Non vogliamo fare i rompiscatole, che il governo ha già i suoi problemi nel fondamentale dibattito sulla legge elettorale. Ma visto che stanno discutendo della prossima legge di bilancio e di dove mettere i soldi, ci permettiamo un suggerimento: ma davvero è il ceto medio, la priorità?
No, perché questo è quel che stiamo leggendo in queste settimane di indiscrezioni e di proposte dei partiti: estensione della flat tax per le partite iva fino a 100mila euro, taglio fiscale fino a 60mila euro di reddito, bonus per le ristrutturazioni a chi ha una casa di proprietà.
Tutto bello, intendiamoci. Ma i poveri dove sono? Non esistono più? Perché a leggere i dati non sembrerebbe che l’Italia in questi anni abbia abolito la povertà. Che invece, sono i dati Istat a dirlo, è in aumento pressoché costante, senza interruzioni, dal 2005 a oggi.
Due numeri, giusto per chiarire le idee: in Italia ci sono oltre 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, pari al 9,8% della popolazione residente. Uno su dieci. Sono più di due milioni di famiglie che non possono comprare i beni e i servizi minimi per una vita dignitosa. A cui si aggiunge un 14,9% della popolazione che ha un reddito di molto inferiore alla media nazionale, quella per cui si parla di povertà relativa.
Bene, fatti due conti, parliamo di un quarto della popolazione italiana. Un pezzo di Paese che non ha redditi da lavoro, alla faccia dei record occupazionali. O che ha un lavoro, ma con uno stipendio troppo basso per far fronte all’aumento dei prezzi. O una pensione troppo bassa.
È un pezzo di Paese trasversale alla geografia del Paese. Soffre chi sta nel Mezzogiorno depresso così come chi sta nel Nord dove il costo della vita è più alto, nelle aree interne o nei piccoli centri senza opportunità come nelle grandi città con gli affitti alle stelle.
Ed è un pezzo di Paese di cui la politica si è occupata molto poco, negli ultimi anni. Gli è stato tolto il reddito di cittadinanza, tanto per dirne una. Si è intervenuti poco o nulla, a dispetto delle promesse, su prezzi e salari. E di soldi nei servizi pubblici come la sanità ne sono stati messi troppo pochi per impedire che molte persone – quasi sei milioni, secondo i dati dell’Osservatorio Gimbe – rinunciassero a curarsi a causa delle liste d’attesa infinite.
Quando si chiede conto di tutto questo, la risposta è sempre la stessa: non ci sono soldi, abbiamo vincoli di bilancio, dobbiamo tenere in ordine i conti pubblici. Bene: ma allora dovete spiegarci perché, a quanto pare, i soldi ci sono per tagliare le tasse a chi povero non è. Perché è un’eresia toccare i grandi patrimoni. Perché si piange miseria solo quando si tratta di redistribuire un po’ di ricchezza verso il basso.
Ecco: magari al prossimo giro in cui vi diranno che il problema è l’immigrazione, che bisogna pensare prima agli italiani, magari fateglielo presente che sarebbe il caso di occuparsi prima dei poveri, anziché di chi povero non è. Italiano o straniero che sia.