Il filosofo deve essere la cattiva coscienza della sua epoca, diceva Friedrich Nietzsche. Socrate consigliava ai giovani ateniesi di sposarsi: se avessero trovato una buona moglie, sarebbero stati felici, altrimenti, sarebbero divenuti filosofi. "La filosofia non serve a nulla", diceva Aristotele, "ma proprio perché priva del legame di servitù essa è il sapere più nobile". Tante parole per definire il pensiero. Ma cosa fa esattamente un filosofo al giorno d'oggi? Nonostante si releghi questo sapere ai banchi di scuola e in spazi sempre più stretti, non immediatamente raggiungibili da tutti, questo esercizio vive ancora nella nostra società attraverso i linguaggi più diversi. Personalità importanti utilizzano ancora oggi quei discorsi tanto complessi che hanno fatto odiare Hegel e Kant a generazioni di studenti, spiegando così la loro personale visione del mondo. Essere filosofo oggi vuol dire parlare di politica, di cinematografia, di Internet e risultare a volte scomodi: attraverso cinque personalità, ecco un esempio di cosa vuol dire "essere filosofi" nel XXI secolo.

Slavoj Žižek, il comunista che infastidisce gli idioti

È lui la vera e autentica "cattiva coscienza della nostra epoca". Libri come "In difesa delle cause perse" o "107 storielle di Žižek" sono famosi per il linguaggio estremamente versatile, a volte irriverente, ricco di aneddoti e storie divertenti: ma sotto gli esempi tratti dalla vita quotidiana, quello di Žižek è un pensiero complesso e crudo, soprattutto sui temi caldi della politica internazionale. Ha parlato d'Israele, di Islam, ha raccontato a suo modo le rivolte nelle banlieues parigine e ogni sorta di contraddizione politica esistente al giorno d'oggi. Scrivere un libro di 960 pagine e intitolarlo "Meno che niente", questo è solo un esempio tipico di questa bizzarra "pop-star" della filosofia.

Questa "mancanza o imperfezione del (grande) Altro" è rappresentata con estrema semplicità in una storiella di due amici che giocano a colpire una lattina con una palla. Dopo ripetuti centri, uno di loro dice: "Per Dio, l’ho mancata!". Il suo amico, un fanatico religioso, protesta: "Come osi parlare così, questa è blasfemia! Che Dio ti fulmini per punizione!". Dopo un momento, un fulmine colpisce il ragazzo religioso che, gravemente ferito, volge gli occhi al cielo e domanda: "Ma perché hai colpito me, Signore, e non il vero colpevole?". Una voce profonda risuona dall’alto: "Per Dio, l’ho mancato!".

Coniuga pensatori spigolosi come Kant con esempi tratti dalla quotidianità, riesce a parlare di politica attraverso l'analisi di un film di Hitchcock. Ricercatore all'Istituto di Sociologia di Lubiana, direttore del "Birbeck Institute for the Humanities" all'università di Londra, fu una personalità di spicco dell'opposizione al regime comunista sloveno negli anni Ottanta, ma resta comunque fedelmente comunista egli stesso, "perché tutti possono essere socialisti, persino Bill Gates", dice. Al grande pubblico è noto per le sue riflessioni sorprendenti che coniugano cinema e psicanalisi: in due documentari, "The pervert's guide to ideology" e "The pervert's guide to cinema", ha parlato, attraverso la spiegazione di film cult come "Taxi Driver" o "Full Metal Jacket", dei meccanismi che danno forma a ciò che crediamo e il modo in cui si comportano nella società. Al perché tenga un poster di Stalin appeso in casa risponde: "per infastidire gli idioti".

Noam Chomsky, il linguista anarchico

Forse l'esempio vivente che la "filosofia" non è altro che la fedeltà costante ad un unico ideale, quello della conoscenza. Linguista, scienziato: essere anche filosofo per Chomsky ha significato, per tutta la vita, porsi come voce fuori dal coro, tanto nelle dispute accademiche quanto nel complicato mondo della politica e della socialità. Un pensiero complesso, che ha arricchito in modo indicibile il campo della linguistica teorica, ma che cerca ancora di parlare con estrema facilità a tutti, e che ha cercato, prendendo a volte strade estreme, di scoperchiare alcuni vasi di Pandora pericolosi: essere stato filosofo negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta ha significato per Chomsky porsi in un atteggiamento di totale rifiuto nei confronti della guerra del Vietnam.

Parlare in modo complicato, utilizzare parole difficili sta a segnalare che si fa parte dei privilegiati: si viene invitati ai convegni, coperti di onori. Ma bisogna chiedersi se tutti quei discorsi hanno un contenuto, se non si riesce a dire la stessa cosa con parole semplici. E questo, è quasi sempre possibile.

Teorico della "grammatica generativa", Chomsky si definisce "intellettuale anarchico". La costante e acuta critica nei confronti della politica estera di diversi Paesi e, in particolar modo, degli Stati Uniti, così come l'analisi del ruolo dei mass media nelle democrazie occidentali, lo hanno reso uno degli intellettuali più celebri e seguiti della sinistra radicale americana e mondiale. Critico, ha definito l'informazione come una "fabbrica del consenso": un sistema di vera e propria propaganda, estremamente efficace per il controllo e la manipolazione dell'opinione pubblica. Ottantasei anni di opere, articoli sui più svariati giornali, e ancora oggi, una delle voci più ascoltate in ambiente accademico e non.

Umberto Eco, il professore

È forse una delle personalità più famose della contemporaneità, anche solo per gli straordinari romanzi che sono diventati, di diritto, dei veri e propri classici della letteratura mondiale. Un romanzo come "Il nome della rosa" è stato tradotto in 47 lingue e venduto in trenta milioni di copie. Quello che non tutti sanno è che Eco entra a far parte di questa lista ancor prima di diventare uno scrittore di fama mondiale. Da San Tommaso d'Aquino a Joyce, dalle riflessioni sul linguaggio a quelle sull'arte: una bibliografia sterminata che lo fa entrare a buon diritto nella definizione di filosofo come "amante del sapere" in ogni sua forma. In tempi recenti è tornato a far discutere: in occasione della laurea honoris causa in "Comunicazione e Cultura dei media" a Torino, dove nel 1954 si era laureato in Filosofia, il suo discorso è suonato estremamente critico nei confronti del popolo del web.

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.

Jürgen Habermas, il filosofo che divide l'Occidente

Storico e sociologo, gigante contemporaneo della riflessione politica e della critica alle forme di conoscenza "oggettiva" imposte dalla società. Ha scritto di etica, di diritto, di sociologia e di comunicazione, divenendo famoso in Italia e in ambito accademico con gli studi contenuti in "Etica del discorso", del 1985. Ha fondato una teoria che è anche pratica, studiando per molto tempo la forma di sapere più concreta che c'è, il linguaggio, cercando di individuarne le regole e valutarne l'importanza a livello sociale. Continua a far sentire la sua voce anche in ambito di politica internazionale, con opere come "L'Occidente diviso": per il filosofo tedesco, la scissione che segna trasversalmente i paesi occidentali sarebbe stata provocata non dal terrorismo, ma piuttosto dalla politica degli Stati Uniti che dopo l'11 settembre hanno ignorato del tutto il diritto internazionale. Le sue diagnosi sono pesanti, soprattutto se si considera che vengono da un convinto sostenitore della sinistra americana.

In tutti i confronti è presente l’alternativa tra violenza e dialogo. Finché ci si riconosce reciprocamente come possibili partner di un dialogo, non ci si uccide gli uni con gli altri. Se non si vuole esercitare violenza, ci si deve mettere d’accordo sulle regole delle relazioni internazionali e soprattutto della convivenza interculturale. Anche sull’interpretazione di queste norme ci sarà sempre di nuovo conflitto, ma un conflitto che può essere superato con argomenti. Solamente norme capaci di consenso possono assicurare una tollerante convivenza tra le collettività, che, sebbene siano l’una per l’altra estranee e così vogliano rimanere, si riconoscono reciprocamente nella loro alterità culturale.

Umberto Galimberti, fra psicologia e filosofia

Parla da sempre della necessaria compenetrazione di filosofia e psicologia, per non dimenticare che la filosofia è anche una teoria della vita, e nasce soprattutto come questo. Socrate andava nelle piazze e insegnava cos'è giusto, cos'è vero, cos'è buono e cos'è bello, come si conduce la vita secondo buoni binari di correttezza e serietà.

Socrate diceva non so niente, proprio perché se non so niente problematizzo tutto. La filosofia nasce dalla problematizzazione dell'ovvio: non accettiamo quello che c'è, perché se accettiamo quello che c'è, ce lo ricorda ancora Platone, diventeremo gregge, pecore. Mi rendo conto che realisticamente uno che si iscrive a filosofia compie un gesto folle, però forse se non ci sono questi folli il mondo resta così com'è. La filosofia svolge un ruolo decisamente importante, non perché sia competente di qualcosa, ma semplicemente perché non accetta qualcosa. E questa non accettazione di ciò che c'è non la esprime attraverso revolverate o rivoluzioni, l'esprime attraverso un tentativo di trovare le contraddizioni del presente e dell'esistente, e argomentare possibilità di soluzioni: in pratica, pensare. E il giorno in cui noi abdichiamo al pensiero abbiamo abdicato a tutto.