di Giuditta Pini, deputata del Partito Democratico

La mattina del 9 novembre 2016 ci svegliammo con la notizia che Donald J Trump sarebbe diventato il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti dopo Barack Obama. Il celebre miliardario americano, che ha improntato la sua campagna elettorale, prima, e la sua presidenza, poi, sull’intolleranza e le paure per ogni tipo di minoranza e diversità sarebbe diventato l'inquilino della Casa Bianca. Mercoledì mattina ci siamo svegliati sapendo che nonostante l’onda nera del populismo sembri sommergere tutto, dal Brasile all’Austria, dagli Stati Uniti all’Italia, e mentre i partiti socialisti sono sempre più in affanno un po’ ovunque, una risposta alternativa esiste.

I democratici americani, dopo la clamorosa sconfitta di Hillary Clinton, sono riusciti a far emergere una nuova classe dirigente: i loro meccanismi di selezione interni hanno dato la possibilità a persone fino a quel momento emarginate ed escluse dalla classe dirigente, di imporsi e diventare le candidate e i candidati di tutto il partito.

Il caso più famoso è sicuramente quello di Alexandria Ocasio-Cortez, eletta con il 75 per cento dei voti a New York, dopo aver vinto le primarie interne con una campagna elettorale partita e sostenuta dal basso, contro un candidato che aveva ricevuto donazioni milionarie da grandi gruppi di potere.

Ma ci sono tanti altri casi: Ilhan Omar e Rashida Tlaib le prime donne mussulmane a sedere nel congresso, Sharice Davids, prima donna nativa americana e omosessuale dichiarata, è stata eletta in Kansas, Ayanna Pressley, prima donna afroamericana ad essere eletta come deputata del Massachusetts. Anche laddove non hanno vinto, come in Georgia con Stacey Abrams, donna afroamericana, o Christine Hallquist, prima donna transgender ad aver corso per il ruolo di governatrice di uno stato, o Beto O’Rourke, che ha lottato per conquistare una roccaforte repubblicana come il Texas, i democratici americani sono riusciti a cambiare paradigma e a proporre alternative credibili alla politica di Donald Trump.

Non è scritto da nessuna parte che davanti alla paura si debba rincorrere e che non si possa mai cambiare.

Non è scritto da nessuna parte che davanti all’ottusità maschilista e omofoba si debba per forza decidere di “non spaventare i moderati”.

È anzi giusto battersi perché si rendano manifeste e indifendibili quelle posizioni.

Per capirci, è completamente antistorico e anti democratico non urlare ad alta voce che le politiche di chiusura dei porti, degli Sprar e delle frontiere sono politiche razziste e fasciste. Non ha senso ribattere a chi propone il reddito di cittadinanza che noi abbiamo aumentato il numero degli occupati, quando molto spesso quegli occupati non ricevono un salario degno neanche per arrivare alla fine del mese.

Non ha senso vantarsi di aver fatto crollare gli sbarchi se lo si è fatto chiudendo le persone dentro centri di detenzione in condizioni inumane.

Insomma, mercoledì, ci siamo svegliati con la consapevolezza che la verità e il coraggio di difenderla può ancora vincere, e che per farlo c’è bisogno di uno scatto di orgoglio e di coraggio da parte di una generazione e di una parte del paese, le donne, che in questi mesi sembra essere stata silenziata.

Non dobbiamo avere paura delle nostre idee né delle nostre identità, dobbiamo avere paura di chi non ha il coraggio di mostrarle.