasformò in un assedio. Non era più solo la testimone chiave dell’indagine in Florida, ma divenne un bersaglio mobile di un impero di predatori i cui vertici coincidevano (e coincidono) con le persone più potenti del mondo.

Mentre il mondo guarda lo scatto di lei diciassettenne col braccio di Andrew intorno alla vita, gli avvocati di Epstein e i consulenti d’immagine di Buckingham Palace iniziano una campagna di delegittimazione feroce (campagna che non smetterà mai, nemmeno dopo la sua morte, nemmeno dopo l’inequivocabile verità che Virginia ha portato negli anni e questo potete vederlo nel modo in cui Bill Clinton, durante il suo interrogatorio di marzo 2026, affronta la questione). Virginia dal 2011 in avanti sarà dipinta come una ricattatrice in cerca di soldi, pedina di un complotto più grande. Ogni sua dichiarazione alla stampa viene vivisezionata in pezzi via via sempre più piccoli finché le incongruenze non emergono. La pressione è tale che Virginia nel 2013 vive quasi in esilio in Australia, cercando di proteggere i suoi figli, ma è questo isolamento che le dà la forza per non farsi schiacciare, come Cassandra. Nel 2015, rendendosi conto che la giustizia penale è bloccata dai patti di potere, Virginia Giuffrè decide di intraprendere la strada civile e intenta una causa per diffamazione contro Ghislaine Maxwell. Questa decisione è il suo capolavoro di resistenza, ma anche l’inizio della sua fine. Tra il 2015 e il 2019, Virginia deve rivivere ogni singolo abuso subito in deposizioni estenuanti, affrontando avvocati che le chiedono conto anche dei centimetri di pelle non coperti dai vestiti durante gli abusi.

Il silenziamento delle vittime

Mentre lei combatte in tribunale per ottenere il desecretamento dei documenti, il mondo dei media la tratta come un personaggio d’intrattenimento da tabloid negandole lo stato di sopravvissuta. Una violenza secondaria così potete che nel 2019, quando Epstein viene arrestato grazie alle prove di Virginia e muore poco dopo, la vittoria si trasforma in una guerra di logoramento contro Andrew che si chiude con un risarcimento milionario (la corona pagherà per non andare a processo, senza mai ammettere le accuse) nel 2022.

Virginia, però, non vuole fermarsi e vuole desecretare i documenti, ma non riesce mai ad ottenere la concessione del sistema. Resiste, sentinella solitaria là davanti. All’inizio del 2025 un tribunale di Manhattan ordina di pubblicare l’elenco dei 170 nomi precedentemente secretati e conniventi al sistema Epstein. Associati, amici e collaboratori citati nella causa che Virginia Giuffrè ha intentato contro Maxwell. La stampa mondiale ha un momento di follia, uscendo ogni giorno con un nome diverso e Virginia viene messa sotto scorta. Riceve minacce legali da ogni parte del mondo. Le persone citate nelle sue dichiarazioni spendono milioni in avvocati per impedire che i verbali delle loro deposizioni vengano resi pubblici. Mentre uscivano i nomi, il vero tesoro dell’indagine (i server e i backup delle telecamere di videosorveglianza delle ville) furono bloccati nella battaglia legale tra l’FBI e gli amministratori Indyke e Kahn di cui abbiamo parlato in apertura.

Le prove degli abusi

Virginia sapeva che in quei server c’erano le prove video degli abusi, tanto che nelle settimane prima di uccidersi avevano pubblicato un post (poi rimosso) in cui diceva che i nomi non erano sufficienti se le prove restavano chiuse nelle casseforti di chi gestisce i soldi fi Epstein. Il punto di rottura arriva proprio nell’aprile del 2025 proprio quando Virginia viene a conoscenza della preparazione del grande accordo di liquidazione delle vittime. In quel periodo iniziavano, infatti, a circolare le prime voci su un patteggiamento miliardario che avrebbe evitato il processo penale ai collaboratori di Jeffrey Epstein e la distruzione degli archivi, in cambio di risarcimenti civili. Virginia aveva capito che, nonostante le tante battaglie vinte, tra cui quella dell’opinione pubblica, il sistema legame stava di nuovo cercando di silenziare tutte le profetesse di questa storia. Giuffre decise di togliersi la vita.

Solo grazie allo shock per il suo suicidio oggi abbiamo accesso a quasi quattro milioni di documenti, ma lei è dovuta morire perché quei files venissero liberati e ora che sono pubblici il giudice federale Arun Subramanian li sta usando per mettere a tacere i documenti più importanti di questa storia. Allo stesso modo, il rilascio dei files ha innescato nuovi processi alle vittime e alle intenzioni, rovistamenti goffi e sgarbati nelle loro storie e un’ossessiva ricerca del particolare più scabroso a discapito della memoria traumatica delle singole, ma anche a discapito della ricostruzione corretta di una memoria collettiva che possa avere linee di senso per individuare, processare e condannare tutti gli abuser che ad oggi restano nelle loro postazioni di potere e governano il mondo. Per questo motivo occorre ripartire dalle testimonianze delle vittime, dall’ascolto e dalla cura per non essere anche noi carnefici.

di Giulia Paganelli

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