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L’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo e la legittima difesa è un’eccezione (con Franco Gabrielli)

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Il caso di Mario Roggero ha riacceso il dibattito sulla sicurezza e sulla legittima difesa in Italia. Ma siamo davvero un Paese insicuro? E davvero allargare le fattispecie in cui si può uccidere qualcun altro ci aiuterà a sentirci più sicuri? Parliamone, assieme all'ex capo della Polizia Franco Gabrielli

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Oggi rispondo alla domanda di Antonio:

“Ma davvero siamo un Paese insicuro che ha bisogno di cambiare la legge sulla legittima difesa?”

Caro Antonio, in due lettere: No. Non siamo un Paese insicuro e non serve cambiare la legge sulla legittima difesa. Eppure questa settimana non si parlato d’altro, in Italia. Di sicurezza e di legittima difesa. Se ne è parlato, soprattutto, in relazione a una  rapina avvenuta nel 2021 in una gioielleria di Grinzane Cavour in provincia di Cuneo, la gioielleria di Mario Roggero. Il caso penso lo conosciamo tutti: Mario Roggero reagisce, insegue armato di fucile i ladri che se ne stanno scappando e ne uccide due, sparandogli alle spalle. La sentenza a 14 anni di carcere per un uomo di 72 anni, pur essendo state concesse al gioielliere una miriade di attenuanti, è stata giudicata da molti eccessiva. E soprattutto a destra, si è discusso di tre cose, per evitare a Roggero il carcere: se chiedere la grazia al presidente della Repubblica; se candidarlo alle prossime elezioni. O se cambiare la legge sulla legittima difesa, per estendere retroattivamente anche il suo caso tra quelli consentiti.

Ma cosa dice l’attuale legge sulla legittima difesa? Ci protegge davvero? Ed estendere la maglie di ciò che è definibile come legittima difesa, al netto della vicenda Roggero, aumenta o diminuisce la nostra sicurezza? E ancora: ma davvero viviamo in una società insicura al punto tale da doverci armare e da aver bisogno di una legge che ci consente di usare le armi con estrema discrezione, per difenderci?

Per rispondere a queste domande, ho chiesto all’ex capo della Polizia Franco Gabrielli di darmi una mano. Partendo proprio dalla sua opinione sull’attuale legge sulla legittima difesa, quella approvata dal governo Conte I nel 2019

“C'è un grande equivoco alimentato da chi ha interesse a spostare il concetto di sicurezza dal terreno della responsabilità pubblica a quello della emotività politica e cioè la legittima difesa intesa come il diritto a farsi giustizia da sé o addirittura come diritto a uccidere. E questo è un un percorso che non è di oggi, ma è iniziato nel 2006, allora quando fu introdotto il concetto di legittima difesa domiciliare o addirittura nel 2019 quando fu corretto l'articolo che definisce l'eccesso colposo di legittima difesa introducendo un concetto meta-giuridico come il turbamento. E oggi all'esito di un evento di cronaca che riguarda la condanna di una persona che ha invocato la legittima difesa, ma che il giudice non li ha riconosciuto come scriminante, c'è il tentativo ulteriore di allargare le maglie di questo istituto che deve rimanere eccezionale, che deve rimanere come valvola di sfogo in presenza di determinate situazioni che alla fine non possono incidere sulla salvaguardia di principi fondamentali e di valori irrinunciabili come quello della salvaguardia della vita”.

C’è un punto molto importante, in quel che dice Franco Gabrielli. La legittima difesa è un’eccezione, non un diritto. Lui la chiama “valvola di sfogo” in alcune determinate situazione in cui davvero non si può fare altro. E in cui, proprio per l’eccezionalità della situazione, si considerano anche l’emotività, il turbamento, lo stress del momento. Se qualcuno sta minacciando o sta usando violenza verso di te o un familiare con un’arma, se percepisci una minaccia immediata per la tua vita. Tutti casi eccezionali, che ovviamente vanno normati come tali, con confini molto rigorosi, proprio per evitare che si passi dall’eccezione al far west. E che, come dice Gabrielli stesso si vada a incidere su valori irrinunciabili come quello della salvaguardia della vita umana. Sì, anche quella di un rapinatore.

Eccoci quindi al secondo punto: ha senso estendere i confini di questa legge, come fosse una coperta, per inserire nel concetto di legittima difesa anche un uomo che insegue i rapinatori fuori dal negozio, a pericolo terminato, e che spara loro alle spalle, più volte, fino a ucciderne due? È legittima difesa, questa, o vendetta? Ecco cosa ne pensa Franco Gabrielli.

“Più che modificare la legge e introdurre un ulteriore allargamento del dell'area di azione di questa discriminante, forse dovremmo riaffermare una volta per tutti che l'esercizio della forza è una prerogativa dello Stato e che i cittadini non dovrebbero essere mai posti nella condizione di difendersi da soli. E anzi, questa modalità per certi aspetti nasconde in sé una sorta di dichiarazione di un fallimento, cioè lo Stato non è più in grado di difenderti e quindi delega a te cittadino questo questo onere, ma al tempo stesso ti espone a un pericolo ulteriore perché il delinquente, colui il quale ha intenzione di introdursi nella tua abitazione per per conseguire un illecito profitto interiorizzerà l'idea che dietro quella porta c'è una persona armata, una persona che potrà in qualche modo essere per lui stesso una minaccia e quindi da questo punto di vista non conseguiremo una condizione di maggiore tutela dei cittadini, ma addirittura li esporremo a un'ulteriore minaccia e a un’ulteriore condizione di insicurezza. Quindi, al di là di quelle che sono le emotività del momento o peggio ancora chi continua a lucrare sulle paure per dividendi di consenso, credo che quello che è stato definito nell'ambito della legittima difesa sia già un passo molto avanzato e che non ha bisogno minimamente di ulteriori precisazioni o correzioni, se, come io mi auguro vogliamo rimanere nell'ambito di uno stato di diritto”.

Ci sono due o tre punti di quel che dice Gabrielli sui quali vale la pena soffermarsi.

Il primo: è interessante constatare che sia proprio la maggioranza di governo a chiedere di estendere la legittima difesa, di fatto auto-certificando il proprio fallimento nel difendere i propri cittadini. Ed è interessante lo facciano proprio le forze politiche che hanno fatto della tutela della sicurezza dei cittadini la loro bandiera. Per assurdo, è come se la sinistra fosse al governo e invitasse i cittadini a fare assicurazioni private perché non è più in grado di garantire nessun tipo di assistenza sociale pubblica.

Il secondo: estendere le maglie della legittima difesa ci rende più insicuri. È un passaggio contro-intuitivo, me ne rendo conto, ma difficilmente smentibile. Più armi e leggi più permissive sulla legittima difesa possono fare da deterrente, certo. Ma possono anche indurre i rapinatori ad armarsi ulteriormente, o a sparare per primi se hanno percezione del pericolo. Il turbamento, lo stress e la tensione, quegli stessi concetti meta-giuridici, come li ha chiamati Gabrielli, per i quali abbiamo istituito la legittima difesa nel nostro ordinamento, aumentano in presenza di armi e di leggi più permissive. Il far west è esattamente questo: vince chi spara per primo.

Terzo punto, e Gabrielli lo esplicita bene: cos’è che anima le richieste di forze politiche come la Lega? La volontà di rendere più sicuri i cittadini? Oppure quella di legittimare e accrescere la loro paura per l’altro, così da poterne lucrare a fini elettorali? Perché qui entriamo in un’altra questione non di poco conto: le nostre città sono davvero sempre più insicure? Oppure è solo un problema di percezione, dovuto alla sovra-rappresentazione mediatica e politica di episodi di microcriminalità? E ha senso cambiare le leggi e restringere i confini dello stato di diritto in nome di una percezione?

“ Il nostro paese è uno dei Paesi più sicuri al mondo e non lo è per le ricette che la destra di governo ci ha propinato in questi in questi anni. È un trend che va avanti per fortuna da tempo. Una volta tanto abbiamo conseguito un primato di cui andare fieri. In Europa siamo il penultimo paese come incidenza degli omicidi appena sotto il Lussemburgo. Sono all'incirca lo 0,50 gli omicidi per ogni 100.000 abitanti, la metà della media europea. Ovviamente è cambiato il rapporto del cittadino con la sicurezza e con il senso di insicurezza e in questo ovviamente hanno inciso le modalità con le quali in questi anni per lucrare sul consenso si sono amplificate le paure, le preoccupazioni ed è un po' paradossale che oggi chi quelle paure ha alimentato ci voglia rabbonire con tutta una serie di provvedimenti i cui esiti sono tutti da dimostrare o brandendo le statistiche come la certificazione di un presunto quanto irrealistico successo. E allora il tema non è quello di derubricare la percezione come qualcosa che attiene soltanto alla sfera della soggettività, ma bisogna lavorare perché questo non abbia a realizzarsi, almeno nelle forme parossistiche che la nostra condizione di cittadini e cittadini in questo momento ci fa vivere e questo ovviamente implica lavorare sugli effetti, un maggiore controllo del territorio, ma anche soprattutto cominciare seriamente a lavorare sulle cause che determinano questi fenomeni e questa condizione di insicurezza”.

Eccoci a un altro punto fondamentale. Ammesso che la nostra società sia più insicura – e se lo persone lo percepiscono poco importa lo sia o meno – come si agisce su questa percezione? Come si può provare a smontarla? Davvero l’unica strada è quella della repressione, privazione delle libertà, della torsione del diritto? E oltre a essere efficiente, è anche il modo più efficace che abbiamo a disposizione? O c’è un'altra strada?

“La ricetta che la destra di governo ci ha presentato, ci ha offerto in questi quattro anni è una ricetta molto semplice, gli effetti prodotti da tutta una serie di cause e che incidono sulla sicurezza o sulla insicurezza dei cittadini, debbono necessariamente essere affrontati e, ovviamente, nelle loro intenzioni risolte attraverso la leva dello strumento penale. In un sistema come quello italiano dove il pianeta giustizia vive una condizione di grande difficoltà, dove il sistema dell'esecuzione della pena dire al collasso è semplicemente un eufemismo e anche perché questa questa modalità è una modalità che non solo non rappresenta la soluzione ai problemi, ma per certi aspetti li complica.  Da un punto di vista, ad esempio, della restrizione di alcune libertà sul piano, ad esempio, del corretto uso dell'utilizzo degli strumenti in contesti di ordine e sicurezza pubblica. Quindi credo che i fatti si siano incaricati di dimostrare come la propaganda per un verso e le soluzioni salvifiche tutte incentrate sull'utilizzo dello strumento penalistico non siano una modalità che possa consentirci di prospettare una condizione migliore, quindi il tema è ritornare a una modalità nella quale l'utilizzo degli strumenti sia sempre e comunque in una cornice di rispetto della democrazia, di rispetto dei valori che sono scritti nella nostra Carta Costituzionale”.

Altro paradosso, quindi: l’ennesimo in questa storia della sicurezza. Pensare di risolvere i problemi solo attraverso lo strumento penale – nuovo reato, inasprimento delle pene, limitazioni della libertà – in realtà li complica. Che probabilmente, per dire, scuole migliori sono più efficaci per contrastare la micro-criminalità giovanile dei decreti-maranza o dei metal detector nelle scuole. O, per citare il caso più recente, dell’imputabilità dei quattordicenni. Che andrebbero aiutati a crescere ed educati e inclusi, non criminalizzati.

Un ultima cosa: cosa succede se il monopolio dell’uso della forza che ha lo Stato – che lo esercita attraverso le forze dell’ordine, viene usato male, com’è avvenuto troppo spesso in Italia? L’ultimo caso è quello di Bologna, con uomo di 43 anni di nome Abderrahim Fakir che è morto mentre era immobilizzato dai poliziotti. Anche questo, in fondo, chiama in causa il nostro rapporto con la sicurezza. Basta dare più uomini, più strumenti, più tutele alle forze dell’ordine per sentirci più sicuri? Oppure anche in questo caso, la cura rischia di essere peggiore del male?

“I fatti di Bologna sono fatti gravi, non fosse altro perché una persona è morta e quando una persona muore credo che non ci possa non essere che un giudizio negativo. Detto questo, però credo che non si debba nemmeno dare un giudizio sommario in un senso come nell'altro, cioè con una assoluzione preventiva e una condanna preventiva. Il contenimento è in senso assoluto uno dei momenti più delicati nei quali chi è chiamato a difendere i cittadini, chi veste una divisa nell'interesse della sicurezza di una comunità è chiamato in qualche modo a svolgere. È un momento estremamente delicato, complicato, che richiede una grande professionalità, ma che è soggetto anche a innumerevoli variabili e quindi i giudizi sommari credo che non contribuiscano minimamente né a rasserenare un clima che si sta facendo sempre più tossico e nemmeno a consentire una corretta, serena analisi di quello che è avvenuto per cercare in qualche modo, laddove qualora vi fossero stati degli errori, di correggere. Invece questa modalità con la quale ogni fatto grave, ovviamente, ma ogni fatto diventa una sorta di ordalia, io credo che non sia un contributo a far sì che il nostro paese sia più sicuro, ma al tempo stesso non tradisca la sua vera natura che è quella di uno stato di diritto e di una democrazia liberale”.

Anche in questo caso, insomma, servono equilibrio, calma e gesso. Ma a quanto pare, in questa fase, sono virtù che fanno difetto a molti, a destra come a sinistra. E se si gioca a un gioco in cui vince chi la spara più grossa, beh…generalmente non vince il migliore. E non se ne esce più sicuri di come siamo entrati.

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