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Meloni, tranquilla: ai migranti in Spagna non frega nulla di venire in Italia

Dopo Ceuta, un nuovo spauracchio si aggira per l’Europa: quello dei 600mila stranieri regolarizzati da Sanchez. Esempio di un modello di integrazione che funziona, in un’Europa di barriere e centri di rimpatrio.
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Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: i terribili 600mila stranieri cui il governo spagnolo guidato da Pedro Sanchez ha dato un permesso di soggiorno per lavorare regolarmente in Spagna. Una regolarizzazione di massa, iniziata da aprile, che in realtà ha un senso molto preciso: quello di far emergere un lavoro che altrimenti sarebbe stato sfruttamento in nero. Quello di far rientrare nell’alveo della legalità, un pezzo di società spagnola che altrimenti sarebbe stata fuorilegge in quanto straniera.

Si tratta, nella stragrande maggioranza, di persone con origine latino-americana, che parlano spagnolo e che hanno un’occupazione, perfettamente integrate, o comunque facilmente integrabili nella società spagnola. E che rappresentano, per Sanchez e per la Spagna, una risorsa fondamentale: dice, il premier spagnolo, che senza di loro l’economia iberica perderebbe il 19% del Prodotto Interno Lordo entro il 2050. Quelle persone, in altre parole, sono un’opportunità, non un problema. E lo sono in un Paese che nel 2025 è cresciuto del 2,9% contro lo 0,4% italiano, e che nel 2026 crescerà del 2,5%, contro lo 0,8% italiano. 

Capito, quindi perché è destra odiano così tanto Pedro Sanchez? Perché mostra tutta la differenza tra realtà e propaganda, tra smontare e alimentare la paura, tra governare i processi e farsene travolgere. Perché smonta concretamente una narrazione che fa degli stranieri il capro espiatorio di tutti i mali, l’invasore da cacciare.

Questo non vuol dire che la Spagna sia il migliore dei mondi possibili, nemmeno nella gestione dell’immigrazione, e raccontarla come tale è una forzatura uguale e contraria: ma è una delle poche prove che abbiamo – nel conformismo securitario che domina l’Occidente – che i processi migratori si possono gestire senza averne paura e senza terrorizzare nessuno.

Ed è per questo che non vedevano l’ora, a destra, che arrivasse un incidente come quello di Ceuta – che si è fatto tragedia solo per gli oltre cento ragazzi morti in due giorni – sulla cui origine e sui cui mandanti, speriamo, si capirà qualcosa di più a breve: perché è l’espediente perfetto per ribaltare la narrazione su un modello di gestione dell’immigrazione che, tutto sommato, funziona. Che mette al lavoro lo straniero, che lo integra nella società, che costruisce con lui un nuovo patto sociale, o perlomeno ci prova.

Per questo fa sorridere, se non ci fosse da piangere, che Meloni agiti lo spettro di quei 600mila stranieri – dopo aver sospeso Schengen per un mese nonostante la crisi di Ceuta si sia risolta in un giorno -, come se non aspettassero altro di venire in Italia. Lasciando cioè un Paese che li ha accolti per un Paese che li vuole sbattere fuori dall’Europa, un Paese che cresce per un Paese che non cresce. 

Tranquilla Meloni, tranquillo Salvini, tranquillo Vannacci: nessuno vuole venire in Italia, di certo non i migranti latino americani che si stanno costruendo un futuro in Spagna. Ma nemmeno i ragazzi marocchini di Ceuta. E nemmeno i migranti sui barconi che sbarcano a Lampedusa e che inseguono il sogno di raggiungere Parigi o Londra, l’Europa, non certo lo Stivale. Che ci vedono da sempre come un punto di passaggio, un’altra Libia da cui andarsene il prima possibile. Che sanno benissimo, o comunque scoprono in fretta, che da noi trovano solo campi di pomodori, cantieri nessun tipo di tutela, caporalato, irregolarità, mafie. Che non abbiamo nessun piano per loro se non quello di usarli per terrorizzare l’elettorato e tenersi il potere.

Loro l’hanno capito, noi non ancora. Chissà se prima o poi ci arriveremo.

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