Statua marmorea che raffigura la Grande Sacerdotessa di Vesta, proveniente dal Tempio di Vesta nel Foro romano; oggi è conservata al Museo Nazionale.
in foto: Statua marmorea che raffigura la Grande Sacerdotessa di Vesta, proveniente dal Tempio di Vesta nel Foro romano; oggi è conservata al Museo Nazionale.

C’è un luogo di Roma, nel Foro, simbolo di una storia antichissima in cui protagoniste assolute, e sacre, sono le donne. Si tratta del tempio di Vesta, in cui ardeva il fuoco sacro della città: custodi della divina fiamma erano le Vestali, potenti sacerdotesse che dedicavano la loro vita al servizio della dea e al delicato compito di mantenere sempre vivo il focolare. A loro, e alla dea Vesta, il calendario romano dedicava questo periodo dell’anno: dal 7 al 15 giugno si celebravano infatti i Vestalia.

I Vestalia: l’antico rituale del “mola salsa” e l’“immolazione”

L'antico tempio di Vesta a Tivoli, in un'illustrazione di Matthew Dubourg.
in foto: L’antico tempio di Vesta a Tivoli, in un’illustrazione di Matthew Dubourg.

Quella di Vesta è una delle figure più antiche del pantheon romano, espressione di una religiosità che in epoca arcaica faceva ancora affidamento alla natura e che in epoca imperiale trasformò il suo carattere ancestrale e primigenio in un fortissimo collante sociale e politico. Vesta, corrispettivo romano della greca Estia, è figlia di Saturno e di Opi: figlia dunque dell’aurea aetas che riconosceva nella terra, e nella sua abbondanza, l’inizio e la fine di ogni cosa.

Fine ed inizio che venivano suggellati dal fuoco: privatamente, ogni casa possedeva un “penus” dove insieme alle statuette dei Penati ardeva perennemente una fiamma, simbolo della sacralità delle mura domestiche. Ma anche pubblicamente il fuoco era molto importante: quasi un corrispettivo della dimensione intima casalinga, la fiamma che ardeva nel tempio stava a simboleggiare la forza dello Stato che univa e aggregava la città intorno alla divinità.

Il tempio di Vesta situato nel Foro romano.
in foto: Il tempio di Vesta situato nel Foro romano.

I Vestalia celebravano tutto questo, attraverso rituali e credenze molto particolari: una di queste vedeva la preparazione di una focaccia di farro, chiamata “mola salsa”. La sua preparazione era riservata rigorosamente alle sacerdotesse di Vesta, e una volta pronta veniva usata per cospargere gli animali da offrire in sacrificio: da essa deriva il verbo italiano “immolare” che, letteralmente voleva dire “cospargere di mola salsa”.

Vesta e le Vestali: il ruolo sacro delle donne

"Vestali" di Agostino Comerio (1817), Palazzo Maffei Pindemonte Rezzonico, Verona.
in foto: "Vestali" di Agostino Comerio (1817), Palazzo Maffei Pindemonte Rezzonico, Verona.

Custodi della sacralità dei rituali legati a Vesta erano le donne: durante i giorni dei Vestalia, così come durante tutto l’anno, agli uomini non era concesso di varcare le soglie del tempio, cosa che invece era permessa alle matrone purché restassero al di fuori del sancta sanctorum, a piedi nudi. Fino al 391 dopo Cristo, anno in cui Teodosio vietò definitivamente tutti i culti pagani, le donne furono le protagoniste indiscusse di questa festività che, fin dalle origini, legava i suoi rituali alla forza primigenia della maternità e della femminilità.

Vesta è infatti una divinità estremamente affascinante proprio perché emblema di un mondo matriarcale che gradualmente scomparirà con il consolidarsi del potere di Roma, ma che resterà sempre sotterraneo e fondamentale in ogni celebrazione religiosa: le Vestali, le famose sacerdotesse legate al suo culto, furono per tutta l’età pagana considerate fra le più importanti custodi di questo potere. Le uniche donne, a dire il vero, a cui nell’antica Roma venisse riconosciuto un ruolo “sacro”.

Un ruolo, però, che le sacerdotesse di Vesta pagavano a caro prezzo: i rito della “captio”, con cui le donne venivano consacrate al culto del focolare, conservava in sé i caratteri violenti dell’arcaica pratica di strappare le fanciulle dalla famiglia in tenera età. Così come le terribili punizioni riservate a coloro che violavano il voto di verginità o che, peggio, facevano spegnere il fuoco del tempio: in quanto sacra alla dea, la vestale impura non poteva essere punita da mani umane, dunque veniva praticamente sepolta viva, lasciando che la fame e la sete facessero il resto.

Aquilia e Cossinnia: la vestale incestuosa e quella fedele

"Il sacrificio a Vesta", Francisco de Goya Lucientes (1771).
in foto: "Il sacrificio a Vesta", Francisco de Goya Lucientes (1771).

Grazie a Livio, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, e grazie al ruolo politico di estremo rilievo che le Vestali ricoprivano in epoca repubblicana ed imperiale, conosciamo moltissimi nomi di queste vergini devote al fuoco: alcune proprio a causa delle loro colpe, come Oppia, Minucia e Claudia, altre per essere divenute addirittura imperatrici (contravvenendo per volere dell’imperatore al voto di castitià), come Aquilia Severa.

Ma la più famosa è senza dubbio Cossinnia. Sua è l’unica sepoltura conosciuta che sia con sicurezza attribuibile ad una vestale, come spiega l’iscrizione rinvenuta alla base del monumento funerario: “qui giace e riposa la Vergine, trasportata per mano del popolo, poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta”. L’obbligo di “servizio” per una sacerdotessa di Vesta era di trent'anni, trascorsi i quali essa era libera di sposarsi e tornare alla vita normale. Ma Cossinnia scelse il sacerdozio a vita, restando fino al giorno della sua morte, devota alla dea del fuoco.