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Nessuno sa con certezza come Jeffrey Epstein abbia fatto i soldi. Tanti soldi. Ed è strano, perché di solito, quando un uomo diventa multimilionario, quelli attorno a lui se ne accorgono. In questo caso, invece, nessuno sembra sapere esattamente in che modo Epstein abbia accumulato la sua fortuna. Anche se qualche traccia l’ha lasciata. Delle impronte accompagnate – come sempre, quando si tratta di Epstein – da incognite. La sua ricchezza era in qualche modo legata ai suoi crimini? O meglio, derivava direttamente da questi?

Le ipotesi sono due. La prima è che i milioni accumulati da Epstein, uno dopo l’altro, non avessero nulla a che vedere con la rete di traffico sessuale da lui orchestrata. Che non c’entrassero niente con tutte quelle giovani donne e bambine sfruttate per le perversioni di Epstein e dei suoi amici, ma fossero il legittimo frutto delle sue attività imprenditoriali e finanziarie. La seconda, quella più gettonata anche tra gli ambienti MAGA, è che le due cose fossero invece strettamente collegate. Più nello specifico, secondo questa teoria, Epstein avrebbe offerto schiave sessuali alla rete di ricchi e potenti di cui era circondato, tenendoli poi sotto scacco e facendosi pagare profumatamente per mantenere nascosti i loro crimini.

Una verità condivisa e accertata sull’origine di questa ricchezza, almeno al momento, non esiste. Quello che sappiamo è che al momento della sua morte, nell’agosto del 2019, Epstein avesse un patrimonio di 560 milioni di dollari, che comprendeva proprietà di lusso, due isole nei Caraibi, un aereo privato, pezzi d’arte.

L’appartamento di Manhattan, nell’Upper East Side, una delle residenze più esclusive di New York, è stato quotato a oltre 50 milioni di dollari. Apparteneva a Les Wexner, il miliardario proprietario di Limited, gruppo di brand come Victoria’s Secret. Non è chiaro a che somma sia stato trasferito a Epstein. Quello che sappiamo è che Wexner è stato il principale fautore della sua ricchezza. Ma a questo ci arriveremo tra poco. La townhouse di Manhattan non era l’unica proprietà di Epstein. Aveva anche una villa a Palm Beach, in Florida, non lontano dalla Mar-a-Lago di Donald Trump, dal valore di 12 milioni. Un ranch in New Mexico da 17 milioni. Un appartamento a Parigi da 8,6 milioni. Nonché due isole nei Caraibi, Great e Little Saint James, quotate a 86 milioni nel 2019.

Dopo la sua morte alcuni dei beni e degli asset di Epstein sono stati venduti e usati per mettere insieme i risarcimenti alle sue vittime. Ed è stato possibile quantificare una fortuna multimilionaria. Torna la domanda: da dove proveniva tutta quella ricchezza? 

Da dove arrivano i soldi di Epstein?

A differenza delle persone che frequentava – a partire dalla sua compagna di vita e di crimini, la socialite Ghislaine Maxwell, figlia di un magnate della stampa britannico – Epstein non era nato in una famiglia benestante. Né aveva avuto una carriera sotto i riflettori, che potesse consacrarlo come parte legittima di quella élite. Tutt’altro: il suo curriculum è pieno di zone d’ombra, di colpi di fortuna quasi inspiegabile e di dimissioni altrettanto opache.

Epstein nasce a Coney Island in una famiglia operaia, di classe media. È uno studente brillante, si diploma in anticipo e inizia a studiare matematica all’università. Però non si laurea, lascia senza finire gli studi. E poco dopo – ed è il primo colpo di scena – inizia a lavorare come professore alla Dalton School. È una delle migliori scuole di New York, dove vengono formate le generazioni all’apice della piramide sociale. Gli insegnanti sono selezionati con il microscopio, ci sono i migliori di New York. Eppure Epstein, appena ventenne e senza una laurea in tasca, riesce a ottenere un posto.

Ed è proprio alla Dalton, nella primavera del 1976, che incontra Alan Greenberg, padre di una sua studentessa e CEO di Bear Stearns. Greenberg rimane folgorato dal carisma di Epstein e lo porta a lavorare con lui alla sua banca di investimenti (poi fallita nel crash del 2008). Epstein diventa il suo protégé, ha la strada spianata ma ha anche molto talento e subito si fa notare. Secondo il giornalista statunitense Barry Levine – che ha ricostruito tutta la rete attorno ad Epstein nel libro “The Spider” – lo stipendio iniziale era di 200mila dollari, dieci volte di più di quanto guadagnava alla Dalton.

In poco tempo Epstein si costruisce un ricco portafoglio di clienti. La sua carriera sta per decollare definitivamente. Ma qualcosa si inceppa. I giorni di Epstein a Wall Street si interrompono bruscamente all’inizio degli anni Ottanta. Le risorse umane di Bear Stearns si accorgono delle bugie sul curriculum di Epstein, a partire dai titoli di studio. Ma una volta scoperto e chiamato a colloquio Epstein spiega che mentire fosse l’unico modo per avere una chance in quel mondo, una risposta piaciuta tantissimo a Greenberg, che decide di chiudere lì la questione. Il vero problema, che ha poi portato all’allontanamento di Epstein dalla banca, sarebbe stato un altro, legato a delle operazioni finanziarie illegittime a favore di alcuni amici. In particolare, nel mirino di un’indagine interna, c’è stato un prestito da 20mila dollari a Warren Eisenstein, un caro amico di Epstein, fatto appositamente per permettergli di acquistare un determinato stock. Insomma, un’operazione di inside trading.

Alla fine, con diverse irregolarità che piano piano iniziavano ad emergere, Epstein decide di licenziarsi. Una scelta che, però, gli sarebbe stata caldamente consigliata, in cambio di una buonuscita di 100mila dollari.

Quanti lupi ci sono a Wall Street?

A questo punto Epstein si mette in proprio. Fonda una sua società di consulenza finanziaria, la Intercontinental Assets Group, che si specializza nel recupero di denaro da broker o avvocati fraudolenti. Senza la Bear Stearns alle spalle, senza un salario fisso e i bonus, però Epstein sa che se vuole continuare a fare la vita di prima deve trovarsi dei clienti molto facoltosi, deve avere per le mani cifre importanti, inserirsi in quei settori dove circolano grossi capitali.

Negli anni Ottanta incontra Douglas Leese e Adnan Khashoggi, entrambi broker in campo militare. Venditori di armi, per capirci. Leese, britannico, di grande successo. Khashoggi, saudita, miliardario, uno degli uomini più ricchi del mondo negli anni Ottanta. Un trafficante d’armi mplicato anche in diverse operazioni di spionaggio internazionali. Una volta venne arrestato in Svizzera, poi processato negli Stati Uniti, dove però fu assolto da varie accuse, dal racket alla frode. È Leese a mettere in contatto Epstein e Khashoggi. Epstein aveva iniziato a gestire i soldi di Leese in modo incredibilmente proficuo, approfittando di paradisi fiscali in giro per il mondo e generando enormi profitti. E il britannico, estremamente contento di quella collaborazione, lo stava introducendo ai suoi contatti.

Uno di questi è Steven Hoffenberg, uomo d’affari e CEO della Tower Financial Corporation, una sorta di agenzia di recupero crediti, che poi si rivelò una gigantesca frode. Per pochi centesimi al dollaro la società acquista i crediti insoluti, per poi trasformarli in profitto. I due si incontrano nel 1987, tramite Leese, e Hoffenberg lo assume immediatamente. Lo paga 25mila dollari al mese, una cifra incredibile per qualcuno che, come Epstein, non ha né una laurea né una licenza commerciale per compiere un certo tipo di operazioni. Però, forse, è disponibile a compierne altre. A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, la Towers Financial Corporation mette in piedi un gigantesco schema di Ponzi: gli investitori vengono attirati con le promesse di enormi guadagni, i soldi dei nuovi clienti vengono usati per ripagare quelli precedenti, ma soprattutto arricchirsi sui grandi numeri. Secondo l’FBI circa 200mila persone sono state truffate in questo modo. I guadagni però sono multimilionari, per i vertici della TFC. Ma gli inquirenti scoprono tutto, Hoffenberg finisce a processo con le accuse di frode ed evasione fiscale. Passerà 18 anni in un carcere federale. Epstein invece ne esce pulito, non viene nemmeno sfiorato dall’inchiesta. Solo al momento del suo arresto per traffico sessuale nel 2019, Hoffenberg decide di parlare e di raccontare come Epstein fosse coinvolto nella truffa. Lo definirà l'architetto di tutto lo schema Ponzi.

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L’uomo a cui Epstein deve (quasi) tutto 

Probabilmente è all’inizio degli anni Novanta che per Epstein arriva il vero momento di svolta. Questo momento un nome preciso: Leslie Wexner. Fondatore di L Brands – The Limited, gruppo di famosissimi marchi come Victoria’s Secret, Abercrombie & Fitch e Bath & Body Works – Wexner è ritenuto il vero artefice della ricchezza di Epstein. Poco dopo averlo conosciuto, diventa praticamente il suo unico cliente, dandogli accesso e piena gestione al suo enorme patrimonio finanziario. Un patrimonio multimiliardario.

Epstein aveva in mano transazioni, investimenti, consigliava Wexner sulle operazioni di mercato. L’indirizzo della sua azienda era lo stesso del quartier generale di L Brands. Non è chiarissimo quando venisse pagato. Forbes stima che nel 2007 Wexner lo pagò “almeno 200 milioni di dollari. Ma non era solo questione di cash. Alla fine degli anni Ottanta, Wexner aveva comprato una lussuosa townhouse a Manhattan per 13,2 milioni di dollari, una delle residenze più esclusive della città, di 7 piani e decine di camere da letto: circa dieci anni più tardi ne trasferisce la proprietà ad Epstein in circostanze poco chiare. Una fonte ha raccontato al Wall Street Journal che la casa sarebbe stata ceduta per 20 milioni, ma non ci sono documenti che attestino la transazione. E lo stesso avviene con il jet privato, poi passato alla storia con il nome di “Lolita Express”, in quanto Epstein lo usava per trasportare le ragazze e le bambine che trafficava. Dal 1990 al 2001 era di proprietà di L Brands, poi passa a Epstein per una cifra sconosciuta.

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Epstein sfruttava la partnership con Wexner anche per spacciarsi per un reclutatore di modelle di Victoria’s Secret: fingendosi interessato alle ragazze per il noto marchio di biancheria intima, le adescava, chiedeva loro di spogliarsi e poi le molestava. Wexner interrompe il rapporto con Epstein nel 2007, l’anno precedente al primo arresto con accuse di reati sessuali per Epstein. Agli inquirenti che gli chiedono conto dei suoi legami con il faccendiere, Wexner racconta di non essere mai stato a conoscenza degli abusi e delle violenze. Definisce Epstein un truffatore, accusandolo anche di avergli sottratto milioni e milioni di dollari.

Una fortuna multimilionaria 

C’è un altro nome che è stato decisivo per la carriera e la strada di Epstein verso la ricchezza: Leon Black, fondatore e CEO del fondo di private equity Apollo Global Management. Epstein diventa suo consulente, attraverso un contratto con la sua nuova società, la Southern Trust Company. Secondo un’indagine della commissione Finanze del Senato statunitense, nel 2012 Black trasferisce 5 milioni e mezzo di dollari sui conti della società di Epstein presso la Deutsche Bank, ma il pagamento non viene messo a bilancio quell’anno. Nel 2013 Black paga Epstein 50 milioni di dollari: inizialmente i due negoziano un pagamento di 23,5 milioni per i servizi di consulenza, ma qualche mese dopo la cifra più che raddoppia. Nel 2014 Black versa 70 milioni, nel 2015 30 milioni e altri 10 milioni a delle società benefiche sempre collegate a Epstein. Nel 2016 non risulta alcun pagamento, nel 2017 a bilancio ci sono 8 milioni. In questi anni Black risulta praticamente l’unica fonte di entrate per Epstein in totale parliamo di circa 170 milioni di dollari, una cifra enorme per delle consulenze finanziarie. Nel 2018 i due interrompono i rapporti. Anche Black prenderà le distanze da Epstein, dicendo di non aver mai saputo nulla dei suoi crimini sessuali.

Queste non erano le uniche fonti di reddito per Epstein – che una volta ha anche dichiarato in delle interviste di accettare esclusivamente clienti dal portafoglio miliardario – ma i due magnati hanno sicuramente determinato gran parte della sua fortuna. In più, Epstein ha approfittato di enormi vantaggi fiscali alle Isole Vergini americane, dove ha trasferito la sua residenza dopo aver comprato Great e Little Saint James. Parliamo di un risparmio enorme: secondo Forbes, grazie a delle esenzioni ricevute partecipando a programmi di sviluppo del territorio, Epstein ha versato solo 41 milioni di dollari in tasse tra il 1999 e il 2008. Questo corrisponde a circa il 4% di quanto accumulato in quel periodo. Un escamotage che gli ha consentito di trattenere per sé milioni e milioni di dollari (l’aliquota massima delle imposte sui redditi societari alle Isole Vergini è comunque del 38,5%) e sul quale sono poi emerse irregolarità varie: l’amministrazione di quel territorio da anni è impegnata nel tentativo di recuperare almeno una parte di quelle somme.

A circa sette anni dalla sua morte, non è ancora perfettamente delimitato il perimetro della ricchezza di Epstein, chi fossero davvero i suoi clienti, quale fosse la vera origine di quel patrimonio. Quando gli investigatori sono entrati nelle sue case hanno trovato 49 milioni di dollari in contanti e altri 79 milioni in “entità” non ben specificate. Una fortuna che ora serve a risarcire le innumerevoli vittime di Epstein.

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