E se non stessimo vedendo arrivare, di nuovo, Elly Schlein? Lo diciamo dopo il suo discorso di ieri alla festa dell’Unità di Reggio Emilia, due ore e mezza di comizio davanti a circa 10mila persone, in cui ha annunciato la sua candidatura alle primarie della coalizione delle opposizioni, lanciando ufficialmente la propria sfida a Giorgia Meloni, e pure all’alleato Giuseppe Conte.
Lo diciamo, premessa doverosa, senza entrare nel merito delle idee politiche e programmatiche della segretaria del Partito Democratico che possono piacere o meno, e a volte si ha l’impressione che piacciano molto poco all’establishment di questo Paese, anche quello che non vota a destra. Lo diciamo, semplicemente, mettendo in fila ciò che si proponeva di fare e ha fatto la segretaria del Pd, registrando ogni volta la malcelata diffidenza di commentatori politici, avversari, alleati, compagni di partito.
Non doveva vincere le primarie, anzitutto. Anzi, forse nemmeno doveva partecipare. Era la paria, la non iscritta, la abusiva, contrapposta a Stefano Bonaccini, all’uomo che aveva vinto i congressi nei circoli, per di più suo presidente in Emilia-Romagna, di cui lei era la vice. Ha partecipato, lo ha sfidato, ha vinto. E una volta vinto, ha dato a Bonaccini la presidenza del Partito, ponendo le basi di una gestione unitaria che dura tutt’ora.
Doveva essere la segretaria debole, per l’appunto, schiava delle correnti e del tribalismo democratico. È stata, a oggi, la prima segretaria Pd a terminare il suo mandato quadriennale, in un partito che mai come oggi sembra guarito dal suo correntismo estremo. Allo stato attuale non esiste una visibile alternativa a Schlein all’interno del Partito Democratico, e non è un caso: chiunque potesse esserlo è stato promosso e candidato da Schlein alla guida di importanti istituzioni.
Doveva essere la candidata che, con le sue idee radicali e massimaliste, avrebbe alienato consensi al Pd, anziché aumentarne. Addirittura, si diceva che I Cinque Stelle avessero mandato i loro a votarla, per mangiarsi il Pd. Risultato: il Pd è cresciuto dal 19% delle politiche del 2022 al 24% delle europee del 2024, e oggi è stabilmente la seconda forza politica del Paese, stimata dai sondaggi al 22%, contro il 26% di Fratelli d’Italia.
Ancora: doveva essere la leader che andava a sbattere contro l’utopia – o distopia, dipende dai punti di vista – dell’alleanza impossibile tra Pd e Cinque Stelle. Risultato: ormai non c’è elezioni in cui queste forze politiche non si presentino assieme. Quel che all’inizio sembrava episodico oggi è diventato strutturale. E l’armata Brancaleone, il cartello dei diversi, l’alleanza unita solo dall’anti-melonismo che nel 2022 non c’era, e oggi c’è, sta per lavorare, pur con mille divergenze da appianare, a un programma unitario.
Doveva essere la leader di una coalizione destinata a una sconfitta certa, con Meloni e la destra avviate a una riconferma in ciabatte. E invece da qualche mese quella coalizione che sembrava impossibile – complice l’ascesa di Vannacci, va ricordato – è avanti di tre o quattro punti nei sondaggi da mesi. E sembra consolidare il proprio vantaggio di sondaggio in sondaggio, anziché vederlo diminuire.
Doveva essere, Schlein, la vittima sacrificale di Giuseppe Conte. Quella che avrebbe consegnato al leader dei Cinque Stelle la guida della coalizione, da una posizione di minoranza, tradita dal suo stesso partito. E invece, a Reggio Emilia, sono arrivati i pullman e hanno riempito di gente il comizio finale, come non si vedeva da anni. Una prova di forza che magari fa sorridere, pensando a Berlinguer, ma che non era scontata, oggi. Soprattutto, se si ascoltava chi raccontava un partito e un apparato in rotta con la segretaria. Il messaggio è stato fortissimo: la macchina del partito sta ancora con Schlein. E anche questo, oggi, ha il suo peso.
Doveva essere la candidata inadeguata a governare il Paese, infine. E invece ieri Elly Schlein – piaccia o meno quel che ha detto: lo ripetiamo – da leader determinata e convinta di poter guidare l’Italia. L’ha fatto forte della sua diversità biografica – donna, giovane, non conforme agli standard -, ma anche in ragione della sua alterità radicale a Giorgia Meloni e alla sua idea di Paese. Senza cioè inseguire la destra sul suo terreno – sicurezza, eccetera – ma puntando forte su sanità, salari e welfare.
Tutto quel che abbiamo detto sinora, sia chiaro, non predetermina il futuro. Se oltre che convinta sarà anche convincente, se vincerà le primarie, se riuscirà a tenere assieme tutto prima del voto, e soprattutto se riuscirà a vincere le elezioni, sarà il domani a dircelo. Quel che è certo è che avverrà, se avverrà, con la diffidenza cosmica di fondo che sta accompagnando Schlein dal 12 marzo del 2022, se non prima. Una diffidenza che, a questo punto, abbiamo il sospetto sia da sempre la sua migliore alleata.