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Com'è possibile che gli investitori di Borsa abbiano valutato un'azienda che produce razzi spaziali più di cento volte il suo fatturato? Cosa c'è nella testa di Elon Musk? E perché rischia davvero di diventare l'uomo più potente al mondo? Ne parliamo con Emilio Cozzi, giornalista esperto di space economy
Oggi rispondo alla domanda di Andrea:
Cos’ha in testa Elon Musk e perché SpaceX vale duemila miliardi di dollari?
Partiamo dall’inizio, Andrea. Questo 2026 è un anno di giganteschi paradossi. Perché nello stesso momento in cui l’economia sembrava appesa a un filo, con l’attacco degli Usa all’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, la Borsa americana si stava preparando alle tre quotazioni più gigantesche della sua storia. Parliamo di due realtà come OpenAI e Anthropic, che si occupano di intelligenza artificiale. E, per l’appunto, di SpaceX che è un’azienda aerospaziale che produce tecnologie per ridurre i costi per andare nello spazio. Con l’obiettivo – questa l’idea del suo fondatore Elon Musk – di raggiungere Marte.
Diciamo, insomma, che SpaceX è la più eccentrica delle tre sorelle e non solo perché ne è eccentrico il proprietario. Ma andiamo per ordine, che se no ci perdiamo.
Dicevamo: SpaceX fa i razzi per andare nello spazio, e questo lo sapevamo. Però si occupa pure di connessioni internet, attraverso la costellazione di satelliti di Starlink. E pure di intelligenza artificiale, dopo che nel febbraio del 2026 ha acquisito anche xAI, la società di intelligenza artificiale anch’essa fondata da Elon Musk.
Di questi tre rami d’azienda, solo Starlink è in attivo. I lanci di razzi nello spazio sono fiumi di denaro bruciati ogni mese per lo sviluppo tecnologico. Anche xAI brucia un sacco di soldi. La perdita operativa – si legge nel prospetto per la quotazione depositato alla Sec, l’autorità di vigilanza sul mercato finanziario americano – è di circa 6 miliardi nel 2025 e di quasi 3 miliardi nel primo semestre del 2026. Di fatto, l'infrastruttura informatica per addestrare i modelli di intelligenza artificiale, costa a Musk circa 1 miliardo di dollari al mese. Tutto questo, sommato, a oggi produce circa 18 miliardi di ricavi, che potrebbero diventare una trentina con l’accordo tra SpaceX e Anthropic, che ha comprato capacità di calcolo per 1 miliardo al mese dall’azienda di Musk.
Quindi, ok. 18 miliardi di ricavi, circa. Una trentina a tendere. Eppure, senza nemmeno aver fatto un roadshow, come si usa fare, tra i principali investitori istituzionali, SpaceX ha collocato il 40% delle sue azioni a 135 dollari ciascuna come prezzo iniziale. A una settimana dall’offerta iniziale d’acquisto, nome in codice IPO, le azioni valgono 200 dollari ciascuna. E la capitalizzazione di SpaceX è arrivata, per l’appunto, a 2000 miliardi di dollari. Il PIL italiano, praticamente. La sesta azienda del mondo. Lo ripetiamo: 18 miliardi di fatturato, 2000 miliardi di capitalizzazione.
Tanto per dare un metro di paragone, se non siete avvezzi a cose di borsa, sappiate che per società tecnologiche come SpaceX è considerato normale – anzi, ottimale – un rapporto di 1 a 5 tra fatturato e capitalizzazione. Mi spiego meglio: se lavori in un settore con un’alta possibilità che in futuro cresca, ti valutano cinque volte quanto fatturi. Ecco: SpaceX è oggi valutata dal mercato 111 volte rispetto a quanto fattura.
Sono tutti pazzi? No. E a spiegarci perché è Emilio Cozzi, uno dei pochi giornalisti italiani davvero esperti di economia dello spazio.
“No, non è solo entusiasmo di mercato che pure c'è beninteso, c'è un motivo. Il 12 giugno a SpaceX, ormai lo hanno scritto ovunque, ha debuttato al Nasdaq con un balzo del 19% e chiuso il titolo per ogni azione a $160, qualcosa in più, diventando peraltro la più grande IPO della storia, addirittura davanti a Saudi Aramco che nel 2019 aveva raccolto 29 miliardi di dollari, fino a lì cifra record. È vero, SpaceX perde soldi, circa 5 miliardi di dollari di perdita netta nel 2025, ma la perdita, basterebbe vedere i conti, nasce quasi tutta dal segmento intelligenza artificiale, il segmento che peraltro include anche XAI. Sono 6,35 miliardi di rosso in un solo anno perché si stanno costruendo datacenter e infrastrutture che ancora oggi non generano ricavi. Il punto però è che il resto dell'azienda è già profittevole e cresce a una velocità che non ha paragoni nel settore spaziale e io dico anche altrove. Starlink, la costellazione che sostanzialmente può fornire internet dallo spazio, da sola ha fatto 11,4 miliardi di ricavi nel 2025 con un EBITDA salito dell'86% anno su anno. Ha 10 milioni di abbonati che peraltro crescono in maniera costante. Sostanzialmente oggi chi compra azioni SpaceX non sta comprando un'azienda che lancia razzi spaziali, sta comprando l'unica infrastruttura al mondo che controlla simultaneamente l'accesso allo spazio, la più grande costellazione di telecomunicazioni in orbita bassa e ora ha anche l'ambizione di diventare il fornitore di calcolo per intelligenza artificiale del futuro. Sostanzialmente non è irrazionalità, non è solo marketing, ma si sta scommettendo su un monopolio quando ancora oggettivamente non esiste un concorrente comparabile”.
In effetti, è l’unica spiegazione che possiamo darci: chi ha comprato SpaceX non l’ha fatto guardando al fatturato di oggi, ma nemmeno a quello di domani. Ha guardato al mercato di domani. Quello della cosiddetta space economy. Che qualcuno è arrivato a stimare pari a 28.500 miliardi di dollari. Più di 10 volte del PIL italiano. Circa un quarto del PIL mondiale.
In questo mercato, potenzialmente gigantesco, gli investitori non vedono in Elon Musk solo un attore fondamentale, o anche banalmente un leader. Vedono il monopolista, o quasi. Che ha ottenuto un vantaggio competitivo enorme partendo prima sia con la costellazione di satelliti, sia coi razzi per lanciarli in orbita.
“Una costellazione e mi sto riferendo a una costellazione artificiale, è un insieme coordinato di satelliti, spesso decine centinaia o nel caso di SpaceX migliaia che lavorano insieme per garantire una copertura globale costante. Insomma, non è un satellite solo, ma una rete. Starlink oggi ne conta circa 10.000 operativi, concentrati soprattutto a circa 550 km di quota, cioè 550 km dalla superficie terrestre. Il vantaggio competitivo di SpaceX nasce da una cosa molto semplice, almeno a dirla, ma quasi impossibile da replicare, oggi impossibile da replicare per chiunque altro. Perché SpaceX è contemporaneamente sia l'operatore della costellazione, sia la proprietaria del razzo che la porta in orbita. Chiunque altro voglia mettere in orbita una costellazione concorrente, per esempio Amazon Lio, per esempio l'Europea OneWeb, deve affittare un lanciatore, spesso proprio da SpaceX, cosa che per altro è successa, oppure aspettare che un altro lanciatore sia pronto. La Cina, giusto per dare un dato concreto, a marzo del 2026 aveva in orbita solo 163 satelliti della sua costellazione Guowang, una sorta di Starlink cinese, contro un piano che richiederebbe 310 satelliti entro la fine di quest'anno, 2026 e oltre 3600 all'anno dal 2028. Questo per rispettare le scadenze internazionali sull'uso dello spettro delle frequenze. È un ritmo oggettivamente che gli esperti considerano poco realistico. Nel frattempo però SpaceX lancia, produce e immette in orbita la velocità con cui un'altra azienda produce smartphone. Giusto un dato, nel 2025 SpaceX ha effettuato 170 lanci, leader globale. La Cina, secondo in classifica, la Cina non è arrivata a 100”.
Razzi e satelliti, insomma, basterebbero a giustificare quella quotazione? Può essere. Ma il vero motivo per cui si è generato questo impazzimento collettivo per SpaceX rischia di essere addirittura un altro. E riguarda il terzo motore dell’azienda di Musk: l’intelligenza artificiale. Per lo sviluppo della quale Musk ha chiesto i soldi in borsa. Ricordate cosa avevamo detto prima? Musk ha affittato potenza di calcolo ad Anthropic per un miliardo al mese. In altre parole, vuol dire che gli ha affittato un pezzo dei suoi data center. Ecco, ora provate a mettere insieme tutto: spazio, razzi e data center. E otterrete il vero sogno segreto di Elon Musk: lanciare coi suoi razzi dei data center nello spazio. Affittare potenza di calcolo ai giganti dell’IA e usare i suoi satelliti per distribuire quella potenza di calcolo in tutto il mondo.
“Lo sbocco è costruire l'infrastruttura di calcolo del futuro e farlo fuori dalla Terra. Sostanzialmente sto riferendomi ai famosi data center in orbita o comunque a una rete satellitare capace di generare potenza computazionale, appunto, dallo spazio. Una cosa a oggi ancora fantascientifica per le difficoltà tecnologiche tutte da risolvere e questo un po' allarma chi ha investito o chi vorrebbe investire. Questo in effetti è ancora un aspetto molto rischioso. Eppure l'8 giugno Musk ha presentato AI One, il primo prototipo di satellite data center di SpaceX, 150 kW di calcolo al picco, un'apertura all'aria di 70 m, cioè più larga di un Boeing 747. L'idea alla base è semplice nella sua ambizione, ben inteso. Nello spazio il sole splende quasi sempre e questo risolverebbe i problemi di energia elettrica necessaria e soprattutto non ci sono nuvole, non serve acqua per il raffreddamento perché si può irraggiare il calore nel vuoto. Il modello di business non è vendere satelliti, è affittare potenza di calcolo, esattamente come un cloud provider terrestre. Oggi lo fa già sulla terra SpaceX, Anthropic, per esempio, sappiamo che paga circa 1,25 miliardi di dollari al mese per affittare capacità nei data center XAI. L'obiettivo dichiarato da SpaceX è arrivare a un milione di satelliti per aggiungere centinaia di gigawatt di capacità di calcolo AI ogni anno, senza i vincoli, appunto, che bloccano i data center terrestri. Niente permessi edilizi, niente reti elettriche locali, niente dispute sull'acqua. È la stessa logica di Starlink applicata non più alle comunicazioni, ma al cervello computazionale dell'intelligenza artificiale. Ribadisco, a oggi è tutto da dimostrare, ma qualora la scommessa venisse vinta, beh, anche la valutazione avrebbe molto molto senso”.
Qui si apre un altro capitolo, però. Che potere stiamo dando a Elon Musk se affidiamo a lui, in toto o quasi, i lanci spaziali, le connessioni e la potenza di calcolo dell’intelligenza artificiale? Perché è questo, di fatto, che questa IPO sta facendo. Dando soldi a Musk affidando a lui il completo controllo delle operazioni. Un piccolo recap: SpaceX ha due tipi di azioni. Quelle di classe A che danno un voto ciascuna. E quelle di classe B, che ne danno 10. Musk ha messo sul mercato il 40% circa delle azioni di SpaceX, tutte di classe A. Quelle di Classe B se le è tenute lui. Di fatto, col suo 93,5% di azioni di classe B, Musk ha l’84,4% dei voti ed elegge il 51% del consiglio d’amministrazione: nessuno può licenziarlo o destituirlo senza il suo volere. E nessuno può opporsi a una sua decisione. Ma se il suo potere in SpaceX è assoluto e la sua azienda è valutata come un potenziale monpolista della space economy che vale un quarto dell’economia globale, vuol dire che Elon Musk è il padrone del mondo?
“Beh, il rischio è reale e va preso sul serio, sebbene controllo del mondo sia uno scenario un po' massimalista, mettiamolo così. Quello che già è vero oggi e documentato peraltro nello stesso prospetto legale che SpaceX ha depositato per quotarsi, è che Musk controlla circa l'80% dei voti dell'azienda, pur avendo solo il 42% del capitale. Questo grazie ad azioni speciali di classe B che valgono 10 voti ciascuna. Sostanzialmente è un controllo personale non diffuso tra gli azionisti. Ci sono le contromisure, le contromisure esistono e non sono teoriche. Primo, la concorrenza, anche se ne affanno, basti pensare che il 28 maggio il razzo New Glenn di Blue Origin, cioè il concorrente più credibile, è esploso sul pad, complicando molto le cose. Comunque questo dice che una concorrenza sta crescendo. Secondo la regolamentazione, la Federal Communication Commission, cioè l'agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti che regolamenta le comunicazioni, deve approvare ogni richiesta di nuovi satelliti e già oggi ha Amazon ha presentato una petizione formale contro la richiesta di SpaceX di lanciare un milione di satelliti, accusandola peraltro di voler monopolizzare le risorse orbitali. Terzo, e qui arriviamo all'Europa, occorre costruire alternative pubbliche. Ma di questo forse parliamo nella prossima domanda”.
Per l’appunto, la prossima domanda riguarda noi. Ha senso che l’Europa si affidi completamente a data center gestiti da colossi come SpaceX, considerando l’esposizione politica e il legame che Musk ha, ad esempio con Donald Trump? Nel momento in cui compriamo tutte le nostre connessioni e tutta la nostra potenza di calcolo da lui, rischiamo di diventare completamente dipendenti dai suoi voleri e da quelli dei suoi partner politici? Se un giorno Musk ci chiedesse di non votare qualcuno che non gli piace altrimenti spegne tutto, noi cosa faremmo? In altre parole, siamo consapevoli dei rischi che corriamo? Stiamo prendendo contromisure, come Europa, per evitare di legarci mani e piedi a un monopolista?
“Sì, è un problema politico, e qui concludiamo la risposta precedente, e l'Europa lo ha già messo nero su bianco. Pochi giorni fa, il 3 giugno, la Commissione Europea ha presentato il Cloud and AI Development Act, un documento che parte da un dato molto molto molto preoccupante. La quota di mercato del cloud europeo controllata da aziende europee è scesa dal 29% del 2017 al 15% di oggi. Sostanzialmente si è di La dipendenza da pochi fornitori non europei è definita testualmente un rischio significativo per l'autonomia digitale e la resilienza dell'Europa. La risposta normativa introduce quattro livelli di sovranità cloud, più un fornitore vuole lavorare con la pubblica amministrazione europea, più deve dimostrare indipendenza operativa, infrastruttura sul suolo europeo e nei livelli più alti controllo e proprietà europei. L'obiettivo dichiarato, insomma, è triplicare la città dei data center europei nei prossimi 5-7 anni. Sul fronte satellitare l'Europa ha già lanciato il programma Iris Square Iris 2, una costellazione di circa 290-300 satelliti pensata esplicitamente come alternativa sovrana a Starlink, con servizi iniziali attesi, io credo, non prima del 2030. Il problema è appunto la tempistica, mentre l'Europa scrive le regole e costruisce infrastrutture su un orizzonte di anni, SpaceX lancia alla velocità con cui altri scrivono comunicati stampa e questo è per noi un problema evidente”.
Rimane, poi, l’ultima questione, non irrilevante. E se questa fosse solo una grande, immensa, bolla? Non solo è una grande scommessa stimare un valore di SpaceX più di 100 volte superiori ai ricavi, ma lo è anche stimare che il mercato dell'intelligenza artificiale cresca a un punto tale da giustificare i data center nello spazio. Del resto, al pari di SpaceX sono in perdita anche OpenAI e Anthropic, per dire, cioè le altre due società che sfonderanno con ogni probabilità il muro del triliardo di capitalizzazione. Quelle azioni e quei titoli finiranno nei fondi pensione, e aumenteranno il rischio sistemico. E su tutto questo castello dovesse per qualche motivo crollare?
Ecco, Andrea: diciamo che a questo giro la scommessa è bella grossa ed è tutta nelle mani di uomini tanto geniali quanto controversi. Che qualcuno, lassù o quaggiù, ce la mandi buona.