16 Luglio 2022
08:46

Intervista al Premio Strega Mario Desiati: “Non vogliamo essere definiti, così nasce Spatriati”

Fanpage.it ha incontrato lo scrittore Mario Desiati per parlare di “Spatriati”, il libro che ha vinto l’ultimo Premio Strega.
A cura di Francesco Raiola
Mario Desiati (foto via Premio Strega)
Mario Desiati (foto via Premio Strega)

È passata una settimana dalla vittoria di Mario Desiati al Premio Strega. Il suo Spatriati (Einaudi) ha confermato i pronostici della vigilia e ha portato in cima al Premio letterario più importante d'Italia un romanzo che in molti ormai rinchiudono nei confini del queer, soprattutto dopo che lo scrittore di Martina Franca ha scelto di raccontare il suo libro con il suo abbigliamento oltre che con le parole. Quella queer è una lettura giustissima che, però, si inserisce all'interno di un racconto che al suo interno affronta in maniera più ampia altri topos della letteratura. Desiati racconta la sua generazione, i conflitti con la famiglia, la voglia di libertà, le costrizioni sociali che ci obbligano a rispettare un canone, soprattutto se vivi in un paese di provincia, e il bisogno di emanciparsene. Un'emancipazione che avverrà rispettando dei riti e soprattutto espatriando, andando via dall'Italia, in uno dei vari significati del titolo del libro.

Claudia e Francesco sono di Martina Franca, vivono in famiglie che all'apparenza rispettano i canoni sociali, ma in realtà si intersecano tra loro rendendo i due ragazzi qualcosa in più che amici. Il loro è un rapporto in continua evoluzione: Claudia è uno spirito libero, Francesco è più legato alle convenzioni da cui pian piano però si libererà, anche grazie all'amica che nel frattempo si è spostata a Berlino. E proprio Berlino, città in cui lo stesso Desiati fuggì, trasferendosi qualche anno fa, è il luogo in cui cambierà definitivamente qualcosa, in cui Francesco troverà se stesso e sarà libero di essere se stesso, mentre Claudia vivrà al massimo la propria libertà. Desiati ci risponde dalla sua casa pugliese, con un poster di Kafka alle spalle e l'aspetto di chi si ritrova in un frullatore: "Non ce l'ho la scorza – ci dice -, per questo ho spesso il telefono spento".

È vero che non volevi partecipare allo Strega?

Certo, proprio perché questa cosa la temevo già prima, la centrifuga comincia un mesetto prima della finale. Anche gli altri anni ho potuto vedere come vieni travolto dalle cose.

C'entra questa centrifuga editoriale anche per il fatto che a un certo punto, qualche anno fa, hai mollato tutto e te ne sei andato?

Sì, mi sono autoresettato, sono sparito, non reggo la pressione, alla fine spatrio sempre.

A proposito di spatriare, cosa puoi dirmi, invece, del concetto di appartenenza che affronti nel libro? Dal classico “a chi appartieni” fino all’appartenenza ad alcuni modelli sociali.

Dell'"a chi appartieni" mi colpiva la sfumatura che c'è nel mio dialetto in cui si dice anche "Come ti metti?" che è un modo con cui vengono già assodate le tue origini, però quello che interessa è il tuo modo di stare nel mondo, un modo per chiedere famiglia, origini etc. E quel "come ti metti?" è ciò a cui non vogliono rispondere Claudia e Francesco e a cui non voglio rispondere neanche io. Ed è il motivo per cui a un certo punto ho chiuso, sono spatriato e ho fatto delle scelte di vita personale che hanno influenzato un po' questa storia. Credo che sia un sentimento di alcune persone quello di non riuscire a definirsi, ma non perché ne fanno una bandiera politica, semplicemente perché a volte non ne hanno la necessità, la voglia, non sentono quell'urgenza di farlo, mentre ci sono altri che invece lo rivendicano: non vogliono definirsi politicamente, sessualmente, religiosamente.

Da qui nasce il libro?

Sì, Spatriati nasce da questo sentimento che avevo anche io, che ho ancora, adesso: cercavo una parola che non fosse di uso comune e creasse un'etichetta – anche se il rischio è che diventi a sua volta un'etichetta – e quella mi sembrava perfetta, mi tornava sempre, così per raccontarli ho usato quella. Claudia e Francesco, poi, sono anche expat che è un altro tema del libro, una delle strade di racconto di Spatriati. Quello è un tema che all'estero colpisce ma è fuori dai cliché dell'italiano. Perché gli italiani vanno via da un Paese come il nostro, spesso idealizzato? Io da scrittore non ho risposte, ma provo a raccontarlo.

Come hai costruito e sono cresciuti i due protagonisti? Avevi degli schemi o si sono evoluti man mano?

Iniziai a scrivere il libro nell'ottobre del 2015, vivevo a Berlino, ero tornato per imparare il tedesco, ho fatto lavori che mi servivano proprio per imparare ila lingua, insegnavo italiano ma contemporaneamente lavoravo nei locali notturni anche se mantenevo i miei rapporti con gli scrittori, lavorando ancora come editor per alcuni autori italiani. All'epoca sapevo che avrei impegnato i miei anni berlinesi a scrivere un libro che si chiamava Spatriati, non sapevo ancora chi sarebbero stati i personaggi, sapevo solo che la protagonista sarebbe stata una donna della mia generazione, un po' androgina, mi sono ispirato alla poetessa e cabarettista tedesca Lisa Eckhart. Allo stesso tempo avevo anche la figura di Francesco in testa, doveva essere scuro, come l'uva nera, era un modo per creare due normotipi già dal fisico: credo che nella scrittura sia importante far vedere cose dei personaggi anche dall'aspetto esteriore non solo da quello interiore. L'aspetto interiore è quello di due persone molto diverse ma allo stesso tempo con un'inquietudine di base, mentre iniziavo a scrivere, però, veniva solo Claudia. Il problema del libro per me è stato Francesco perché in quel momento il romanzo era Claudia, era lei a spatriata e lo scrivevo in terza persona.

Poi cosa è successo?

Il romanzo stava venendo molto sul rapporto tra Claudia e sua madre, poi ho cominciato a cambiare anche io mentre scrivevo. In pochi anni anche Berlino è molto cambiata, ci sono tornato l'autunno scorso mentre scrivevo il nuovo libro, stavo facendo delle ricerche perché c'è una parte storica, lavoravo su delle cose e incontravo persone, dei luoghi e a un certo punto ho ritrovato una città come quella che descrivo nella seconda parte del romanzo: multietnica, che ti fa pensare di essere nel centro di quell'Europa che hai sempre sognato da ragazzo, ma con un problema di fondo. Alla fine, infatti, ti rendi conto che le frontiere esistono sempre, per esempio prendi Andria (uno dei personaggi che, a un certo punto, deve andare via da Berlino perché non appartenente alla Comunità europea, ndr), è ispirato a persone che ho conosciuto ed è una persona che a un certo punto deve andare via, magari è la persona della tua vita, una persona con cui hai un rapporto come quello con Francesco eppure… Per amore si possono fare tante cose, ma comunque loro restano spatriati, perché devono cercare un escamotage clandestino per poter essere l'uno per l'altro quello che vorrebbero essere.

È un romanzo di frontiere, non solo geografiche, ma anche emotive, penso proprio a Francesco che attraversa tutti i confini, e poi torna a casa…

Anche se torna per sabotare, il concetto del cerchio che si chiude si rompe, perché non si chiude. È tornato a casa solo per essere quello che voleva essere, ma stando lì.

Nel libro definisci e racconti anche una continua tensione generazionale.

Eppure alla fine, anche quando a Claudia succede una cosa orrenda non c'è mai odio, non ci sono vendetta e rabbia per i genitori, perché capisce che è una perdita di energia e tempo. Leggendo Spatriati si potrebbe pensare un libro contro la famiglia, invece no, è un libro d'amore per le persone che ti amano. Quando ero giovane scrivevo contro, c'è un bravissimo scrittore che amo, Maurizio Braucci, che dice che gli scrittori del Sud scrivono con le nocche delle mani e non con i polpastrelli per colpa della rabbia, è un'immagine che mi piace. A volte, però, scrivere con la rabbia ti fa scrivere contro qualcosa o qualcuno, invece col tempo a me piace scrivere con e non contro.

Pensa che mi ero segnato la frase in cui Francesco dice: "Covavo rabbia ardente sotto al venere dell’apparenza mite”.

È nella prima parte, ma poi quella rabbia la incanala. A un certo punto Claudia perdona i genitori, si chiede che senso abbia avercela con loro, hanno modi di pensare diversi e quella cosa l'ha spinta a cambiare la sua vita.

Descrivi soprattutto rapporti che finiscono male.

Spatriano tutti (ride, ndr). Penso semplicemente che l'amore è come la vita, a un certo punto finisce. Molte di queste relazioni si interrompono perché finisce l'amore, altre perché c'è un evento particolare e altre perché le persone non hanno riconosciuto l'amore e basta.

Tra le scene più importanti c'è quella in cui Francesco si mette il rossetto…

Quella scena è simbolica, giocare a truccarsi rappresenta un aspetto rituale, noi facciamo tanti riti e spesso sottovalutiamo questo aspetto, eppure in realtà il rito è una preparazione simbolica a ciò che vivrai, a un passaggio da uno stato all'altro, e il rito prepara quel passaggio. Come i protagonisti del romanzo, anche io ho giocato durante la serata dello Strega, raccontando il libro col corpo. Quella della finale è una serata strana, hai poco tempo per parlare, quindi ho voluto giocare con lo stile che mi appartiene.

Spatriati è anche un'immersione nel mondo patriarcale, un racconto di rapporti di potere. Quando hai cominciato a prendere coscienza di questo patriarcato in cui viviamo?

Io sono uno che la società patriarcale ce l'ha dentro, sono cresciuto in quel brodo, cerco di far cadere tutto ma qualcosa resta, spesso nel linguaggio, nei rapporti con le persone. A volte, però, viene visto come una questione di potere, nel senso che c'è chi la vede come un togliere potere ai maschi, e credo che alla fine convenga a tutti. È una questione pratica, vivrebbero meglio tutti a cominciare dai maschi.

Tu vivi meglio?

Sì, vivo meglio da quando ne ho preso atto. Poi il mio è un processo, ci sono ancora dentro, ne prendo atto, studio, e vivere in una città in cui certi principi sono molto chiari e assodati, come Berlino, dà una spinta. È una cosa con cui ancora lotto, non voglio fare l'emancipato, perché è un cammino, ma vivo meglio da quando queste cose sono venute fuori.

Qual è stato l'impatto del libro sulla tua realtà?

È passato poco tempo, per adesso cerco di evitare di correre il rischio che colpisce tutte le persone che hanno un momento di visibilità che non hanno mai avuto. Nella mia vita non è che abbia mai fatto grandi numeri, sono uno scrittore che ha fatto quei numeri minimi per sopravvivere, lavorando dietro le quinte dell'editoria come tanti altri del nostro mondo. Avrò queste settimane in cui mi cercheranno per chiedere il parere del Premio Strega su un fatto o l'altro, ma uno scrittore non sa nulla altrimenti farebbe altro, uno scrittore scrive, come dice Rodrigo Fresán. Ci sono scrittori che possono parlare di vari argomenti, penso a Roberto Saviano e altri, come me, che credo non siano utili al dibattito.

Hai paura che ti chiederanno continuamente pareri su tematiche queer?

Sì, ma tanto c'ho il telefono staccato. Quello che ho da dire lo dico con al storia che ho scritto e sono più utile al dibattito così che con lo slogan.

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