Amedeo Modigliani, "Nudo disteso" (1919), collezione privata, Parigi.
in foto: Amedeo Modigliani, "Nudo disteso" (1919), collezione privata, Parigi.

Una vita trascorsa ai margini della dissolutezza e una morte ancor più sconcertante, avvenuta fra scatole vuote di sardine e bottiglie consumate dalla sete di alcol: la figura di Amedeo Modigliani è da sempre accompagnata da un’aurea quasi leggendaria che lo ha reso una delle figure più eccentriche del panorama artistico europeo del Novecento. A distanza di un secolo esatto dalla morte è ancora difficile abbandonarsi a giudizi onnicomprensivi sulla vita o sull'arte, ed è per questo che il racconto più significativo può essere solo quello di chi lo conobbe davvero o di chi, grazie alla finzione letteraria, ha cercato di immaginarlo al di là delle etichette. Ecco chi era Amedeo Modigliani, secondo l’amico Jacques Lipchitz e secondo Angelo Longoni, che ha da poco pubblicato per Giunti una biografia romanzata dell’artista, morto a Parigi il 24 gennaio 1920.

Amedeo Modigliani: il ricordo di Jacques Lipchitz

Amedeo Modigliani, "Jacques Lipchitz e sua moglie Bertha" (particolare), 1916, Art Institute, Chicago.
in foto: Amedeo Modigliani, "Jacques Lipchitz e sua moglie Bertha" (particolare), 1916, Art Institute, Chicago.

Per qualche strana ragione, quando penso a Modigliani, lo associo sempre alla poesia. Forse perché (…) quando Max Jacob ci presentò, nel 1913, Modigliani cominciò improvvisamente a recitare a memoria la Divina Commedia con quanto fiato aveva in gola? Ricordo che, pur senza capire una parola di italiano, fui affascinato dal suo impeto melodioso e dalla sua bellezza: appariva aristocratico anche nei logori abiti di velluto a costa. Ma ancora molto tempo dopo che l'ebbi conosciuto, Modigliani ci sorprendeva spesso, talora nei momenti più impensati, con il suo amore per la poesia.

Il ricordo affezionato dello scultore lituano Jacques Lipchitz, suo intimo amico ai tempi di Montparnasse, restituisce solo in parte la profondità di un animo sensibile e perennemente scosso dal tormento quale fu quello di Amedeo Modigliani. Capiterà spesso, a Lipchitz, di perdersi ad osservare quell'uomo sofferente nel corpo e nell'animo sedersi in poltrona, a volte ubriaco, e declamare i versi di poeti sconosciuti. La poesia, forse, fu il corrispettivo linguistico di quella incomunicabilità violenta che Modì tentò di racchiudere nei suoi quadri: maschere distanti e sorrisi distorti, linee pure ed arcaiche, nervose nei primi ritratti e via via sempre più lucide ed immediate, che lo hanno reso una voce unica all'interno di quel circolo di artisti che, appena giunto a Parigi, nel 1906, iniziò con entusiasmo a frequentare.

Un legame, quello con l’arte di inizio secolo, evidente anche dai numerosi ritratti di artisti che Modigliani realizzò nel corso della sua breve e folgorante carriera: ci sono tutti, da Pablo Picasso a Diego Rivera, da Paul Guillaume allo stesso Jacques Lipchitz, fino a Jean Cocteau e a Max Jacob. E tutti, anche le persone comuni che vennero immortalate dai suoi dipinti, raccontarono con stupore la straordinaria esperienza di posare per Modì: “era come farsi spogliare l’anima”.

Amedeo Modigliani, "Nudo sdraiato" (1917-19178), collezione privata, Cina.
in foto: Amedeo Modigliani, "Nudo sdraiato" (1917–19178), collezione privata, Cina.

Una capacità, questa, che Modigliani non aveva appreso all'Istituto per le Belle Arti di Venezia, ma che matura rapidamente grazie proprio al contatto con un ambiente vivace e pieno di stimoli quale poteva essere quello parigino di inizio secolo, e che trovò terreno fertile in una sensibilità innata, irripetibile, talmente spiccata da diventare anche uno dei suoi punti più deboli soprattutto nella vita. Dirà Lipchitz:

Anch'egli seppe cosa sia soffrire. Fu malato di tubercolosi e ne morì; soffrì la fame e la povertà. Ma fu in pari tempo una natura ricca, veramente degna di essere amata, dotata di talento, sensibilità, intelligenza e coraggio. Ed era generoso, perfino prodigo, dei suoi doni che disperse sconsideratamente al vento di tutti gli inferni e paradisi artificiali.

Amedeo Modigliani, "Donna dagli occhi azzurri" (1918), Musée d'Art Moderne de la Ville, Parigi.
in foto: Amedeo Modigliani, "Donna dagli occhi azzurri" (1918), Musée d’Art Moderne de la Ville, Parigi.

Impossibile dunque scindere il racconto dell’uomo da quello dell’artista, perché entrambi furono necessari l’uno all'altro e nessuno dei due sarebbe sopravvissuto senza la propria controparte dannata. Un’arte che era prima di tutto “sentimento personale”, e che in forza di questa intimità violenta col proprio Io non si nasconderà mai nemmeno di fronte allo scandalo, che fu grande quando vennero esposti i primi nudi, o all'isolamento, naturale conseguenza di un’arte impossibile da codificare.

La sua era un'arte di sentimento personale. Lavorava con ardore, schizzando un disegno dopo l'altro senza fermarsi a correggere o a riflettere. Sembrava che lavorasse mosso esclusivamente dall'istinto, che aveva tuttavia assai fine e sensibile, dovendo forse molto all'eredità italiana e al suo amore per la pittura dei primi maestri del Rinascimento. Non cessò mai di essere attratto dalla gente e la ritraeva, per così dire, con abbandono, incalzato dall'intensità del sentimento e della visione.

Modì 100 anni dopo: la biografia di Angelo Longoni

Angelo Longoni, "Modigliani il principe", Giunti Editore.
in foto: Angelo Longoni, "Modigliani il principe", Giunti Editore.

Unire biografia e romanzo: è forse questo l’unico modo per comprendere, in parte, il mistero dietro Amedeo Modigliani. O almeno, è questo il tentativo fatto da Angelo Longoni, regista e drammaturgo, nel suo libro “Modigliani il principe”, uscito per Giunti Editore lo scorso ottobre. In occasione del centenario della morte dell’artista, lo scrittore milanese ha scelto di ripercorrere gli anni livornesi, la parentesi fiorentina, il legame con la famiglia, e la fulgida esperienza francese, da un punto di vista molto particolare.

Quello, cioè, dell’uomo prima e dopo l’arte: fragilità e vitalità emergono in questo ritratto romanzato, ma fedele alla biografia di Modigliani, in modo unico e memorabile. Un racconto che a ben vedere sembra molto simile a quello fatto da amici come il lituano Lipchitz, sensibile e attento all'invisibile, ai silenzi, e a quello che di Modigliani non si disse mai. Pagine ricche di ambientazioni vivaci, fedeli alla realtà, ma capaci di far entrare nella biografia dell’artista in punta di piedi, senza deformarla con giudizi morali o estetici.

Mi accorgo che sto decidendo cosa m’interesserà dipingere in futuro: i momenti di abbandono irripetibili. Nessuna natura morta, oggetti, barche e animali. L’uomo e la donna nei loro attimi di pace. Solo in quegli istanti si può avere la coscienza di cosa siamo. La pace ci fa essere lucidi e ci apre a un’inaspettata intelligenza, ci permette di capire qualcosa di noi, facendocela accettare senza rabbia e angoscia. (da “Modigliani il principe”, di Angelo Longoni, 2019, Giunti Editore)