
Partiamo come sempre dalle domande. Oggi dalla domanda di Valeria:
“Com'è possibile che nessuno ha parlato delle persone che hanno perso la vita in mare?”
Valeria, immagino tu ti riferisca alle persone morte nel Mediterraneo centrale, nei giorni tra il 18 e 21 di gennaio. I giorni dell’uragano Harry. Sono giorni di pioggia battente, onde alte sette metri, venti fortissimi e fortissime correnti.
In quei giorni, dal porto di Sfax, partono 8 barconi. L’Italia lo sa: perché le è arrivato un messaggio Inmarsat diffuso dal Centro nazionale di coordinamento del Soccorso marittimo di Roma. Di quegli otto barconi, solo uno riesce a sbarcare a Lampedusa, con un uomo morto a bordo e due gemelline di pochi mesi annegate in mare. Degli altri sette, non se n’è più saputo nulla.
Quanta gente c’era, a bordo? Non lo sappiamo con certezza. Nel dispaccio della guardia costiera si parla di 380 persone, circa 50 a barca. Un numero che è coerente con la testimonianza di un naufrago soccorso da un mercantile, che parlava di cinquanta persone a bordo con lui, tutte annegate.
Secondo il collettivo Refugees for Tunisia, che ha incrociato le testimonianze di chi ha visto partire le barche con quelle dei parenti dei dispersi, le persone presenti su quelle imbarcazioni erano più di mille.
Alcune di loro, sono ricomparse, però, sulle coste di Calabria e Sicilia, a quasi un mese dalla tempesta. Tredici, solo tra il 6 e il 17 di febbraio. Lo racconta con dovizia di dettagli il Manifesto. A Vibo Valentia un gruppo di studenti hanno visto tra le onde una macchia nera e hanno chiamato la polizia. Si trattava di due cadaveri, un uomo e una donna. Nello stesso giorno, a Paola, in provincia di Cosenza, il mare ha restituito il corpo a metà – solo la parte inferiore – di un giovane. A Scalea, al confine con la Basilicata, il cadavere era talmente decomposto che da lontano sembra un arbusto. E poi ancora un altro cadavere ad Amantea, e otto in Sicilia, nel trapanese.
Le procure di Paola, di Vibo Valentia e di Trapani hanno aperto un’inchiesta, per capire se si tratti delle vittime dei naufragi di fine gennaio. La dinamica dei venti e delle correnti avvalorerebbe questa tesi.
Per queste persone, 380 o mille che siano, è stato coniato un appellativo: naufraghi fantasma. Persone scomparse senza lasciare traccia. Mentre nel linguaggio della guardia costiera, il destino di quei migranti è marchiato da quattro parole asettiche: Non risultano esiti noti.
E se pensate che siano solo quelli morti durante il Ciclone Harry, beh, vi sbagliate di grosso.
Il 12 e 14 gennaio altri due gruppi di 11 e 13 persone partono da Ain Tayah, in Algeria: 11 persone il 12 gennaio e 13 persone il 14 gennaio. In nessuno di questi casi risultano operazioni di ricerca e soccorso. E non risultano esiti noti.
Il 18 gennaio, parte dalla Libia un barcone di legno con circa 45 persone fuggite dalla Libia. Malta e Italia rifiutano di assumere il coordinamento del soccorso. Non risultano esiti noti.
Sempre il 18 gennaio partono 26 persone da Boumerdes, in Algeria. Non risultano esiti noti.
E anche tra il 22 e il 23 gennaio – dopo il Ciclone Harry – si segnalano tre imbarcazioni partite dalla Tunisia, per un totale di circa 150 persone in mare. Anche in questo caso, non risultano esiti noti.
Il totale? Secondo l’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni, dall’inizio del 2026 sono morte nel Mediterraneo 547 persone. Giusto per dare un termine di paragone – ma il dato è fortemente sottostimato – in tutto il 2025, secondo le stime delle agenzie internazionali, le persone disperse o decedute sono pari a 1184. In meno di due mesi, abbiamo già la metà dei morti di tutto il 2025. E tra loro ancora non abbiamo conteggiato molte di quelle partite durante l’uragano Harry.
Ma come mai così tanti morti? È solo colpa del maltempo e degli uragani?
No, ovviamente, no. È anche colpa delle tante, tantissime partenze.
Che non dipendono, come troppo spesso si dice, dal buonismo dei governi europei. O da quel che i migranti vedono in televisione, o sui loro smartphone. Ma che dipendono purtroppo, dalle condizioni disperate in cui sono.
Secondo le testimonianze raccolte da Collettiva, il giornale della CGIL, proprio a partire dall’inizio di quest’anno, i militari tunisini hanno cominciato a devastare gli accampamenti dei migranti attorno a Sfax e a rastrellarne gli abitanti. Questo, ovviamente, ha spinto molte persone a partire, anche solo per paura di essere arrestate, o uccise. Dice l’articolo di Carlo Ruggiero, che “un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed ’Mauritania’, abbia fatto partire “cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone”.
Ne sono partite tante, di persone, ma ne sono arrivate poche, pochissime.
Per la gioia del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che durante una recente iniziativa della Lega, ha dichiarato che gli sbarchi dei primi due mesi del 2026 sono la metà di quelli del 2025, definendo questo risultato un “grande successo” nella gestione dei flussi. E lo stesso ha fatto Giorgia Meloni: “I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni ci incoraggiano a fare ancora meglio”.
Ecco: ora sapete che questo grande successo sono migliaia di persone morte nell’indifferenza, nascoste dietro a un “non risultano esiti noti”
E già che ci siete, sapete – o perlomeno potete immaginare – cosa voglia dire che “faranno ancora meglio”.
Mentre noi, tutti noi, guardiamo dall’altra parte.