Dobbiamo raccontarcela giusta, questa cosa dello sconto sul carburante e sul tetto dei prezzi alla pompa e del costo di luce e gas in bolletta– meno 30% e prezzi bloccati per due anni –, se no è solo propaganda a buon mercato. Perché no, Eni, Ip e Q8 non sono i “buoni” che stanno rinunciando a fare profitti per il nostro bene. Sono aziende che stanno investendo in modo molto furbo i margini enormi che hanno accumulato nella crisi energetica successiva alla guerra americana e israeliana all’Iran.
Forse vale la pena partire da due cifre. Nel corso dell’ultimo anno, Eni ha guadagnato il 45% in Borsa, ed è una delle aziende petrolifere che è cresciuta di meno. Le azioni di Repsol, altra azienda petrolifera, hanno visto crescere il loro prezzo dell’87%.
Il motivo è l’aumento stellare dei profitti di queste aziende, dovuto non tanto all’aumento del prezzo del petrolio, quanto a quello del cosiddetto “margine di raffinazione”, cioè la differenza tra il costo del petrolio e quello della benzina e del diesel. Margine – quindi guadagno netto – che è aumentato tantissimo dal 28 febbraio scorso a oggi, a causa della chiusura dello stretto di Hormuz e dei bombardamenti alle raffinerie del Golfo Persico.
L’Unione Europea l’ha detto chiaro e tondo, giusto ieri, col suo commissario all'energia: questa instabilità durerà ancora tantissimo, sui mercati energetici. Tradotto: il prezzo del petrolio di gas e petrolio continuerà ad aumentare, il margine di raffinazione continuerà a salire. E quindi, con ogni probabilità, il valore delle azioni di Eni e le sue sorelle, pure – Socar, la proprietaria di IP non è quotata in borsa, perché è di proprietà del governo azero, ma il ragionamento è il medesimo.
A suo modo, la mossa di Eni – non sappiamo quanto concertata col governo italiano stesso – è geniale: nel mettere un tetto al prezzo di carburante e delle bollette, si è pagata questa auto-tassa con una mossa che le consentirà di guadagnare quote di mercato sul mercato italiano. E, particolare non irrilevante, si è cautelata dal rischio di vedersi tassare gli extraprofitti dal governo in futuro. Cosa che magari con Meloni non sarebbe mai avvenuta, dopo le elezioni chissà.
Tutto bello e giusto? Dipende. Da quanto durerà il tetto del prezzo alla pompa e in bolletta , innanzitutto. Che, ricordiamolo, è una scelta unilaterale di Eni e Socar, che possono decidere di revocarlo in ogni momento. E non esiste nemmeno la controprova che una tassa sugli extraprofitti a finanziare il taglio delle accise non avrebbe prodotto un calo ancora maggiore del prezzo di benzina e diesel alla pompa.
Quel che è certo è che il governo, da oggi, è ancora più dipendente dalle scelte dell’Eni e delle aziende energetiche. Che i margini di intervento della politica saranno sempre più ridotti, perché con la procedura d’infrazione ancora aperta, lo spread oltre quota 100 e l’impossibilità di tassare gli extra-profitti, di fatto non c’è spazio fiscale nemmeno per provare a tagliare le accise per più di poche settimane alla volta.
L’unica cosa che possiamo fare, l’unica arma che abbiamo a disposizione, è usare bene i margini di flessibilità che ci ha dato l’Unione Europea – i famosi 14 miliardi – per investire in rinnovabili e ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi. Con tanti saluti a chi diceva che la decarbonizzazione era roba da fighetti, radical chic e sinistra della ZTL. Sempre che Eni sia d’accordo, ovviamente.